Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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Mostre consigliate per il mese di aprile

Ciao, il programma di mostre per aprile è quanto mai ricco, date un’occhiata alle nostre proposte.

Anna

TINA MODOTTI. DONNE, MESSICO, LIBERTÀ

© Tina Modotti | Tina Modotti, Le donne di Tehuantepec portano frutta e fiori sulla testa, dentro zucche dipinte chiamate jicapexle, 1929

Tra le più grandi interpreti femminili dell’avanguardia artistica del secolo scorso, Tina Modotti espresse la sua idea di libertà attraverso la fotografia e l’impegno civile, diventando icona del Paese che l’aveva accolta ma trascendendo ben presto i confini del Messico nella sua pur breve vita, per essere così riconosciuta sulla scena artistica mondiale. Ancora oggi Tina Modotti rimane il simbolo di una donna emancipata e moderna, la cui arte è indissolubilmente legata all’impegno sociale.

Tina Modotti attraversò fama e miseria, arte e impegno politico e sociale, arresti e persecuzioni, e allo stesso tempo seppe suscitare anche un’ammirazione sconfinata per il pieno e costante rispetto di sé stessa, del suo pensiero, e della sua libertà.
Negli anni Trenta del Novecento visse a cavallo tra gli Stati Uniti, il Messico, la Russa e l’Europa, profondamente divisa tra fascismo e antifascismo. Impegnata in prima linea per portare soccorso alle vittime civili di conflitti come la Guerra di Spagna, Modotti condivise in questi stessi anni la propria vita con Vittorio Vidali ma, al contrario del suo compagno, non riuscì mai a tornare alla sua amata terra natale (Udine) a causa delle sue attività antifasciste e di una morte prematura avvenuta ad appena 46 anni durante l’esilio messicano. A lei resero omaggio artisti come Picasso, Rafael Alberti e Pablo Neruda, con la celebre poesia.

La riscoperta artistica di Tina Modotti inizia negli anni Settanta, grazie a Vittorio Vidali che una volta rientrato in Italia e divenuto poi senatore, iniziò a rendere pubblico il suo lascito artistico, forte anche di un crescente interesse internazionale, reso poi evidente nel 1977 con la grande retrospettiva del Moma di New York. Con la nascita del Comitato Tina Modotti e con l’apporto determinante di Vidali, si avvia la ricostruzione della collezione al tempo più esaustiva delle sue opere e dei documenti che riguardano la sua vita avventurosa. Libertà Il tema della Libertà in Tina Modotti è essenzialmente legato alla sua poliedrica personalità, e si sviluppa con una coerenza priva di compromessi nell’arco della sua intera esistenza, scandita da capitoli che hanno incrociato la storia politica del mondo nell’arco della sua pur breve esistenza.
Poverissima e costretta ad emigrare Tina avrebbe potuto seguire la carriera di attrice, e sfruttare la sua bellezza per il facile ottenimento di agi economici. Ma la sua scelta di libertà la porta invece verso lo studio, e l’approfondimento delle sue innate doti artistiche, coltivate nel circolo delle frequentazioni del suo primo compagno – il pittore Robo – fino all’incontro con Edward Weston, fotografo non ancora celebre che la inizia alle tecniche fotografiche. 
Messico Se Weston sarà il suo mentore, si deve a Tina la scelta di andare in Messico per condividere un rinascimento artistico che poggiava su basi sociali e culturali nella particolare fase post rivoluzionaria, nelle avanguardie estridentiste, nella frequentazione di pittori e poeti: da Frida Kahlo a Diego Rivera, da José Clemente Orozco a David Alfaro Siqueiros. Tina seguirà i primi passi di fotografi come Manuel Alvarez Bravo e la di lui moglie Lola, incrocerà la grande fotografa Imogen Cunningham, poeti e scrittori come David Herbert Lawrence e Mayakovsky, musicisti, un circolo di artisti sperimentali e liberi di cui Tina a Weston diverranno in breve tempo figure di spicco.
Artista sublime e impegnata, Tina non esiterà ad abbandonare l’arte per il crescente impegno nell’attivismo politico. A causa di questo verrà ingiustamente accusata di complicità nell’assassinio del suo compagno, il giornalista cubano Mella, e poi di aver preso parte all’attentato al presidente Messicano. Verrà cacciata dal Messico; gli Stati Uniti l’avrebbero nuovamente accolta se avesse rinunciato alle sue convinzioni politiche. Ma la sua libertà di pensiero e la sua coerenza spinta al limite del rischio della sua stessa incolumità le fecero declinare l’offerta.
Iniziò così una fase da rifugiata politica che la portò in Germania, in Russia, e poi ad impegnarsi direttamente nella guerra di Spagna in soccorso delle vittime del conflitto, con particolare attenzione ai bambini. Al termine della guerra di Spagna Tina, affaticata nel corpo e nello spirito, verrà accolta nuovamente in Messico, dove vivrà nell’ombra i suoi ultimi anni accanto a Vittorio Vidali.
  Tina Modotti è oggi una fotografa che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia contemporanea. I suoi celebri scatti compongono le collezioni dei più importanti musei del mondo e la sua fama è planetaria, come dimostra il successo d’asta di uno dei suoi scatti presenti in mostra, Prospettiva con fili elettrici del 1925, il cui originale è stato battuto all’asta nel 2019 per 692.000 euro (Phillips, de Pury & Luxembourg, NY, aprile 2019).    

Dal 08 Aprile 2022 al 09 Ottobre 2022 – Genova – Palazzo Ducale

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WESTON. EDWARD, BRETT, COLE, CARA. UNA DINASTIA DI FOTOGRAFI

Edward Weston, Shell, 1927, Stampa alla gelatina d’argento | © Center for Creative Photography Arizona Board of Regents

Una delle mostre più attese della prossima stagione espositiva, fiore all’occhiello del programma della quinta edizione del Brescia Photo Festival, è WESTON. Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi allestita al Museo di Santa Giuliadal 31 marzo al 24 luglio 2022 per la cura di Filippo Maggia.

Il percorso espositivo riunirà, per la prima volta, le opere di Edward Weston, dei suoi due figli Brett e Cole, e della nipote Cara. La rassegna prodotta dalla Fondazione Brescia Musei con Skira, progettata direttamente con la famiglia Weston, presenterà oltre 80 opere dei quattro fotografi, tra cui 40 del solo Edward. Saranno presenti i suoi maggiori capolavori: dai ritratti plastici ai nudi che esaltano forme e volumi, dalle dune di sabbia agli oggetti trasformati in sculture, sino ai celebri vegetable – peperoni, carciofi, cavoli – e le conchiglie riprese in primissimo piano.

Spesso direttamente paragonata alla pittura e alla scultura, la fotografia di Edward Weston è l’espressione di una ricerca ostinata di purezza, nelle forme compositive così come nella perfezione quasi maniacale dell’immagine. L’autore indaga gli oggetti nella loro quintessenza, eleggendoli a metafore visive degli elementi stessi della natura.

Dal 31 Marzo 2022 al 24 Luglio 2022 – Museo di Santa Giulia – Brescia

STEVE MCCURRY. FOR FREEDOM

© Steve McCurry | Steve McCurry, Afghanistan

Da Palazzo Reale di Palermo l’urlo di denuncia per i diritti delle donne afghane.
Contro la libertà negata. Ingabbiate, invisibili. Gli sguardi raccontano un futuro che non esiste più.
“For Freedom” è il racconto fotografico di un dramma in pieno svolgimento: un nuovo progetto autoriale che racchiude 49 immagini. 
La mostra, che aprirà al pubblico dal 29 marzo al 17 luglio 2022, è frutto di una collaborazione tra la Fondazione Federico II e il più celebre fotografo al mondo di reportage antropologico, Steve McCurry: insieme per stimolare le coscienze. 
La Fondazione ha fatto tesoro dell’incontro con il fotografo che ha saputo raccontare l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni «testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie, speranze».

Col ritorno dei talebani nel 2021, le donne in Afghanistan hanno perso da un giorno all’altro ogni diritto allo studio e alla vita sociale. Bandite da ogni attività. Una tragedia che si perpetua quotidianamente, annullando qualsiasi forma di libertà di pensiero e di azione per tutte le donne e le bambine afghane. 

Protagonista della mostra è l’oltraggio morale all’Umanità, la violazione dei diritti fondamentali, attraverso una narrazione fotografica densa di pathos ambientale e umano. 

La mostra gode di un allestimento scenografico e site specific in uno spazio emblematico del Palazzo Reale di Palermo, attraversato da migliaia di visitatori. Allestimento che segue concettualmente l’evoluzione della condizione della donna in Afghanistan.

“Ci sono scatti che divengono voce, urlo, richiesta di aiuto
 – afferma Gianfranco Miccichè, presidente della Fondazione Federico II -. Dinnanzi ad essi non possiamo sottrarci al ruolo di testimoni. Affinché la nostra coscienza si interroghi su quelle atrocità, è fondamentale rievocare attraverso le immagini la dimensione di anelito di libertà e di riscatto sociale. Le fotografie di McCurry per noi rappresentano un ponte ideale verso il mondo afghano. Non a caso abbiamo dedicato a For Freedom un’area del palazzo che solitamente non viene utilizzata per le mostre”. 

“La mostra For Freedom – dice Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II – è la narrazione della negazione di quella garanzia di libertà e di diritti per le donne afghane che sembrava conquistata. L’unicità delle fotografie di McCurry rimbalza continuamente tra significati passati e presenti, tra le speranze e le libertà un tempo acquisite e le atrocità del presente. Davanti alle immagini e alle notizie drammatiche di questi mesi abbiamo colto il senso autentico della sua incredulità e abbiamo voluto offrire una mostra che desse voce alle donne dell’Afghanistan diventate nuovamente invisibili e senza identità”.

L’esplorazione che McCurry offre nelle sue opere fotografiche sottende una complessa osservazione del mondo, una costante capacità di mettere a confronto Occidente e Oriente, di divulgare e denunciare gli atti frutto della crudeltà e dell’egoismo umani, oltreché la coesistenza tra mondi liberi da un lato e sofferenze inenarrabili imposte a moltitudini indifese dall’altro.

Dal 29 Marzo 2022 al 17 Luglio 2022 – Palazzo Reale

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FOTOGRAFIA ITALIANA CONTEMPORANEA

Allegra Martin, Untitled dalla serie Arcadia, 2018-2021

Dal 25 marzo al 24 aprile 2022, lo spazio The Sanctuary a Milano (Scalo Lambrate, via Saccardo 12) ospita la mostra Fotografia italiana contemporanea.

L’esposizione, curata da Andrea Tinterri e Luca Zuccala, esplora il panorama dell’immagine contemporanea, attraverso le opere di sedici autori: Mattia Balsamini, Fabio Barile, Fabrizio Bellomo, Silvia Bigi, Alessandro Calabrese, Marina Caneve, Nicolò Cecchella, Giorgio Di Noto, Rachele Maistrello, Silvia Mariotti, Allegra Martin, Jacopo Rinaldi, Alessandro Sambini, Caterina Erica Shanta, Jacopo Valentini, Emilio Vavarella.

L’iniziativa inaugura la nuova piattaforma digitale Galleria Indice (www.galleriaindice.com), dedicata alla fotografia contemporanea italiana. Il progetto nasce come una realtà online che vuol far conoscere attraverso mostre, confronti, conversazioni, iniziative varie, la nuova fotografia italiana e diventare il punto di riferimento di questo linguaggio che oggi sta vivendo un’importante trasformazione.

La rassegna propone sedici opere, una per ogni artista, e raccoglie progetti che documentano la frammentarietà del panorama creativo italiano, che va dal rapporto diaristico con la fotografia, come in Arcadia di Allegra Martin, con fotografie di paesaggio in piccolo formato a raccontare una frequentazione intima con l’immagine, fino al lavoro Human Image Recognition di Alessandro Sambini in cui l’autore ha dapprima selezionato una serie di immagini iconiche o comunque di larga diffusione, quindi ha suddiviso, come farebbe un algoritmo, il rettangolo visivo in diverse porzioni assegnando a ognuna di essa un nome
È all’interno di questi due poli che si configurano le ricerche degli artisti di Galleria Indice; in Isoai di Mattia Balsamini, il ricordo del paesaggio d’infanzia diventa contenitore di forme ricorrenti, Fabrizio Bellomo propone un’ indagine analitica di macerie ancora abitabili e abitate nel paese di Ksamil in Albania, Nicolò Cecchella s’immerge in una dimensione barocca verificando le potenzialità della materia, Silvia Mariotti accompagna lo spettatore in un bosco al limite dell’informale, Jacopo Rinaldi sovrappone in una sola immagine i volti di una classe di quarantuno bambini tra cui compaiono quelli del filosofo Ludwig Wittgenstein e di Adolf Hitler. 
Fabio Barile guarda il paesaggio investigando il concetto di soglia e confine, Marina Caneve, con il progetto Entre chien et loup, si confronta con la dimensione monumentale e immaginifica della montagna, Silvia Bigi filtra il ricordo del sogno attraverso un algoritmo restituendo forme frastagliate in scala di grigi, Alessandro Calabrese continua il suo attento lavoro ‘metafotografico’ stampando sul verso ‘sbagliato’ della carta fotografica, ottenendo un’immagine liquida e instabile, Giorgio Di Noto, con il progetto Matrix sottopone alcune immagini iconiche della storia della fotografia alla ricodifica di un algoritmo, Rachele Maistrello, in Stella Maris, modifica il paesaggio limitrofo a una casa di cura per dare forma alla fantasia e alle percezioni degli ospiti che la abitano. E ancora, Caterina Erica Shanta indaga i frammenti iconografici rimasti a seguito di un disastro climatico, intersecando due momenti drammatici come la tempesta Vaia del 2018 e l’alluvione di Firenze del 1966, Jacopo Valentini esplora la cultura visiva del territorio campano del Vesuvio, modellando un carattere metafisico tra architettura e natura, Emilio Vavarella, nel progetto Double Blind, ricerca il rapporto tra memoria e immagine, attraverso le testimonianze degli abitanti di Santa Maria di Leuca e della loro emigrazione durante gli anni cinquanta.

“Quello su cui abbiamo lavorato – sottolineano Andrea Tinterri e Luca Zuccala – è una proposta eterogenea per restituire un’ampiezza linguistica e tematica. La curatela si è limitata a un carotaggio sulla nuova fotografia italiana senza circoscrivere il campo e innalzare barriere ideologiche. Ormai il termine fotografia è spesso limitante, paradossalmente noi vogliamo rimanere fedeli a questa categoria per portarla alle estreme conseguenze e quindi superarla”. 
Galleria Indice – proseguono Andrea Tinterri e Luca Zuccala – vuole raccogliere sotto un unico cappello l’espressione migliore della fotografia italiana contemporanea”.

Galleria Indice si occupa di promuovere, approfondire e veicolare la ricerca di artisti che includono la fotografia all’interno della loro progettualità, senza escludere contaminazioni tecniche e linguistiche.

La piattaforma si caratterizza per un ampio approfondimento critico in modo da diventare un punto di riferimento non solo per collezionisti, ma anche per un pubblico di curatori, ricercatori, professionisti o semplici appassionati.
Sul sito www.galleriaindice.com, i lavori degli artisti sono accompagnati da interviste e interventi che contestualizzano e approfondiscono i diversi progetti selezionati. 

Galleria Indice è una società Benefit che si impegna a devolvere una percentuale di ogni vendita all’Associazione Praevenus, dedita alla ricerca e alla prevenzione del tumore al seno.

Dal 24 Marzo 2022 al 24 Aprile 2022 – The Sanctuary – Milano

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GENOVA SESSANTA

Arti visive, architettura e società.

Le trasformazioni della città, della creatività e del costume negli anni del boom economico.


© Lisetta Carmi Martini & Ronchetti 

La rivoluzione degli Anni Sessanta a Genova.

La racconta, ricorrendo all’architettura, all’arte, al design, alla fotografia… una grandiosa mostra-affresco che dal 14 aprile al 31 luglio 2022 aprirà al Palazzo Reale di Genova, nel Teatro del Falcone.

L’esposizione è promossa da Palazzo Reale (Ministero della Cultura), a cura di Alessandra Guerrini e Luca Leoncini con Benedetto Besio, Luisa Chimenz, Leo Lecci e Elisabetta Papone. L’obiettivo è quello di raccontare le grandi trasformazioni di Genova negli anni sessanta del Novecento, un decennio di profondi cambiamenti dovuti all’irrompere di nuove idee e rinnovati stimoli culturali, di significativi mutamenti sociali, d’innovazioni economiche e nuovi linguaggi che hanno segnato un’accelerazione nelle produzioni delle arti visive.

È una città in magmatico fermento quella che nel decennio del Grande Boom italiano vuole lasciarsi definitivamente alle spalle le ferite della guerra per darsi un volto ed un ruolo europei, puntando sull’industrializzazione e sui servizi, alimentati da nuove arterie di comunicazione e da nuovi quartieri progettati per ospitare una forza lavoro proveniente dal Sud. In un pugno di anni la vecchia Genova si trasforma, calamitando grandi professionisti da fuori ma galvanizzando anche le risorse culturali proprie, per trasformare visioni in realtà. L’energia della crescita incentiva la creatività in tutti i settori, dall’arte, al design alla musica, alla cultura, all’economia.

Fisiologicamente, è una storia di luci ed ombre, fotografia di una Italia che in quel fatidico decennio cerca una sua non facile nuova strada.

Oggi, a distanza di 60 anni da quegli anni ’60, la cronaca si è fatta storia e diventa meno velleitario tracciare delle analisi, evidenziando la potenza rigeneratrice che spingeva verso dei futuri ritenuti comunque migliori, senza tralasciare le molte contraddizioni di un’epoca che, comunque la si valuti, continua a incidere, se non connotare, la Genova di oggi.

Un viaggio entusiasmante in quella fucina di energie e visioni esistenziali che fu la Genova degli anni sessanta scandito, lungo tutto il percorso espositivo, dagli scatti di alcuni dei grandi fotografi genovesi attivi in quegli anni – Lisetta Carmi e Giorgio Bergami soprattutto – con disegni di architettura, arredi di design, grafica pubblicitaria, oggetti industriali, dipinti e sculture di autori di assoluto primo piano, da Lucio Fontana a Andy Warhol, da Mimmo Rotella a Vico Magistretti, da Gio Ponti a Franco Albini, da Angelo Mangiarotti a Eugenio Carmi.

L’allestimento del Teatro del Falcone – esso stesso luogo emblematico di quel decennio –, punta dunque ad accompagnare il visitatore in un percorso cronologico e tematico, organizzato per sezioni intese quali frammenti di specifiche esperienze esemplificative di un determinato processo di sviluppo, attraverso i fatidici anni sessanta che inevitabilmente agirono anche da ponte di raccordo tra passato e futuro.

14 aprile / 31 luglio 2022 – Genova, Palazzo Reale, Teatro del Falcone

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IO, LEI, L’ALTRA. RITRATTI E AUTORITRATTI FOTOGRAFICI DI DONNE ARTISTE

© Mari Katayama, Collezione privata, Roma | Mari Katayama, You’re mine #002, 2014

Dal 19 marzo al 26 giugno 2022 il Magazzino delle Idee di Trieste presenta la mostra Io, lei, l’altra – Ritratti e autoritratti fotografici di donne artiste, a cura di Guido Comis in collaborazione con Simona Cossu e Alessandra Paulitti. Prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – l’esposizione ripercorre, attraverso novanta opere, la fotografia degli ultimi cento anni e permette di valutare la nuova concezione della donna e il suo ruolo attraverso una successione di straordinarie immagini da Wanda Wulz a Cindy Sherman, da Florence Henri a Nan Goldin.

Il ritratto e l’autoritratto fotografico sono una testimonianza straordinaria del difficile processo di affermazione di sé e della conquista di una nuova identità sociale da parte delle artiste donne nel Novecento e nei primi anni del nuovo secolo. I ritratti e gli autoritratti sono luoghi di confronto, ma anche di conflitto fra espressioni diverse dell’identità. A forme convenzionali di rappresentazione si contrappongono nuovi modi di esprimere la propria personalità; i ruoli consolidati della rappresentazione della donna, le pose ripetitive mutuate dai ritratti tradizionali cedono spazio a modalità di espressione inedite. 

Da modella al servizio di un artista la donna si trasforma in figura attiva e creativa. Ai ritratti eseguiti da uomini – come Man Ray, Edward Weston, Henry Cartier-Bresson, Robert Mapplethorpe, solo per citare alcuni dei fotografi presentati in mostra – si accostano ritratti e autoritratti di donne artiste e fotografe, tra cui Wanda Wulz, Inge Morath, Vivian Maier, Nan Goldin, Cindy Sherman, Marina Abramović.
Il rapporto fra soggetto e autore della foto contribuisce alla stratificazione dei significati e arricchisce le possibilità di interpretazione. Se l’intuito ci porta a pensare che le autorappresentazioni offrano un’immagine dell’autore più autentica rispetto ai ritratti eseguiti da altri, le opere raccontano una storia spesso diversa in cui le donne dimostrano di saper imporre la propria personalità a colui che sta dall’altra parte dell’obiettivo; allo stesso tempo i fotografi rivelano una straordinaria capacità nell’interpretare il carattere di chi sta loro di fronte. Leonor Fini, la marchesa Luisa Casati, Meret Oppenheim si servono dell’obiettivo dei colleghi uomini per esprimere tutto il loro fascino e la loro forza seduttiva. Florence Henri, Francesca Woodman e Nan Goldin al contrario, puntano su di sé l’obiettivo della macchina fotografica per rivelare a loro stesse e a chi le osserva aspetti celati della propria personalità, mettendo in scena, in alcuni casi, le proprie debolezze. 

La mostra è suddivisa in sezioni, ognuna delle quali rende conto di una diversa forma di rappresentazione dei ruoli che le donne interpretano nelle fotografie. La sezione “Artiste e modelle” è dedicata alle donne che sono state creatrici e allo stesso tempo hanno prestato i loro volti e i loro corpi per opere altrui, come è il caso di Meret Oppenheim, Tina Modotti, Dora Maar. La sezione intitolata “Il corpo in frammenti” raccoglie gli autoritratti che restituiscono immagini di corpi parziali, riflessi in specchi fratturati, con l’epidermide percorsa da linee che ne interrompono l’integrità, come se in ciò si rispecchiasse la difficoltà di rappresentarsi. I ritratti degli anni Settanta che hanno per protagoniste Valie Export, Jo Spence e Renate Bertlmann mimano ironicamente l’immagine tradizionale della donna come madre, donna di casa o oggetto sessuale. “Una, nessuna e centomila” raccoglie gli autoritratti delle artiste che, da Claude Cahun a Cindy Sherman, hanno utilizzato il proprio corpo per interpretare attraverso mascheramenti identità o stereotipi diversi. Un’altra sezione affronta il tema degli stereotipi nella rappresentazione dalle identità culturali e sessuali, un’altra ancora a quelli nella definizione dei canoni di bellezza mentre alcune fotografie sono dedicate ad artiste accanto a proprie creazioni come nel caso del celeberrimo ritratto di Louise Bourgeois eseguito da Robert Mapplethorpe.

Va infine segnalato che l’esposizione Io, lei , l’altra si inserisce in un progetto avviato dalle istituzioni culturali afferenti l’ERPAC dedicato al tema dell’autoritratto e del ritratto in una prospettiva storico-artistica che spazia dal rinascimento fino ai giorni nostri. A partire dal mese di maggio avrà luogo a Palazzo Attems Petzensteindi Gorizia la mostra Riflessi, che svilupperà il tema del ritratto attraverso prestiti da numerose istituzioni europee mentre alla Galleria Regionale d’Arte contemporanea Luigi Spazzapan si terrà l’esposizione Artista + Artista che vedrà riuniti interventi di ricerca di artisti legati al Friuli Venezia Giulia.

Dal 18 Marzo 2022 al 26 Giugno 2022 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Libri in mostra

A partire dal 24 marzo 2022 Magazzini Fotografici ospiterà nei suoi spazi una rassegna interamente dedicata al libro fotografico con in mostra le produzioni editoriali vincitrici del più prestigioso riconoscimento dell’editoria fotografica in Italia, il Premio Marco Bastianelli.

L’evento organizzato da Magazzini Fotografici, in collaborazione con Elisabetta Portoghese –  founder del premio Bastianelli – avrà come protagonisti i progetti che hanno ottenuto negli anni il riconoscimento e conterrà un allestimento di tutti i photobooks vincitori. Una sezione ad hoc sarà anche dedicata alle fanzine vincitrici del premio CdpZine.

Durante l’ arco della manifestazione saranno organizzati, a cura di Valeria Laureano, incontri di approfondimento e dibattiti live e online con alcuni degli autori vincitori dei premi.

Primi ospiti della serata inaugurale: Antonio Biasiucci, premiato nella prima edizione del premio Bastianelli, nel 2005, per il libro RES; i vincitori dell’edizione 2021 Aldo Frezza, premiato per il libro Non correre e Valeria Cherchi (in collegamento) che ha ricevuto il riconoscimento per il libro Some of You Killed Luisa. Saranno inoltre presenti Elisabetta Portoghese, Adele Marini – responsabile dell’Archivio Luciano D’Alessandro giudice del premio Bastianelli e  Yvonne De Rosa, fondatrice di Magazzini fotografici e giudice del premio Marco Bastianelli.

24 marzo 2022 | 10 aprile 2022 – Magazzini Fotografici – Napoli

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Mare Omnis di Francesco Zizola e Epifanie/03 – LAB/per un laboratorio irregolare a cura di Antonio Biasiucci

Due mostre dedicate alla fotografia

Dal 27 aprile 2022, nell’affascinante cornice del seicentesco Palazzo Borghese a Roma all’interno delle suggestive sale affrescate della galleria terrena, la Galleria del Cembalo attende i visitatori con due nuove mostre dedicate alla fotografia: Mare Omnis di Francesco Zizola e Epifanie/03 – LAB/per un laboratorio irregolare a cura di Antonio Biasiucci.

La mostra Mare Omnis di Francesco Zizola, visitabile fino al 30 giugno 2022, presenta una raccolta di 22 fotografie di grande formato che sembrano raffigurare delle costellazioni lontanissime, ma che in realtà sono tonnare, ossia reti da pesca inserite nel grande mare Mediterraneo fotografate da un drone: reti che i tonnarotti – coloro che si occupano della mattanza –installano per catturare i tonni nella loro migrazione verso la costa.

Le immagini sono state tutte realizzate nel mare del Sulcis, nella Sardegna sud occidentale, presso la Tonnara di Portoscuso, che in quelle acque opera da secoli. Nelle fotografie i punti bianchi sono boe e i fili argentati sono le cime che assicurano le parti galleggianti ai fondali. La mostra Mare Omnis documenta in maniera antropologica la vita vissuta in mare attraverso forme di pesca ancora manuali, locali, sostenibili, secondo tradizioni centenarie, indagando il rapporto dell’uomo con la natura e della sua influenza sul mare declinato attraverso un linguaggio visivo articolato e complesso. Costruire i propri strumenti di lavoro, gettare le reti in mare, trascorrere giorni e mesi in attesa della pesca, essere soggetti alle leggi della natura, compongono quel patrimonio di sapere legato alla prossimità con il mare e ad una vita in rapporto con esso che oggi è sostituito da metodi di pesca intensivi e industriali.  Le immagini presentate ci restituiscono – attraverso un quadro visivo potentissimo – il sentimento di una relazione simbiotica che ricuce quella separazione tra uomo e natura adottata dalla società contemporanee: acqua che diventa paesaggio astratto, pesci colti nelle fitte reti immerse nel mare.

La scelta della stampa in bianco e nero è fatta per stimolare l’immaginazione di chi guarda verso uno spaesamento percettivo; il fotografo mette in atto un deliberato inganno semantico per deviare i sensi utilizzando la memoria istintiva. Così, le grandi reti della tonnara finiscono ad assomigliare a cose diverse; alcuni ci leggono dei dream catcher etnici, altri dei graffiti arcaici, altri ancora delle costellazioni nella notte. La serie si chiama Constellation perché alcune di queste fotografie sono espressamente organizzate per rimandare ad una visione notturna delle costellazioni, mentre in altre immagini già dalla prima inquadratura Zizola ha intravisto nelle forme di luce un quadro di Paul Klee, l’Angelus Novus.

Trovo oggi più interessante usare la fotografia per invitare la nostra percezione e la nostra mente su un piano immaginifico e simbolico, capace di procedere per metafore narrative. E la narrazione per me è quella che riguarda il senso del nostro essere e del nostro agire” dice Francesco Zizola.

Come ricorda Barthes: “Qualunque cosa essa dia a vedere e quale che sia la sua maniera, una foto è sempre invisibile: ciò che noi vediamo non è lei.

Cosa guardiamo veramente quando vediamo un’immagine? Cosa riconoscono i nostri occhi davanti ad esse?Sono le domande che ci poniamo osservando le fotografie di Mare Omnis. L’ambiguità è totale e Zizola sceglie di ragionare sul paradigma del fotografico sapendo che le immagini hanno il meraviglioso compito di creare percorsi di significato dando origine a processi di consapevolezza nello spettatore. “C’è una verità estatica, poetica. È misteriosa e inafferrabile, e può essere raggiunta solo attraverso l’immaginazione e la stilizzazione. La fotografia ha il compito di aprire nuove possibili comprensioni della complessità della realtà” commenta Francesco Zizola.

Ad affiancare Mare Omnis, dopo il successo dell’edizione 2017, il LAB/per un laboratorio irregolare a cura di Antonio Biasiucci torna negli affascinanti spazi della Galleria del Cembalo con la mostra Epifanie/03, la terza edizione del progetto, visitabile fino al 14 maggio 2022. LAB/per un laboratorio irregolare nasce nel 2012 per rispondere all’esigenza di creare un percorso, di circa due anni completamente gratuito, rivolto a giovani artisti a cui trasmettere un metodo costante di approfondimento e critica del proprio lavoro. Anche nel difficile periodo della pandemia, il fotografo Antonio Biasiucci ha seguito gli allievi, in un costante confronto, guidando ognuno di loro nella produzione di un progetto di ricerca personale per assimilare un processo, un criterio, per arrivare a conquistare un proprio sentire, una propria autentica visione delle cose della vita. La mostra Epifanie/03 proporrà circa 80 opere fotografiche realizzate da Paolo Covino, Alessandro Gattuso, Valeria Laureano, Laura Nemes-Jeles, Claire Power, Ilaria Sagaria, Giuseppe Vitale e Tommaso Vitiello. Gli autori della terza edizione del LAB hanno raccontato la propria “epifania” (dal greco επιφάνεια, manifestazione, apparizione), realizzando portfolio fortemente diversi tra loro sia per forme che per contenuti. Otto narrazioni, sguardi autonomi, progetti eterogenei guidati da un unico metodo.

“Oggi restituisco quello che mi è stato dato, perché non ha senso che sia io solo a salvarmi. – spiega Antonio Biasiucci – Metto a disposizione le mie conoscenze, affinché sia dato spazio, tempo e possibilità ad altri di fare fotografia attraverso un Laboratorio ispirato ad Antonio Neiwiller, regista napoletano scomparso venticinque anni fa, che io considero mio maestro. Il Laboratorio produce immagini essenziali, nelle quali l’autore può trovare una parte di sé; sono immagini che si aprono all’altro. Dura circa due anni ed è composto ogni volta da un gruppo eterogeneo di 8 giovani autori dove il confronto, lo scambio, l’empatia verso l’altro sono una premessa fondamentale affinché ognuno possa trovare un proprio linguaggio. Hanno condiviso, mostrando fotografie di volta in volta, le loro esperienze di vita. Ognuno è stato reso partecipe, assistendo al processo artistico dell’altro.”

MOSTRA EPIFANIE/03 – LAB/ PER UN LABORATORIO IRREGOLARE A CURA DI ANTONIO BIASIUCCI

Dal 27 aprile al 14 maggio 2022

MOSTRA MARE OMNIS DI FRANCESCO ZIZOLA

Dal 27 aprile al 30 giugno 2022

Palazzo Borghese – Roma

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PRIMUM VIVERE. RITRATTI POETICI DI ENZO ERIC TOCCACELI

© Enzo Eric Toccaceli | Enzo Eric Toccaceli, Alda Merini

Nella Giornata mondiale della Poesia, lunedì 21 marzo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea inaugura la mostra Primum vivere, che espone gli scatti con cui il fotografo Enzo Eric Toccaceli ha ritratto numerosissimi volti di poeti e poetesse, italiani e stranieri.
A formare un percorso che attraversa i luoghi di passaggio e di scambio all’interno del museo, l’esposizione di circa 150 fotografie si snoda lungo i corridoi del bookshop della Galleria fino a un focus dedicato interamente ad Alda Merini, per proseguire nel corridoio che unisce i principali settori espositivi. Si tratta di immagini che Toccaceli ha realizzato nel corso di una lunga carriera, costellata da incontri casuali e amicizie intrecciate con personalità della letteratura e della poesia.

Questa giornata dedicata alla poesia, che opportunamente cade in una data che segna la rinascita, si presenta per offrirci un’occasione di luminosa riflessione e di bellezza, di cui oggi si avverte un’urgenza necessaria.

“Quando di una poesia ci resta nella mente un’immagine o un suono, una parola segreta o il colore di una metafora, è perché della poesia la cosa che appare indimenticabile è il respiro, l’intonazione, insieme a un profondo e amplificato orizzonte. In un certo senso, ogni poesia è anche semplicemente la memoria di un volto. (…) Il senso della mostra fotografica di Enzo Eric Toccaceli sta forse in questo: mostrare i molti io e noi che abitano l’anima; che non c’è essere umano che non abbia in sé milioni e milioni di altri individui; confessare che i volti dei poeti e delle poetesse e quelli delle poesie sono, in fondo, la testimonianza più semplice e pudica del fatto che, nella vita, la cosa più decente e più dignitosa sia ancora scrivere e leggere e pensare, come se solo questo – una parola, un colore, appunto uno sguardo – fosse la maniera sublime per dare senso al segreto fuggitivo della realtà.” 
Arnaldo Colasanti 

Dal 21 Marzo 2022 al 01 Maggio 2022 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea – Roma

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GUIA BESANA. CARRY ON

Guia Besana, Carry on, The Conversation

Dall’11 marzo al 16 aprile 2022, STILL Fotografia a Milano ospita la mostra di Guia Besana, dal titolo Carry on.

La rassegna, curata da Clelia Belgrado e Viana Conti, presenta 15 fotografie tratte dal suo progetto più recente che, ispirato dalla sua paura di volare, vira verso temi universali, quali l’impossibile controllo del tempo e degli eventi.
Carry on, il cui titolo oscilla tra il senso letterale di bagaglio a mano e quello metaforico di viaggio interiore in cui parimenti si affollano sensazioni di terrore per il volo, nasce dalla visione dei filmini Super8 dell’infanzia dell’artista, in particolare quello in cui viene trascinata dalla madre attraverso la pista di decollo e poi sull’aereo, che scompare nel cielo. 

Le sue immagini fissano momenti come frammenti di un film, a metà tra fiction e realtà. In queste scene si percepiscono due tempi: un tempo dilatato, nel quale i soggetti vengono messi in scena in situazioni riflessive o immobili, e uno più precipitoso nel quale gli stessi vivono uno stato di ansia o pericolo lasciando allo spettatore la libertà di interpretare la storia. 
La protagonista degli scatti è una giovane donna; oggetti  sono sparsi sui sedili o sul pavimento dell’aereo, siano questi una borsetta, un portacipria, una collana. Accanto a questi, compaiono altri elementi, che descrivono la tensione della passeggera, come i mozziconi di sigaretta raccolti in un posacenere o un puzzle con le tessere sparse sulla moquette, che svelano un volto di donna decisamente inquieto.

“Con la sua personale Carry On – afferma Viana Conti, nel saggio pubblicato nel volume “VisionQuest” – Guia Besana, Canon Ambassador dal 2016, restituisce in mostra, come nelle tessere di un mosaico, le proiezioni di un immaginario femminile in volo. Il suo mondo è quello della staged photography, un mondo che abita nella mente dell’artista e che, a partire dall’inizio della mise en place dei suoi componenti, trasforma progressivamente l’illusione di un set artificiale in realtà: in un’opera potenzialmente in grado di suscitare emozioni in chi la guarda. 

Dal 11 Marzo 2022 al 16 Aprile 2022 – Still Fotografia – Milano

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Anna Brenna – Sulle palafitte: una storia che continua

Sul lago Inle, l’acqua è un elemento essenziale per la vita della popolazione. Un’immensa distesa di acqua placida dello stesso colore del cielo, specchio del carattere pacifico ed equilibrato di quella popolazione che ci vive a stretto, strettissimo contatto.

Il lago si trova nella parte centrale della penisola del Myanmar (ex Birmania) e ospita sulle sue rive circa 70.000 abitanti.

Qui l’intera vita delle persone avviene sull’acqua: si vive in palafitte di legno, si coltivano ortaggi e fiori in orti galleggianti, ci si posta in barca nei canali formati dal lago, con l’acqua del lago ci si lava e si fa il bucato, sull’acqua del lago vengono organizzati mercati e il lago è popolato da molti pescatori, le cui sagome si spostano leggiadre sull’acqua, simili a a quelle di eleganti fenicotteri.

Le palafitte sono costruite in legno e anche gli interni sono completamente rivestiti in legno e decorati con tappeti, stuoie e tessuti.

Non molto diversa doveva essere la vita nei villaggi palafitticoli, che costellavano il territorio italiano 4000 anni fa.

Dal 10 aprile al 23 ottobre – Museo delle palafitte – Fiavè (TN)

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CONNESSIONI: DIRITTI, AMBIENTE, CONFLITTI

Torna l’appuntamento con Cascina Roma Fotografia, a San Donato Milanese. E lo fa a partire dal 9 aprile fino al 22 maggio con quattro mostre di qualità eccezionale, molto diverse tra loro.

Quattro grandi fotografi internazionali che a diverso titolo e con molteplici linguaggi hanno esplorato le tematiche ambientali e della conservazione della specie, i diritti dei popoli indigeni all’autodeterminazione, i sogni dei bambini intrappolati in conflitti civili e infine il business degli armamenti.

Una serie che si articola tra le sale di Cascina Roma Fotografia e gli spazi pubblici outdoor, accessibili grazie ad un approccio volto a portare la fotografia nella comunità.

Gli autori sono Ami Vitale con Storie che fanno la differenza, Nikita Teryoshin con Niente di personale – Il back office della guerra, Pablo Ernesto Piovano con Il risveglio di voci antiche e Vincent Tremeau per OCHA con Un giorno, io sarò.

Ami Vitale ci farà viaggiare attraverso Cina e Kenya dove ha documentato con il suo sguardo attento la stretta relazione di complicità che si crea tra gli esseri umani e gli animali. Un’analisi profonda che mette in luce grandi sfide globali e problematiche locali raccontate attraverso gli scatti di una fotografa che tanto si spende per la conversazione delle specie e che costantemente cerca non solo di sensibilizzare il pubblico, ma anche di proporre soluzioni. Numerose infatti sono le iniziative di advocacy e raccolta fondi che promuove da sempre.

La Cina ha intrapreso un percorso per salvare il suo ambasciatore più conosciuto: il panda. Ami ha seguito per anni la vita segreta di questi animali. Grazie all’accesso che le è stato riservato ha potuto documentare l’incredibile viaggio che ha riportato questi animali nel loro habitat naturale. In Kenya, ha raccontato invece gli sforzi di quelle organizzazioni e comunità locali che si stanno battendo per salvaguardare elefanti e rinoceronti.

Nikita Teryoshin ci porta invece dietro le quinte del business mondiale della difesa e il back office della guerra, esattamente l’opposto di un campo di battaglia: un parco divertimenti per adulti di dimensioni esagerate con vino, finger food e armi luccicanti. Qui i cadaveri sono manichini o pixel sugli schermi di enormi simulatori. Bazooka e mitragliatrici sono collegati a schermi piatti e le fasi della guerra vengono inscenate in un ambiente artificiale, davanti a una tribuna piena di ospiti importanti, ministri, capi di stato e mercanti di armi.

Le immagini di cui si compone il progetto iniziato nel 2016 e tutt’ora in corso, provengono da 14 esposizioni di settore tra il 2016 e il 2020 in Europa, Africa, Asia, Nord e Sud America (Polonia, Bielorussia, Corea del Sud, Germania, Francia, Sudafrica, Cina, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti d’America, Perù, Russia, Vietnam e India). L’obiettivo ultimo di questo progetto è scattare foto in ogni continente al fine di porre l’attenzione sulla dimensione globale di questo business.

Lo straordinario lavoro di Pablo Ernesto Piovano racconta la lotta della comunità Mapuche in Sudamerica, in particolar modo in Argentina e Cile. I Mapuche sono stati prima combattuti dalla Corona spagnola, ma resistettero grazie al loro essere organizzati in tante comunità, e poi semi sterminati tra il 1860 e il 1885 a seguito di campagne militari dei nascenti stati nazionali.

Anche i processi di recupero territoriale iniziati negli anni ’60 sono stati schiacciati dalla violenza e dalla morte. Tuttavia, negli ultimi vent’anni diverse comunità hanno iniziato nuovi processi di recupero, che non si limitano solo al territorio, ma anche ai costumi, alla spiritualità, al linguaggio e alla storia portati via dagli eserciti vittoriosi.

Attualmente, i Mapuche, uno dei più numerosi popoli nativi del mondo, sono protagonisti di una rivolta senza precedenti: le loro comunità, pur condividendo la rivendicazione della loro identità culturale, rimangono autonome l’una dall’altra. E molti conducono forti difese della “madre terra”, opponendosi a progetti estrattivi di diversi tipi: silvicoltura, estrazione mineraria, idroelettrica, compagnie petrolifere.

Per questo motivo, visti gli investimenti milionari delle multinazionali, gli stati argentino e cileno hanno iniziato una nuova crociata contro il popolo Mapuche, che include omicidi e una sistematica persecuzione attraverso la giustizia, le forze statali e i media.

Le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Nel frattempo, il mondo guarda dall’altra parte ma il popolo Mapuche continua a resistere.

Vincent Tremeau porta infine un progetto ideato e voluto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA),  che racconta i sogni delle bambine intrappolate nei conflitti.

Una persona su 70 è coinvolta in una crisi umanitaria in questo momento. Le più colpite sono bambine e ragazze che a cui viene spesso negato il diritto a ricevere un’istruzione.  Durante la siccità, le ragazze hanno maggiori probabilità di perdere la scuola, poiché sono necessarie per raccogliere l’acqua e prendersi cura della famiglia.

Questa dura realtà raramente fa notizia. E questa mostra ha l’obiettivo di documentare ciò che viene spesso ignorato: le speranze e i sogni delle ragazze intrappolate nelle crisi.

Tutte di età compresa tra i 6 ei 18 anni, le ragazze qui ritratte si sono vestite per mostrarci chi vogliono essere quando saranno grandi, usando oggetti di fortuna trovati nelle  loro immediate vicinanze.

Dottoresse, insegnanti, giornaliste, pilote, poliziotte, imprenditrici, giocatrici di basket….

Queste immagini evidenziano il ruolo cruciale dell’istruzione per le ragazze nelle crisi umanitarie, per garantire la loro sicurezza e opportunità future.

9 aprile – 22 maggio 2022 – Cascina Roma Fotografia – San Donato Milanese

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