Gerda Taro, un nuovo libro.

Articolo di Annalisa Melas

Buongiorno! Di lei vi abbiamo già raccontato per via di uno dei libri più discussi del 2018 e vincitore del premio strega: “La ragazza con la Leica” (ne abbiamo parlato qui ); di lei negli ultimi anni si è parlato molto, se non altro per quella caratteristica che accomuna molte donne alle prese con mondi prettamente maschili, ovvero la difficoltà di essere donna, appunto, alle prese con una professione ritenuta impropria per una “gentil donzella”.
Così, anche nel caso della Taro si scopre a malincuore che, almeno all’inizio, a fare notizia non fu il fatto che fosse una brava fotografa, ma che fosse la compagna di Robert Capa.


Che fosse una persona capace di decidere quello che voleva essere, dimenticando quello che il suo tempo riteneva fosse più opportuno per una donna del suo tempo, è sembrato essere solo la cornice del suo vero ruolo: aver portato Capa un passo più vicino al suo successo.
In realtà il suo lavoro, non meno di quello dei suoi colleghi uomini, servì a tenere viva la memoria di un periodo infelice della storia di Spagna, così come servì a ricordare e precisare ancora una volta, che la macchina
fotografica non era prerogativa maschile, e che anche una donna, in anni in cui era quasi impensabile, poteva raccontare la guerra da vicino.
Comunque, dopo questa riflessione un po’ amara, ecco di cosa vi vorrei parlare, dell’ultima nata, una graphic novel che cerca di raccontare la storia di Gerda Taro in modo diverso, sicuramente leggero, unendo due diversi tipi di immagini, in fondo rivali fin dai tempi che furono, disegni e foto (in questo caso quelle scattate dalla stessa protagonista della nostra storia).
Qual è il risultato?
Una vita raccontata in modo superficiale, che lascia intravedere gli eventi attraverso poche pagine, in cui immagini e parole si alternano e si sovrappongono, senza occupare però, a mio avviso, lo spazio necessario per
parlare della vita della Taro.

Taro in Spain, July 1937 Leica camera and 5cm Summar lens


Forse il risultato sarebbe stato migliore se, invece di cercare l’intera vita di una donna, l’autrice si fosse concentrata su di un piccolo pezzetto della stessa, approfondendone gli aspetti meno indagati e meno noti.
Interessante però è la struttura del racconto per la quale, una prima parte ricorda vecchi libri di grandi autori, in cui viene fatta una rapida carrellata degli eventi più importanti che hanno segnato la vita del personaggio di cui
si sta parlando: dalla nascita alla morte, attraverso i funesti eventi che ne segnarono l’esistenza; poi il racconto a fumetti ci parla di come la Taro arrivò alla fotografia, dal suo incontro con Capa, al momento in cui si
separarono e fino alla sua morte. Questa rimane la parte migliore del piccolo volume, se non altro per l’idea di partenza e per i disegni, che
personalmente trovo molto belli. Il lavoro si chiude col tentativo di raccontare nuovamente chi era la Taro e cosa volle fare della propria vita.
Letto velocemente e poi riletto con più calma, la sensazione che rimane addosso è quella di una storia raccontata a metà, non adatta a coloro che conoscono già chi era la protagonista, molto adatta a chi vuole approcciarsi per la prima volta ad un modo diverso di raccontare una storia e e chi, non conoscendo la Taro e non avendo mai letto nulla su di lei, voglia avvicinarsi con cautela al personaggio, decidendo se approfondirne la conoscenza o lasciar perdere.
Se è meglio de “La ragazza con la Leica”?
Si tratta di due testi completamente diversi, e che non ritengo in nessun caso indispensabili, sicuramente però il libro della Vivan rappresenta un piacevole passatempo e un bell’esperimento, che può generare curiosità e
spingere ad approfondire la conoscenza del personaggio, della donna e della fotografa soprattutto.
Per l’acquisto cliccate qui
Qui invece la biografia
E un libro nel quale, invece, vale davvero la pena buttarsi se, della Signora Taro, volete conoscere la storia:
Eccolo qui

Gerda Taro una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola

Colpire Robert per educare tutti…

(di quanto sia difficile diventare un’icona, ma soprattutto rimanere tale!)

Una foto di cui si è parlato e si continua a parlare tanto; una foto che, vera o “falsa” essa sia, ormai è un’icona e ricorda un uomo diventato un’icona della fotografia.

Dunque è stata la copertina a catturare la mia attenzione e poi il titolo: “(qui il link per l’acquisto

Mi sono chiesta banalmente: “ a chi mai verrebbe in mente di processare un’icona? È un’icona, è immortale, non si può fare nulla contro di lei, anche nel caso in cui ci si dovesse rendere conto che era qualcosa di diverso da quello che si pensava fosse!”

Così è stata stimolata la mia curiosità.

Un libro di facile lettura, veloce e molto chiaro, che racconta le vicissitudini di un’immagine, del suo autore e della caccia alla verità. Il testo è suddiviso in tre parti, attraverso le quali Vincent Lavoie spiega come sia cambiato il metodo di analisi delle immagini e quali siano stati, nel tempo, gli strumenti utilizzati per verificare l’autenticità o meno di uno scatto, ma racconta più ancora come, attraverso l’ossessione per un’immagine, sia cambiato l’approccio al concetto di autenticità, agli strumenti di verifica della stessa e al concetto di etica  nel fotogiornalismo.

Le tre parti in cui viene suddiviso il testo raccontano in sostanza tre diversi metodi di verifica di autenticità: il ricorso alle prove testimoniali, il ricorso alle prove documentali e infine il ricorso alle perizie criminalistiche sull’immagine, e attraverso l’analisi di questi tre metodi e della loro fallibilità racconta il travagliato destino di un’immagine diventata icona, ma anche gli scossoni che hanno fatto traballare la credibilità di uomo che si pensava non potesse essere messo in discussione, meno che mai utilizzando il suo stesso lavoro.

Chi era Robert Capa, come sono stati realizzati i suoi scatti migliori, quanto fosse onesto intelletualmente, tutto sembra dover passare attraverso l’autenticità di un singolo scatto, il Miliziano colpito a morte, uno degli scatti più discussi e noti della storia del fotogiornalismo.

Da parte mia, mi chiedo se sia davvero così importante quanto un’immagine sia reale, e se non sia invece più importante che rappresenti il reale: di miliziani morti ce ne saranno sicuramente stati tanti in quel giorno del 1936, se anche la sola che ne rappresenta una fosse stata costruita a tavolino, per raccontare quello che accadeva ogni giorno, sarebbe davvero così aberrante eticamente?

Che quanto accada venga raccontato attraverso immagini “costruite” piuttosto che reali, è davvero così eticamente scorretto?

Sicuramente la domanda avrebbe risposte diverse nel momento in cui dovesse cambiare il soggetto a cui venisse sottoposta, in base soprattutto al tipo di approccio alla fotografia e in base all’esperienza personale, ma di fatto è questa la vera domanda a cui cerca di rispondere il testo e tutto il lavoro di ricerca fatto attorno allo scatto di Capa: “Cos’è autentico e cosa non lo è nel fotogiornalismo? Cos’è etico e cosa invece non lo è nel fotogiornalismo? Ciò che è autentico, necessariamente è anche etico e viceversa?”

Se risponde alla domanda?

Se guardate alla domanda da fotogiornalisti, probabilmente si!

Quindi, leggetelo, sbattete la testa contro il muro e trovate la vostra risposta, perché in realtà una risposta sola non c’è, nemmeno se siete fotogiornalisti a mio modo di vedere!

E voi che pensavate parlasse della foto di Capa, leggetelo lo stesso, perché parla anche di quello!

Di Annalisa Melas

Robert Capa, il miliziano

La stupidità fotografica.

Di Annalisa Melas

Si presenta così, e così lo continuerete a immaginare fino alla fine del libro di cui vi parlerò.

Ando Gilardi

Ma prima una premessa è dovuta e riguarda il termine “stupidità”: il termine che deriva dal latino “stupere”  aveva  in origine due accezione diverse: indicava infatti sia la persona che, improvvisamente stupita da qualcosa, si trovava in una condizione passiva indotta  da stupore, ma anche  una persona che esprimeva persistente lentezza e carenza nel comprendere.

Il significato della parola ha poi subito numerose deformazioni nel corso della storia, fino a diventare ai giorni nostri quasi sinonimo di idiozia.

Lascio a voi il decidere a quale delle accezioni si rifaccia l’autore.

Ma veniamo al libro, si tratta de “La stupidità fotografica” di Ando Gilardi edito da Johan & Levi editore, curato da Patrizia Piccini

Dell’autore e fotografo trovate i riferimenti all’interno del sito (https://saramunari.blog/2015/01/29/musa-consiglia-meglio-ladro-che-fotografo-di-ando-gilardi/), pertanto passo direttamente a parlarvi del contenuto, che nulla ha a che vedere con l’aspetto fisico dell’oggetto, infatti un libro che all’apparenza si presenta  innocuo, piccolo e leggero con la sua rassicurante copertina azzurra e il titolo elegantemente scritto in alto sulla destra con sobri caratteri neri, si dimostrerà acuto e sfrontato.

Già dopo le prime righe si farà largo in voi il dubbio circa il contenuto del libro e l’impressione iniziale, legata all’estetica  apparentemente leggera, verrà schiaffeggiata da una sfacciata insolenza della forma e del contenuto.

Da parte mia la sensazione che ho avuto fin da subito è stata quella di trovarmi di fronte a un autore dotato contemporaneamente dell’ironia del vecchio Nadar e dell’irriverenza di Pino Bertelli (che accoppiata però a ben pensare!)

Ma cosa ci racconta Ando col suo stile inconfondibile?

Ebbene ci dice cos’è la stupidità in fotografia secondo lui e ci spiega da cosa deriva, lo fa partendo dal problema dell’origine della rappresentazione delle immagini e spostando  la nascita della fotografia indietro di anni,  riconducendola al momento in cui si iniziarono a produrre immagini volatili che si perdevano non appena veniva a mancare la luce, a quando insomma non  si era ancora in grado di fissarle su un supporto che ne permettesse la conservazione nel tempo.

Ci racconta la stupidità nascosta dentro un utilizzo inconsapevole dei termini che vengono normalmente usati per raccontare la fotografia, e sollecitando i tanti sedicenti insegnati di fotografia a conoscere i termini prima di addentrarsi nel mondo delle immagini riprodotte.

Continua buttandosi sui fotografi, giudicando poco furbo l’approccio aggressivo e di rifiuto che hanno davanti alla velocità con la quale gli strumenti utilizzati per fotografare si evolvono a livello tecnologico, con una vena critica che rivolge anche a se stesso, sostenendo che rivoltarsi contro le innovazioni non fa bene alla fotografia, perché crea uno spazio vuoto fra coloro che hanno fatto fotografia prima di quell’innovazione e coloro i quali hanno iniziato e iniziano a farlo dopo, provocando una perdita di possibilità ai primi e una presunzione di conoscenza nei secondi che rende tutti “stupidi”.

E continua così per tutto il libro, rimescolando le carte e sollevando dubbi laddove per molti anni sono state viste certezze.

Ma la più grande e banale delle anomalie che rileva Il nostro buffo autore riguarda l’approccio che hanno i fotografi alla possibilità generata dallo sviluppo tecnologico di produrre un numero sempre maggiore di immagini, secondo Gilardi infatti, questa possibilità dovrebb’essere vista un po’ come se fosse stata data alla fotografia la possibilità di produrre migliaia di monete d’oro piuttosto che una, e la stupidità risiederebbe in coloro i quali, piuttosto che apprezzare le possibilità di arricchimento del patrimonio di immagini a disposizione dell’essere umano, lo giudicano solo fonte di immondizia visibile agli occhi.

Si dovrebbe in sostanza aspirare, non a un ritorno al passato e ad una produzione limitata di immagini, ma piuttosto ad una presa di consapevolezza tale delle persone che producono immagini, da aumentare a dismisura la quantità di buona fotografia disponibile.

Se ci pensate poi dovrebbe essere stimolante per tutti coloro i quali si buttano a capofitto nel mondo della fotografia, sapere di avere una marea di immagini sempre nuove e ben fatte da osservare e da utilizzare come incentivo per  creare lavori di qualità sempre maggiore; dovrebbe essere quello in cui sperano tutti coloro che amano la fotografia e la rispettano: vederla diventare qualcosa per cui si debba essere formati e della quale si debbano conoscere il linguaggio che utilizza e la storia, per poterla praticare degnamente e insegnare.

Di tutto questo e di molto altro ci parla l’autore spingendoci a riflettere sempre e comunque su quello che facciamo con o senza macchina fotografica in mano.

Sperando di aver incuriosito e non annoiato vi lascio con questa riflessione, che non è l’unica ma è sicuramente l’ultima e più pungente: leggere il libro immaginando l’autore come un “anziano babbo natale con la lingua fuori” è stata un’esperienza illuminante su come l’immagine di chi ha prodotto il messaggio e lo stile con cui l’ha trasmesso , (che sono poi il vestito del messaggio) possano ingannare sul contenuto tutt’altro che balordo e stupido del testo, come a dire: non fermatevi mai alla superficie in fotografia, ma nemmeno nelle cose di ogni giorno perché, dopo una lettura superficiale, sotto il primo strato di pelle delle cose, potrebbe esserci qualcosa che sarebbe un peccato perdere solo per aver scelto di fermarsi alle apparenze.

Qui il link per l’acquisto

E qui il link alla fototeca Ando Gilardi dove potete trovare diverso materiale sull’autore: http://www.fototeca-gilardi.com/info/

Di Annalisa Melas

Poesia e fotografia

Poesia e fotografia di Bonnefoy Yves, testo di
Annalisa Melas


Poesia e fotografia
di Bonnefoy Yves (Autore)
Per l’acquisto

I poeti, si sa, sono strani, per dire una cosa  costruiscono castelli di parole, architetture fuori tempo che a volte stentiamo a comprendere, e Yves Bonnefoy, l’autore del libro di cui mi appresto a parlarvi, è un poeta.

Quindi una prima cosa di questo piccolo comodo libricino la potete già intuire: la sostanza non sarà mai priva di forma, una forma a tratti straordinariamente immediata, a tratti un tantino complicata.

Ma cosa ci racconta Bonnefoy a modo suo?

Ci racconta il rapporto che ebbe la fotografia con la letteratura dell’epoca, e come venne percepita la giovane e rampante fotografia, nel periodo in cui iniziava a farsi spazio nel mondo, da coloro i quali erano impegnati con le parole.

Secondo l’autore infatti, la nascita di immagini capaci di riprodurre la realtà e fissarla (almeno così si credette in un periodo nel quale a fissare immagini ci pensavano pittori e vignettisti) avveniva e ben si intersecava con ciò che avveniva sull’altra sponda del fiume, dove poeti e scrittori stavano affrontando l’avvento del nulla e con esso la ricerca dell’assoluto, e lo faceva riportando tutte le cose del mondo alla loro forma essenziale, strappandole al tempo e trasferendole in un’altra dimensione, quella di un luogo diverso nel quale diversamente non avrebbero mai potuto trovarsi.

 Spiega infatti Bonnefoy: [..] Ciò che colpisce è che su una lastra di rame si ottiene una riproduzione tanto completa quanto esatta di ciò che prima di quel momento si sarebbe potuto vedere solo nelle sue tre dimensioni, e dunque che questo “fuori”, questo continuo mutare, è stato ora fissato, e li rimarrà, immobilizzato,in questa nuova immagine singolare.

Ma perché la fissazione è così importante? […] Perché essa permette a cose che non potrebbero che essere considerate ciascuna in sé e per sé di coabitare in modo permanente insieme ad altre percepite allo stesso modo, e di abbandonare così il loro piano di realtà in movimento temporale, per esistere sul piano delle immagini […].

Per avvalorare la sua tesi l’autore si avvale della collaborazione di grandi personaggi dell’epoca; dal suo magico cilindro  si srotolano due vie: una sulla quale mette Mallarme (spinto avanti Allan Poe) e Nadar (il nostro buffo straordinario Nadar), l’altra sulla quale camminano fianco a fianco Maupassant e Atget.

Lungo entrambe le strade cerca di mettere in relazione il tipo di immagini che venivano prodotte dai fotografi, con l’uso che veniva fatto delle parole dagli scrittori; lo fa lui perché io credo che l’intento di scrittori e fotografi  fosse diverso, da un lato infatti c’era un’arte antica, la scrittura che passando attraverso i secoli aveva cercato e ragionato su stessa e sull’essere umano, mentre dall’altro c’era un giovane strumento figlio della scienza che avrebbe rivoluzionato il modo di percepire il mondo e le persone e rispetto all’utilizzo del quale iniziavano ad essere fatti i primi ragionamenti.. Del resto, mentre Mallarme volontariamente cerca di distruggere le cose portandole all’essenzialità di ciò che sono, per poi risalire a qualcosa di infinitamente profondo, dall’altro Nadar, utilizzando quello strumento, capace mostrando i dettagli, di ridurre le cose del mondo a linee e forme essenziali, riproducendo i volti delle persone e i loro sguardi, va al di là della loro presenza fisica, restituendo dignità a qualcosa che probabilmente ne era ormai ritenuto privo.

Ci sono poi Maupassant e Atget seduti l’uno accanto all’altro nell’immaginario mondo del nostro moderno poeta, loro si occupano dell’atmosfera che avvolgeva le strade di Parigi, loro… Va beh dai, leggete il libro, se no a voi cosa rimane?

Vi lascio solo l’immagine di uno accanto a un frammento di testo dell’altro, e lascio che sia l’immaginazione, per il momento, a mostrarvi cosa hanno in comune immagine e testo.

Bonnefoy Yves

 “Davanti a ciascuna luce del marciapiede le  carote        s’illuminavano in rosso, i navoni s’illuminavano in bianco, i cavoli s’illuminavano in verse; e passavano una dietro l’altra quelle carrette rosse d’un rosso fuoco, bianche d’un bianco d’argento, verdi d’un verde smeraldo. Le seguii, poi svoltai per la rue Royale, e tornai sul boulevard. Nessuna persona, nessun caffè illuminato; soltanto qualche passante in ritardo che s’affrettava. Non avevo mai visto Parigi così morta, così deserta.

                                                                (da La Notte di Guy De Maupassant)

Per l’acquisto

Cos’è rimasto a me invece? A me è rimasta, sospesa nell’aria della stanza, l’atmosfera che si respirava a metà ottocento per le strade di Parigi e la consapevolezza di un legame in alcuni casi inconsapevole, in altri meno, fra due forme di comunicazione così diverse e così intimamente legate dal loro vivere e realizzarsi in uno stesso periodo storico.

Ciò a dire che la fotografia (come la pittura, la musica o la scrittura) non potrà mai essere compresa davvero se tolta dal contesto specifico nel quale viene realizzata.

Provate a fare anche voi questo viaggio vi sorprenderà.

Di Annalisa Melas

Per l’acquisto

Il primo libro di fotografia.

Se dovessi descrivere le condizioni ideali per affrontare questa lettura, non potrei che pensare a una copertina di pile sulle gambe, un foglio di carta, una penna, una tisana fumante e un bel po di tempo a disposizione, per poter affrontare con la dovuta calma e la necessaria attenzione una lettura sicuramente impegnativa, ma anche piena di stimoli.

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Storytelling, i lavori degli alunni del mio corso.

Ciao a tutti, ecco i progetti dei miei studenti elaborati durante il corso di Storytelling.

Sono molto fiera di loro. Partire da zero e creare un portfolio che soddisfi prima di tutto chi si è impegnato a seguirti, è una bellissima soddisfazione.  Purtroppo non sono i lavori di tutti i ragazzi…

Spero piacciano anche a voi. I progetti sono in ordine sparso.

Ciao Sara


“Andrea su questo pianeta” Alessandro mazzola

Premessa:
Andrea è mio nipote. Ha 23 anni e soffre di un ritardo dovuto ad un problema avuto al momento della nascita. La sua “diversità” lo porta a non esprimersi in modo corretto e, in generale, a non essere completamente autosufficiente nella vita di tutti i giorni. Frequenta un istituto per ragazzi come lui che lo impegna durante il giorno nella preparazione di dolci, in attività fisiche e ricreative.
Andrea ha una sorella, Simona, di 19 anni. I suoi genitori sono Fulvio e Daniela, mia sorella. Nel realizzare la mia storia mi sono ispirato a “Il piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry.
Con “Andrea su questo pianeta” vorrei raccontare la sua quotidianità fatta di semplici gesti, ripetitivi, a cui lui è molto affezionato. Uno dei “temi” o messaggi dello storytelling vorrei che fosse, come nel racconto di Saint-Exupery, l’importanza che devono avere i legami, le cose semplici rispetto alle cose futili e superficiali a cui tutti tendiamo a dare importanza.

Sinossi “Andrea su questo pianeta”
Andrea è arrivato su questo pianeta per insegnarci il valore delle cose semplici. Non si è mai preparati quando un fiore con qualche petalo in meno arriva nel nostro giardino. A volte ci si chiede “perché?” e ci si domanda “cosa faccio ora?” e poi con il tempo la Sua quotidianità diventa la Tua.
Fatta di gesti semplici e ripetitivi: giocare con le matite smangiucchiate, passeggiare al parco, aiutarci nella spesa al supermercato, fare un giro in macchina e manipolare le carte con i nonni.
Appena prima mettersi le ciabattine per stare più comodo. E appena dopo mettersi in poltrona davanti al “51”, il suo canale preferito, dove poter guardare con dolce attenzione il meteo ed il telegiornale. Come se ad Andrea importasse ciò che accade nel mondo e l’avanzare dello stagioni quasi a sdrammatizzare il riflesso dei pensieri della sua famiglia sul “domani” e su ciò che lo circonda.
Andrea richiede una forma di addomesticamento gentile. I suoi occhi azzurri ti insegnano che è nelle cose di tutti i giorni, semplici, che si nasconde il vero senso di ciò per cui siamo qui su questo pianeta. E lui, un piccolo principe dei giorni nostri, ti porta nel suo mondo. Alla sua famiglia è chiesto di prendersi cura di questa rosa, a voi, che scorrerete le sue fotografie, di pensare a questo racconto, rallentare per un attimo e sorridere delle superflue necessità perché l’essenziale è invisibile agli occhi.

Il progetto di Alessandro è diventato un bellissimo libro che potete vedere in parte qui:

Epilogo
Andrea frequenta il Centro Diurno Disabili (CDD) Ferraris un centro accreditato dalla Regione Lombardia, specializzato nella proposta di attività sociali e sanitarie per persone con disabilità grave. Il CDD Ferraris si colloca all’interno di una Cooperativa di solidarietà sociale denominata “Cascina Biblioteca” una realtà aperta al territorio, luogo di incontro e aggregazione, e allo stesso tempo una realtà specializzata nell’offrire risposte a persone con fragilità.

Cascina Biblioteca Società Cooperativa Sociale Di Solidarietà A R.L. Onlus.
Via Casoria, 50 – 20134 Milano (MI)
Tel: 0221591143 – Fax: 0221592427
Email: cascinabiblioteca@cascinabiblioteca.it

Alcuni brani estratti dal libro “Il Piccolo Principe”
“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”
“Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare.”
“Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice.”
“’Da te, gli uomini’, disse il Piccolo Principe, ‘coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano… E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua… Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore’.”

Alessandro Mazzola
3338895064
mazzola.alessandro@gmail.com
Contatto Alessandro


 

Di stanze siderali – Daniela Borsari

Con questo lavoro voglio raccontare i miei sentimenti di fronte alla violenta trasformazione del rapporto con mio figlio.

E’ una storia di nostalgia per una relazione affettuosa e serena; di solitudine per i muri posti con le parole, i gesti, la tecnologia; di disorientamento di fronte al nostro caos emotivo ed al disordine interiore ed esteriore che ne deriva.

E’ una storia di alternanza di allontanamenti e rari avvicinamenti, di distanze siderali e sfuggenti momenti di intimità e delle strategie utilizzate per sopravvivere a questa incredibile tempesta.

Il lavoro si compone di un video: “Once Upon a Time”, a cui seguono le fotografie.

 

Contatti e Sito Daniela Borsari


 

Questo gioco lento – Margherita Bertoldo

L’idea di fotografare i soci e le attività del Circolo Anziani del paese in cui vivo, Meolo, era nata per offrire una testimonianza e un ricordo per loro e per le generazioni future. Con il passare dei mesi la conoscenza sempre più approfondita degli anziani mi ha permesso di non fermarmi alle apparenze dei molteplici passatempi che svolgono, ma di comprendere i loro stati d’animo, desideri, difficoltà che ho cercato quindi di interpretare con le foto. Il “gioco lento” quindi, è il gioco delle carte, delle bocce, della ginnastica, della tombola, svolti con ritmi costanti e abitudinari, ma anche di una vita che non vuole sbiadirsi, di nostalgie di giovinezza, di sogni di libertà che spesso si scontrano con l’inevitabile declino. La lentezza è forse un modo per fermare il tempo che avanza, per nascondere una sottile e costante paura che si insinua tra i momenti di gioia e i pensieri per l’avvenire.

Contatto di Margherita Bertoldo mail  ghitab@libero.it


Annalisa Melas

AddA

Il Mondo è spesso ingombrante e la frenesia, che caratterizza la quotidianità, lascia poco spazio alla libertà di vivere assecondando le vie dell’immaginazione.

Questo lavoro vuole portare via, creando un “non-luogo” in cui tutto è leggero ed impalpabile, dove il silenzio può essere un piacevole passatempo e la leggerezza una culla, nella quale riposare dalla quotidianità.

– “Arrivederci mondo” – ho sempre pensato iniziando a percorrere le sponde del fiume, lasciandomi alle spalle un mondo pieno di rumore, dove tutto passava in fretta togliendo il piacere delle piccole cose e – “benvenuta leggerezza” – ho pensato, lasciandomi cullare dal tempo, dalla luce e dall’acqua.

Ho scelto l’Adda, perché nello scorrere discreto di alcuni suoi tratti è facile perdersi: abbandonarsi al silenzio e svanire lasciando alla luce che rimbalza sull’acqua, costringendo gli occhi a socchiudersi, il potere di dar vita ad immagini che vanno al di là del luogo reale in cui si sta camminando.

 

Arrivasti all’attracco di un battello,

nemmeno troppo sicura di dove, quel viaggio, t’avrebbe condotta.

Quà e là i segni lasciati dall’uomo, ma non l’uomo.

Terra di confine, punto di congiunzione per due mondi lontani:

un mondo lontano dal cuore, il cuore lontano del mondo.

Cerchi d’acqua di vite segrete,

luce, che avvolge i rumori e riporta

in vita, il tempo intimo dei pensieri.

Appare quasi all’improvviso il non-luogo sognato nei sogni:

perdi la rabbia, il dolore

si lascia cullare dall’acqua,

raccogli i rumori e li nascondi dietro bagliori di luce disarmanti.

E la luce decide, continuando a giocare in superficie:

prende in giro la realtà

sfumando i contorni delle cose,

mentre l’acqua scorre cheta verso il mare, avvolta dalle braccia della terra,

mostra al cielo se stesso,

confondendo gli sguardi.

Respiri e sospiri, camminando lentamente accanto all’acqua.

Si ferma il tempo,

due mondi si fondono e confondono.

Muovendo ancora i piedi vola via

l’ultimo residuo di realtà,

Luce evoca Bellezza: ferisce lo sguardo liberando i sogni e l’immaginazione.

Contatto Annalisa


 

Christian Roveda – Ti vedo

” Il teleschermo riceveva e trasmetteva simultaneamente. Qualsiasi suono che Winston avesse prodotto, al disopra d’un sommesso bisbiglio, sarebbe stato colto; per tutto il tempo, inoltre, in cui egli fosse rimasto nel campo visivo comandato dalla placca di metallo, avrebbe potuto essere, oltre che udito, anche veduto. Naturalmente non vi era nessun modo per sapere esattamente in quale determinato momento vi si stava guardando.”

1984 – Orwell

Sono passati più di trent’anni da quel 1984, anno in cui si sarebbe dovuta verificare la “profezia” di Orwell, ma il tempo è arrivato. Non è possibile camminare, parlare, appartarsi o fare qualsiasi cosa senza essere costantemente sotto gli occhi vigili delle telecamere.

Di sicurezza o di controllo, nessun attimo della nostra vita è immune da un occhio che ci spia e memorizza tutti i nostri gesti, tutte le nostre parole e forse tutti i nostri pensieri.

Contatto Christian 


 

Lorenzo Pasquali – Nel buio del mare

Questo portfolio riflette un mio percorso interiore alla ricerca di mondi paralleli, fantastici e surreali, fatti di luce, di buio e di acqua in cui si possono percorrere sogni alienanti, a tratti anche spaventosi.

Nel mio viaggio lungo gli scenari della mia infanzia ho ricercato immagini che rievocassero i film fantastici della mia gioventù.

In molti casi questi stessi scenari riattivavano in me un misto di paura e terrore ma soprattutto di curiosità, che ho cercato di trasmettere attraverso le foto che ho scattato.

Contatto Lorenzo


 

Albertina Vago – ABCD

Perché questo libro?

Perché il lettore possa percepire cosa significa vivere in un mondo che sembra non vederti più.

L’afasico diventa “invisibile”

L’idea si sviluppa attorno a un lavoro creativo che Andrea ha sviluppato utilizzando le competenze acquisite nella nuova realtà.

Le angosce derivate dalla convivenza con la difficoltà di comunicare col linguaggio sono diventate più accettabili quando nasce interesse, anzi passione per disegno ed incisione.

E’ questo che può ridare entusiasmo .

E’ questo che Andrea vuol dire a chi deve ricominciare dall’ABCD.

Nelle immagini possiamo sentire tutta la solitudine e l’isolamento di chi  non sembra più essere accettato della società.  Ma non c’è disperazione, qualche volta rabbia sì, ma sempre speranza di porte che anche se chiuse si possono sempre aprire quando si voglia veramente ricominciare .

Ecco alcune delle immagini del libro

SE NON PARLI NON SEI NESSUNO

La frase è di Don Milani ed è il titolo perfetto per parlare e informare sugli aspetti e le problematiche legate all’afasia, un dramma che colpisce circa 20.000 persone all’anno in Italia.

E’ un male sconosciuto che isola dalla società le persone colpite. Solo una rieducazione adeguata può migliorare a diversi livelli la loro condizione di vita.

Fino a poco fa, probabilmente non avevate mai sentito parlare di afasia (letteralmente assenza di linguaggio), né tanto meno incontrato una persona afasica.

Quando, a causa di una lesione cerebrale, una o più componenti del linguaggio sono danneggiati, siamo di fronte ad afasia che provoca incapacità ad usare il linguaggio. La persona non riesce ad esprimersi o a volte anche a comprendere ciò che gli viene detto soprattutto quando si trova nel rumore o in presenza di chi parla velocemente. Parlare, trovare le parole giuste, capire ciò che gli altri dicono, leggere, scrivere, produrre e capire gesti significativi sono solo alcuni esempi dell’uso del linguaggio.

Spesso il disturbo si associa ad una paralisi della metà destra del corpo e ad altri sintomi, quali ad esempio difficoltà di attenzione o di memoria Si prova la stessa sensazione di non comprendere o non potersi esprimere in una lingua straniera. Le persone colpite hanno un problema simile nella vita di ogni giorno, proprio perché hanno perso la funzione del linguaggio.

L’Afasia può presentarsi in forme diverse, sia da un punto di vista quantitativo (gravità del deficit), che qualitativo, a seconda della sede e dell’estensione della lesione cerebrale. Altri fattori che possono rivestire un ruolo importante nel caratterizzare il quadro sono la competenza linguistica e la personalità. Alcuni soggetti non hanno difficoltà a comprendere il linguaggio, ma non riescono a trovare le parole per esprimersi e costruire delle frasi corrette. Altri invece hanno un linguaggio fluente ma difficile da comprendere a causa degli errori sia a livello di singole parole che di frasi; di solito in questi ultimi vi è un deficit di comprensione del linguaggio scritto e parlato. Nella maggior parte dei casi il quadro afasico si situa fra questi due estremi.

Un punto importante è che i pazienti afasici mantengono intatta l’intelligenza e non devono essere confusi o trattati come sordi o dementi!

Solitamente il quadro afasico tende a migliorare spontaneamente nei primi tempi dopo l’evento traumatico, anche se il recupero non è completo   e solo attraverso l’impegno del paziente e l’aiuto della logoterapia, si può avere un ulteriore continuo miglioramento del deficit afasico.

Senza la ricerca e l’impegno della Prof.Anna Basso nello studio dell’afasia condotto negli anni, forse molti pazienti non avrebbero potuto recuperare fino ai risultati un tempo impensabili. La sua ricerca ha fatto scuola ed ha addestrato ottimi logopedisti che possono solo essere ringraziati per l’impegno e la capacità di fare recupero mirato per ogni situazione.

Il lavoro di Albertina Vago è sfociato in un bellissimo libro:

Anna Basso: la parola alle persone afasiche – oppure vai ai link seguenti.

Video prima parte by: www.youtube.com/watch?v=llxvA5GJvho

Seconda parte: www.youtube.com/watch?v=AgEUH9aoHU0

A.I.T.A. Associazione Italiana Afasici (www.aita-onlus.it).

Associazione Nuovamente Lecco: www.nuova-mente.net/mostravelatamente.htm

Contatto di Albertina

Ciao a tutti e grazie per la visione! Sara