Nell’era dei selfie, vi presento Cindy Sherman

L’artista che vi voglio presentare oggi è Cindy Sherman, famosa per i suoi autoritratti pop e dissacranti, che prendono spesso di mira gli stereotipi femminili. Una grande.

Buona visione

Anna

 

 

 

Cindy Sherman (Glen Ridge, 19 gennaio 1954) è un’artista, fotografa e regista statunitense, conosciuta per i suoi autoritratti concettuali (self-portrait).

Poco tempo dopo la sua nascita, la famiglia lasciò il New Jersey per trasferirsi a Huntington, Long Island. Cindy Sherman cominciò a interessarsi di arti visive già al college (SUNY Buffalo), dove cominciò a dedicarsi alla pittura, che però abbandonò presto per dedicarsi alla fotografia. Insieme a Longo (Compagno di studi), a Charls Clough e altri artisti fonda la galleria d’arte Hallwalls. Per un breve periodo si focalizza sulla pittura dipingendo in maniera realista copie di foto tratte da riviste e ritratti. Quando in America ci fu la contestazione femminile, Sherman si appropria dello stereotipo maschilista della donna sensuale, lo interpreta in prima persona per riutilizzarlo in chiave ironica. Usa lo stereotipo per eliminare lo stereotipo.

Nel 1995, Sherman ha ricevuto uno dei prestigiosi premi MacArthur Fellowships, conosciuti come “Genius Awards.” Nel 2006 ha creato una serie di pubblicità di moda per il designer Marc Jacobs. Nell’autunno del 2011 MAC, azienda leader nella produzione di cosmetici professionali, esce con una collezione i cui poster pubblicitari ufficiali sono delle caratterizzazioni della Sherman.

Attualmente lavora a New York.

Sherman produce serie di opere, fotografando se stessa in una varietà di costumi. In serie recenti, datate 2003, si presenta come clown. Sebbene la Sherman non consideri il proprio lavoro femminista, molte delle sue serie di fotografie, come “Centerfolds,” (1981), richiamano l’attenzione sullo stereotipo della donna come appare nella cinematografia, nella televisione e sui giornali.

Cindy Sherman non manipola in alcun modo le sue foto. all’estremità opposta c’è invece la fotografia composta e manipolata, resa finzione. Questa strategia crea una finzione attraverso l’apparenza di una realtà senza soluzione di continuità; la Sherman adotta questo modo al fine di esporre una finzione filmica tramite una serie di fotografie usate come fotogrammi di una pellicola cinematografica.

Le fotografie della donna sono il ritratto di se stessa, nelle quali appare travestita recitando un ruolo. L’ambiguità narrativa è parallela all’ambiguità di se stessa, poiché Cindy Sherman è sia attrice che creatrice della foto. Le immagini create sono tutte riguardanti alcuni stereotipi femminili.

Il ciclo “Untitled Film Stills”
Gli Untitled Film Stills costituiscono una serie fotografica di 69 immagini in bianco e nero e di piccolo formato. Sherman è sia la “regista” che l’attrice protagonista della serie, all’interno della quale intende evocare gli immaginari cinematografici degli anni Cinquanta e Sessanta. Sherman mette a confronto le immagini del cinema hollywoodiano (in particolare del film di serie B e dei film noir) con le immagini del cinema europeo, riproducendone in entrambi i casi gli aspetti meramente visivi.

Gli Untitled Film Stills riproducono gli immaginari del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta e secondo l’artista stessa non si riferiscono esclusivamente al cinema hollywoodiano. L’artista infatti cerca di inserire aspetti visivi del cinema europeo per contrapporli agli schemi del cinema americano. La serie prende in considerazione il cinema come schema di pensiero collettivo e come produttore di immaginario; le immagini generano un doppio livello di finzione che riproducono l’immaginario già di per sé fittizio del cinema.[3] Il fatto interessante nella prima fase di studio della Sherman è il suo voler preservare l’aura e lo stile di autori come Hitchcock, Antonioni e la corrente del neorealismo. L’autrice svolge un’attività di ricerca prendendo come riferimento Greta Garbo, il cinema est-europeo, il cinema muto e il cinema horror. L’immagine prodotta dalla Sherman è una riproduzione del fotogramma cinematografico. utilizzato come un’immagine sospesa; ovviamente, essa fa parte di una serie che produce una specie di narrazione cinematografica volutamente immobilizzata. Nel periodo dell’appropriation art, la riproduzione delle immagini e gli immaginari del cinema sono da intendere come unico riferimento collettivo alla realtà: è proprio ciò che Sherman fa con le sue fotografie, che sfidano il limite della loro esistenza oggettiva, tanto da rendere sfumato il confine con le immagini mediatiche. Possiamo ritrovare nello Still del fotogramma la compresenza di movimento e immobilità. Il fotogramma filmico introduce la frammentazione delle immagini, che non possono quasi mai essere percepite in modo isolato ed impongono allo spettatore di essere osservate nell’insieme. Gli Untitled Film Stills costituiscono un oggetto ambiguo. Essi mimano le fotografie pubblicitarie di film inesistenti costituendone l’unico fotogramma; c’è un’ispirazione generica agli stereotipi hollywoodiani ma nessuna citazione diretta. Emerge un processo di elaborazione dell’identità post-moderna intesa come costruzione immaginaria attraverso concetti di distanza e di sdoppiamento. Le immagini prodotte da Cindy Sherman non si riferiscono a nessun film in particolare, ma si riferiscono all’immaginario cinematografico collettivo e per questo sono definite simulacri: il concetto di ‘originale’ viene meno, proprio in virtù di questa produzione di immagini che nascono come copie prive di una matrice. Nella serie degli Untitled Film Stills, al di là dei riferimenti delle immagini dei libri da lei acquistati e dei suo studi, si serve della sua realtà. Permettendo che altre persone scattino le foto, la Sherman ha la possibilità di tagliarle, modificarle e dare alle immagini la forma voluta. Oltre che nei lavori della Sherman, anche in quelli di Richard Prince e Robert Longo, assume piena centralità l’idea del Film Still come nucleo di narrazione ipotetica da contrapporre e sostituire a quella dei media.

Negli Untitled Film Stills Cindy Sherman, vuole presentare i vari aspetti della donna tramite alcuni scatti. Le immagini che propone, forzano lo spettatore a “spezzare” l’immagine e l’identità che le donne sperimentano ogni volta. Ogni immagine avvicina lo spettatore a costruire la natura della donna, ma allo stesso tempo, avvicinandosi così tanto all’identità femminile, indebolisce questo tipo di costruzione (Stereotipo). C’è una dualità nelle opere della Sherman: da una parte, il fantasticare su ciò che mostra l’immagine, dall’altra la rappresentazione stessa della fotografia. Cindy Sherma, mostrando i tipi di donna e di femminilità, ci offre lo stile di visualizzazione e simultaneamente il tipo di femminilità: questi due aspetti sono inscindibili. L’osservatore non vede la rappresentazione della donna, ma la donna stessa, in quanto l’immagine diviene surrogato della realtà. Ogni posa ed espressione facciale sembrano esprimere un’immisurabile interiorità e una totale identità femminile. I frame congelano i momenti della performance e il senso della personalità è intrappolato nell’immagine stessa; l’espressione facciale è quasi un’impressione della situazione, ed il volto registra una data reazione. Alcune Stills rendono questo concetto molto esplicito (Untitled #96). Esattamente come succede in generale nei media, l’immagine di una donna in lacrime può essere usata per mostrare i sentimenti che determinanti eventi scaturiscono nell’essere umano; è l’evento che dona al viso l’espressione. Untitled Film Stills da definizione ad un momento preciso nella narrativa; in ogni Stills le donne ritratte suggeriscono qualcosa di profondo oltre a loro stesse, non sono mai complete. Non sono necessariamente parte del processo ideologico. Sherman utilizza nelle Stills alcuni dettagli, come ad esempio le labbra socchiuse, che danno un nuovo senso all’erotismo, mostrandone tutta la vulnerabilità al contrario di quello che accade nelle scene di sesso esplicito presenti in alcuni film horror, in cui le donne sono ritratte terrorizzate in posizioni vulnerabili. La vulnerabilità è sempre erotica. Le eroine della Sherman danno sempre l’idea di una donna vulnerabile e spaventata. Cindy Sherman si appropria anche della nostalgia, così come di altri elementi importanti per comporre il suo lavoro.

Un’altra particolarità delle Stills è quella della sessualità ambigua, sottolineata dal comparare le immagini in cui la “modella” è vestita con abiti prima maschili, poi femminili. Ci sono alcuni elementi che producono una lettura mascolina dell’immagine (Stills #112).

La femminilità ha diverse sfaccettature che danno l’idea di una superficie profonda e totale, le donne non devono rimanere intrappolate dietro questa superficie. Il lavoro di ritrattista della Sherman è una parodia dell’immagine che danno i media della donna.

Untitled Film Stills è una vera riorganizzazione e ricodificazione, non è un lavoro che si ferma alla critica della costruzione dell’io, ma una riaffermazione del post moderno; la costruzione si basa su film inesistenti. La sua opera è una rivelazione di stereotipi; imita il look di vari generi cinematografici e non c’è mai la Cindy Sherman reale in queste fotografie.

Dalla metà degli anni sessanta alla fine degli anni settanta, si verificano cambiamenti significativi nel campo delle arti visive e del cinema, e di conseguenza anche il lavoro della Sherman cambia, accentuando un rigore minimalista. In questo decennio inizia una nuova fase di produzione dell’autrice: il modo operativo di lavoro comincia a prendere una direzione più precisa, ricordando il suo lavoro precedente in cui cercò di salvare l’aura degli autori che aveva preso come riferimento. In questa nuova fase lavora con attrici famose come Brigitte Bardot nella Still #13, Jeanne Moreau nella #16 e Sophia Loren nella #35.

Altri lavori
Nel ciclo “A Play of Selves” lavora (richiamando lo stile di Duchamp) sul cambiamento di identità e sull’ analisi delle definizioni dell’apparenza e del genere dettate dai fotografi. Compare sola nelle sue fotografie, giocando con travestimenti, amatorialità e ricerca di sé stessi intesi come diverse entità, rimandando alla fragilità dell’ io di fronte ai meccanismi di identificazione e di riconoscimento sociale. Nel 1975 con il ciclo “Untitled A B C D” lavora sul proprio viso come tela, utilizzando trucco e accessori per assumere connotati diversi.

La sua non è un’indagine su se stessa come quella portata avanti da Francesca Woodman, ma un lavoro sull’identità in generale. Parla di sé stessa con distacco e lavorando su gli stereotipi e sui modelli. Si pensi al ciclo “Bus Rider”, in cui la Sherman reinterpreta con il gioco dei travestimenti le diverse tipologie di persone intente ad aspettare l’autobus, o al ciclo”Hollywood”, in cui lavora sui cosiddetti falliti, quegli individui cioè che hanno mancato il sogno americano; questo lavoro comprende quindi anche una riflessione sul patetico dei sogni che non si riescono a realizzare.

Lavoro molto importante è “Untitled film stills” in cui la Sherman ricrea dei fotogrammi cinematografici, mettendo in scena un’azione o uno stereotipo femminile del cinema americano. Nel 1980 presenta “Rear Screen Projection” in cui si fotografa su vari sfondi proiettati alle sue spalle, usati anche come fonte luminosa per lo scatto.

La Sherman lavora anche nel campo della moda, collaborando nel 1983 con la rivista Interview, Marc Jacobs, e Jurgen Teller; riprende poi il mondo della moda nel ciclo “Centerfold/Horizontals”, in cui reinterpreta delle pagine pubblicitarie, mettendole in scena. nel 1989 con il ciclo “ritratti storici e antichi maestri” si ricollega alla storia dell’arte, incarnando modelli immaginari della storia della pittura.

Dal 1985 con il ciclo “Fairytales”, e “Disasters” la Sherman introduce nel suo lavoro un nuovo elemento, che diventerà poi quasi una costante: i manichini; inizialmente usati per richiamare in maniera grottesca il mondo dei giocattoli, saranno i protagonisti nel ciclo “Sex pictures”, in cui vengono scomposti e utilizzati per reinterpretare scene hard.

 Qua trovate un’intervista pubblicata poco tempo fa su Repubblica.

Fonte “Wikipedia”

Cynthia Morris “Cindy” Sherman (born January 19, 1954) is an American photographer and film director, best known for her conceptual portraits. In 1995, she was the recipient of a MacArthur Fellowship.

She was born in Glen Ridge, New Jersey, the youngest of five children. Shortly after her birth, her family moved to the township of Huntington, Long Island, where her father worked as an engineer for Grumman Aircraft. Her mother taught reading to children with learning difficulties.

Sherman became interested in the visual arts at Buffalo State College, where she began painting. Frustrated with what she saw as the medium’s limitations, she abandoned the form and took up photography. “[T]here was nothing more to say [through painting]”, she later recalled. “I was meticulously copying other art and then I realized I could just use a camera and put my time into an idea instead.”Sherman has said about this time: “One of the reasons I started photographing myself was that supposedly in the spring one of my teachers would take the class out to a place near Buffalo where there were waterfalls and everybody romps around without clothes on and takes pictures of each other. I thought, ‘Oh, I don’t want to do this. But if we’re going to have to go to the woods I better deal with it early.’ Luckily we never had to do that.” She spent the remainder of her college education focused on photography. Though Sherman had failed a required photography class as a freshman, she repeated the course with Barbara Jo Revelle, whom she credits with introducing her to conceptual art and other contemporary forms. At college she met Robert Longo, who encouraged her to record her process of “dolling up” for parties.

In 1974, together with Longo, Charles Clough and Nancy Dwyer, she created Hallwalls, an arts center intended as a space that would accommodate artists from diverse backgrounds. Sherman was also exposed to the contemporary art exhibited at the Albright-Knox Art Gallery, the two Buffalo campuses of the SUNY school system, Media Studies Buffalo, and the Center for Exploratory and Perceptual Arts, and Artpark, in nearby Lewiston, N.Y.

It was in Buffalo that Sherman encountered the photo-based Conceptual works of artists Hannah Wilke, Eleanor Antin, and Adrian Piper.[11] Along with artists like Laurie Simmons, Louise Lawler, and Barbara Kruger, Sherman is considered to be part of the Pictures Generation.

Sherman works in series, typically photographing herself in a range of costumes. To create her photographs, Sherman shoots alone in her studio, assuming multiple roles as author, director, make-up artist, hairstylist, wardrobe mistress, and model.

Early work
Bus Riders (1976–2000) is a series of photographs that feature the artist as a variety of meticulously observed characters. The photographs were shot in 1976 for the Bus Authority for display on a bus. . Sherman uses costumes and make-up to transform her identity for each image, the cutout characters were lined up along the bus’s advertising strip. Other early works involved cutout figures, such as the Murder Mystery and Play of Selves.

In her landmark photograph series, the Untitled Film Stills, (1977–80), Sherman appeared as B-movie and film noir actresses. When asked if she considers herself to be acting in her photographs, Sherman said, “I never thought I was acting. When I became involved with close-ups I needed more information in the expression. I couldn’t depend on background or atmosphere. I wanted the story to come from the face. Somehow the acting just happened.”

Many of Sherman’s photo series, like the 1981 Centerfolds, call attention to the stereotyping of women in films, television and magazines. When talking about one of her centerfold pictures Sherman stated, “In content I wanted a man opening up the magazine suddenly look at it with an expectation of something lascivious and then feel like the violator that they would be looking at this woman who is perhaps a victim. I didn’t think of them as victims at the tim… Obviously I’m trying to make someone feel bad for having a certain expectation”.

She explained to the New York Times in 1990, “I feel I’m anonymous in my work. When I look at the pictures, I never see myself; they aren’t self-portraits. Sometimes I disappear.” She describes her process as intuitive, and that she responds to elements of a setting such as light, mood, location, and costume, and will continue to change external elements until she finds what she wants. She has said of her process, “I think of becoming a different person. I look into a mirror next to the camera…it’s trance-like. By staring into it I try to become that character through the lens … When I see what I want, my intuition takes over—both in the ‘acting’ and in the editing. Seeing that other person that’s up there, that’s what I want. It’s like magic.”

The Untitled Film Stills
The series Untitled Film Stills, 1977–1980, with which Cindy Sherman achieved international recognition, consists of 69 black-and-white photographs. The artist poses in different roles and settings (streets, yards, pools, beaches, and interiors), producing a result reminiscent of stills typical of Italian neorealism or American film noir of the 1940s, 1950s and 1960s. She avoided putting titles on the images to preserve their ambiguity.Modest in scale compared to Sherman’s later cibachrome photographs, they are all 8 1/2 by 11 inches, each displayed in identical, simple black frames. Sherman used her own possessions as props, or sometimes borrowed, as in Untitled Film Still #11 in which the doggy pillow belongs to a friend. The shots were also largely taken in her own apartment. The Untitled Film Stills fall into several distinct groups:

The first six are grainy and slightly out of focus (e.g. Untitled #4), and each of the ‘roles’ appears to be played by the same blonde actress.
The next group was taken in 1978 at Robert Longo’s family beach house on the north fork of Long Island. (Sherman met Longo during her sophomore year, and they were a couple until late 1979)
Later in 1978, Sherman began taking shots in outdoor locations around the city. E.g. Untitled Film Still #21
Sherman later returned to her apartment, preferring to work from home. She created her version of a Sophia Loren character from the movie Two Women. (E.g. Untitled Film Still #35 (1979))
She took several photographs in the series while preparing for a road trip to Arizona with her parents. Untitled Film Still #48 (1979), also known as The Hitchhiker, was shot by Sherman’s father at sunset one evening during the trip.
The remainder of the series was shot around New York, like Untitled #54, often featuring a blonde victim typical of film noir.
She eventually completed the series in 1980, stopping, she has explained, when she ran out of clichés. In December 1995, the Museum of Modern Art, New York, acquired all sixty-nine black-and-white photographs in Sherman’s Untitled Film Stills series for an estimated $1 million.

1980s
In addition to her film stills, Sherman has appropriated a number of other visual forms— the centerfold, fashion photograph, historical portrait, and soft-core sex image. These and other series, like the 1980s Fairy Tales and Disasters sequence, were shown for the first time at the Metro Pictures Gallery in New York City.[citation needed]

During the 1980s Sherman began to use colour film, to exhibit very large prints, and to concentrate more on lighting and facial expression. It was with her series Rear Screen Projections, 1980, that Sherman switched from black-and-white to color and to clearly larger formats. Centerfolds/Horizontals, 1981, are inspired by the center spreads in fashion and pornographic magazines. The twelve (24 by 48 inches) photographs were initially commissioned — but not used — by Artforum’s Editor in Chief Ingrid Sischy for an artist’s section in the magazine. Close-cropped and close up, they portray young women in various roles, from a sultry seductress to a frightened, vulnerable victim who might have just been raped.She poses either on the floor or in bed, usually recumbent and often supine. Due to the artist’s proximity to the camera and to the larger-than-life scale she assumes in the prints, her corporeal presence is emphasized. About her aims with the self-portraits, Sherman has said: “Some of them I’d hope would seem very psychological. While I’m working I might feel as tormented as the person I’m portraying.”

In 1982, Sherman began her Pink Robes series which includes Untitled #97, #98, #99 and #100. These self-portraits feature a pink chenille bathrobe which she is either holding or wearing. The slightly larger than life-size photographs were shot closeup so that the artist entirely fills the frame. Sherman has explained: ‘I was thinking of the idea of the centerfold model. The pictures were meant to look like a model just after she’d been photographed for a centerfold. They aren’t cropped, and I thought that I wouldn’t bother with make-up and wigs and just change the lighting and experiment while using the same means in each.’ The Pink Robes, stripped of all theatrical or cinematic references, present portraits which many critics have interpreted as revealing the ‘real’ Cindy Sherman. However this reading must take account of the several Cindy Shermans operating to produce the image, including Sherman-the-director, the lighting assistant, the photographer and the model. The artist’s concealment of her body and her direct gaze at the camera result in images which frustrate any desire on the viewer’s part for possession through visual knowledge, as is supplied, albeit in an illusory form, by a traditional centrefold photograph. The portraits depict a woman in a situation which implies vulnerability, but the decreasing light and Sherman’s increasingly hostile expression suggest that she protects herself by retreating into the dark shadows out of which she looks defiantly back at the viewer, refusing objectification. The large scale of the photographs confers an iconic power to these images of a woman resisting physical and psychological exploitation of the male gaze.

In Fairy Tales, 1985, and Disasters, 1986–1989, Cindy Sherman uses visible prostheses and mannequins for the first time. Provoked by the 1989 NEA funding controversy involving photographs by Robert Mapplethorpe and Andres Serrano at the Corcoran Gallery of Art, as well as the way Jeff Koons modeled his porn star wife in his “Made in Heaven” series, Sherman produced the Sex series in 1989. For once she removed herself from the shots, as these photographs featured pieced-together medical dummies in flagrante delicto.

Between 1989 and 1990, Sherman made 35 large, color photographs restaging the settings of various European portrait paintings of the fifteenth through early 19th centuries. Under the title History Portraits Sherman photographed herself in costumes flanked with props and prosthetics portraying famous artistic figures of the past, like Raphael’s La Fornarina, Caravaggio’s Sick Bacchus and Judith Beheading Holofernes, or Jean Fouquet’s Madonna of Melun.

1990s
Sex Pictures
Sherman uses prosthetic limbs and mannequins to create her Sex Pictures series (1992). Hal Foster, an American art critic, describes Sherman’s Sex Pictures in his article Obscene, Abject, Traumatic as “[i]n this scheme of things the impulse to erode the subject and to tear at the screen has driven Sherman […] to her recent work, where it is obliterated by the gaze.”  Moreover, Abigail Solomon- Godeau, a photo critic who taught art history at the University of California, illustrates Sherman’s work in Suitable for Framing: The Critical Recasting of Cindy Sherman. Solomon-Godeau writes, “[Sherman’s] pictures have struck many viewers as centrally concerned with the problematics of femininity (as role, as image, as spectacle); more recent interpretation now finds them redolent with allusion to “our common humanity,” revealing “a progression through the deserts of human condition.”  Reviewer Jerry Saltz told New York magazine that Sherman’s work is “[f]ashioned from dismembered and recombined mannequins, some adorned with pubic hair, one posed with a tampon in vagina, another with sausages being excreted from vulva, this was anti-porn porn, the unsexiest sex pictures ever made, visions of feigning, fighting, perversion. … Today, I think of Cindy Sherman as an artist who only gets better.”Commentator Greg Fallis of Utata Tribal Photography describes Sherman’s Sex Pictures series and her work as follow: “[t]he progression of her work reflects more than a progression of ideology. It also demonstrates a progression in approach. Sherman’s initial photographs used relatively few props—just clothing. As her photographs became more sophisticated, so did her props. During her Centerfold series, she began to incorporate prosthetic body part culled from the pages of medical educational catalogs. Each new series tended to utilize more prosthetics and less of Sherman herself. By the time she began the Sex Pictures series, the photographs were exclusively of prosthetic body parts. With her Sex Pictures Sherman posed medical prostheses in sexualized positions, recreating—and strangely modifying—pornography. They are a comment on the intersection of art and taste, they are a comment on pornography and the way porn objectifies the men and women who pose for it, they are a comment on social discomfort with overt sexuality, and they are a comment on the relationship between sex and violence. Yet the emphasis is still on creating a striking image that seems simultaneously familiar and strange.” Utata’s Sunday Salon

2000s
Between 2003 and 2004, Sherman produced the Clowns cycle, where the use of digital photography enabled her to create chromatically garish backdrops and montages of numerous characters. Set against opulent backdrops and presented in ornate frames, the characters in Sherman’s 2008 untitled Society Portraits are not based on specific women, but the artist has made them look entirely familiar in their struggle with the standards of beauty that prevail in a youth- and status-obsessed culture.

Her exhibition at the Museum of Modern Art in 2012 also presented a photographic mural (2010–11) that represents the artist’s first foray into transforming space through site-specific fictive environments. In the mural, Sherman transforms her face digitally, exaggerating her features through Photoshop by elongating her nose, narrowing her eyes, or creating smaller lips. Based on a 32-page insert Sherman did for POP using vintage clothes from Chanel’s archive, a more recent series of large-scale pictures from 2012 depict outsized enigmatic female figures standing in striking isolation before ominous painterly landscapes the artist had photographed in Iceland during the 2010 eruptions of Eyjafjallajökull and on the isle of Capri.

Fashion
Sherman’s career has also included several fashion series. In 1983, fashion designer and retailer Dianne Benson commissioned her to create a series of advertisements for her store, Dianne B., that appeared in several issues of Interview magazine. That same year, French fashion house Dorothée Bis offered its own clothes for a series to appear in French Vogue. The images Sherman created for these two ‘fashion shoots’ are the antithesis of the glamorous world of fashion. The model in the photographs appears silly, angry, dejected, exhausted, abused, scarred, grimy and psychologically disturbed. Sherman also created photographs for an editorial in Harper’s Bazaar in 1993. In 1994, she produced the Post Card Series for Comme des Garçons for the brand’s autumn/winter 1994–95 collections in collaboration with Rei Kawakubo.

In 2006, she created a series of fashion advertisements for designer Marc Jacobs. The advertisements themselves were photographed by Juergen Teller and released as a monograph by Rizzoli. For Balenciaga, Sherman created the six-image series Cindy Sherman: Untitled (Balenciaga) in 2008; they were first shown to the public in 2010. Also in 2010, Sherman collaborated on a design for a piece of jewelry.

In 2011, cosmetic giant M.A.C. picked Sherman as the face of their fall line. In the three images of the campaign, Sherman uses the line to completely alter her look appearing as a garish heiress, a doll-like ingénue and a full-on clown

Source “Wikipedia”

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Edward Weston, uno dei fotografi americani più influenti del 900.

 

Edward Weston (Highland Park, 24 marzo 1886 – Carmel, 1º gennaio 1958) è stato un fotografo statunitense, tra i più importanti della prima metà del ‘900.

Biografia

Lavorò molto in California e fu invitato al Salon of Photography di Londra. Nel 1920 Weston fece una revisione dei propri lavori, nei quali fino a quel momento aveva prevalso l’uso dell’effetto flou, lo sfocato artistico. Dal 1923 al 1926 lavorò in Messico accanto a Tina Modotti e fece amicizia con alcune personalità del Rinascimento messicano. Fu questo un periodo in cui ritrovò se stesso e la sua strada stilistica iniziò a mutare. Era convinto che la fotografia servisse per catturare la vita e sotto qualunque forma essa si presentasse, l’unico modo possibile per farlo era attraverso il realismo. Nel 1932 insieme ad altri fotografi, tra cui Ansel Adams, fondò il Gruppo f/64 (chiamato così perché in genere usavano l’apertura minima di diaframma degli obiettivi che impiegavano per ottenere la massima profondità di campo). Questo gruppo di fotografi fondò un’estetica che si basava sulla ‘”perfezione tecnica e stilistica”: qualunque foto non perfettamente a fuoco, o perfettamente stampata, o montata su cartoncino bianco era “impura”. Si trattava di una reazione violenta allo stile sdolcinato e sentimentale che in quegli anni aveva reso celebri i fotografi pittorici della California.L’aspetto principale della visione di Weston fu il suo insistere continuamente sul fatto che il fotografo doveva già “visualizzare la foto dentro di sé prima ancora di scattarla”. Nel 1946 Edward Weston iniziò a soffrire di Parkinson e nel 1948 scattò la sua ultima fotografia a Point Lobos. Morì il 1º gennaio 1958.

L’ambiente

Se facciamo un attimo mente locale e cerchiamo di entrare in quello che poteva essere il mondo degli artisti che lavoravano nella costa ovest dell’America del nord, nel periodo che va tra gli anni ’20 e gli anni ’40, troviamo una serie di movimenti in leggero scontro tra loro, modernismo, realismo e pittorialismo. È proprio nel bel mezzo di quest’ultimo movimento che a New York E. Weston fa i primi passi nella fotografia, cominciando con i ritratti porta a porta.

Lo stile

Ben presto si rende conto che la sua ambizione è un’altra, e che non è solo, con altri fotografi come A. Stieglitz e P. Strand condivide la passione per la natura come soggetto, una natura nella quale vanno ricercate purezza e verità, e la necessità di allontanarsi dalla società per la quale non provano altro che disprezzo. Così già dai primi anni 20, abbandonando completamente le basi del pittorealismo si lascia ispirare dal nuovo ambiente che lo circonda, quello del modernismo, che riflette gli influssi delle avanguardie europee, soprattutto del cubismo, e le sue fotografie sono caratterizzate da naturalezza e semplicità, ma soprattutto da nitidezza e precisione.

Così anche se un po’ controcorrente E. Weston va avanti con il suo stile, cercando di mostrare al mondo il suo modo di “vedere” le cose. Con una quasi maniacale cura dell’immagine, cerca di cogliere l’essenza atemporale dell’oggetto, estraendone una forma pura e perfetta contrapposta allo sfondo che lo circonda…e che a volte risulta anche più “reale” dell’oggetto stesso, pronta per essere reinterpretata. Volendo usare le sue stesse parole “…con il massimo rigore; la pietra è dura, la corteccia di un albero è aspra, la carne è viva…” Si definiva un fotografo “diretto”, in continua ricerca della quintessenza della cosa… È capace di trasformare i soggetti fotografati in pure metafore visive degli elementi della natura: i primi piani di conchiglie, peperoni, cavoli; la serie di rocce e cipressi, fotografati astraendoli dal selvaggio paesaggio di Point Lobos; i nudi “incompleti”, estremamente sensuali, che non incarnano nient’altro se non se stessi; gli studi di cieli e nuvole… Si può dire che facciano tutti parte di quello che poi più avanti è stato definito “purismo Westoniano”. Anche l’America che lui rappresenta è più cruda e reale di quanto non fosse nella realtà o per lo meno di quanto non avessero “raccontato” fino ad allora i suoi colleghi fotografi. L’occhio che vede l’America di Weston è estremamente obbiettivo: luoghi desolati, vecchie macchine, fattorie abbandonate, pianure fangose. Nulla di confortevole o rassicurante.

Il perché

Ed è forse proprio per questo che Edward Weston piace tanto agli Americani, finalmente un fotografo che abbandona lo stereotipo della fotografia intesa come arte. A quei tempi molti credevano che la fotografia non fosse altro che una nuova classe della pittura e il tentativo di creare con la camera effetti pittorici crebbe, creando una serie di fotografie e fotografi molto simili tra loro; dando luogo ad una serie di “fotopitture” che non avevano nulla a che vedere con la naturalezza della fotografia. E anche se i risultati non erano legati al Pittorialismo, anche chi era lontano da questo tipo di fotografia, fotografava un’America un po’ irreale, o comunque di un’America che ben poco rivelava le condizioni effettive. Anche uno dei maestri della fotografia come Walker Evans fotografava lo stato di degradazione dell’America e divenne famoso per i suoi ritratti alle classi basse della società. Tuttavia quello che rende Weston più sincero è forse il fatto che nei suoi paesaggi o nei suoi ritratti non c’è traccia di “posa”. Non ci sono occhi che guardano l’obiettivo, non ci sono cartelloni pubblicitari, non c’è il disordine che distrae l’occhio. La sua verità è fatta di linee, di ombre, del bianco del nero e di tutte le tonalità di grigio. Così Weston a costo di apparire controcorrente si dedica al suo obiettivo a realizzare immagini che siano così pure, vere e semplici, da essere accessibili a chiunque. Anche perché il suo essere oggettivo gli conferiva non solo originalità, ma anche e soprattutto sincerità. E se le immagini sono i testimoni della vita del fotografo stesso, qui stiamo parlando di una persona umile, semplice, senza le pretese che normalmente hanno gli artisti, e che forse un po’ incarna l’americano medio, un fotografo come avrebbe potuto essere chiunque, un uomo che il suo scopo unico era un’enorme voglia di far conoscere al suo mondo quella che per lui era la verità.

La poetica

Ansel Adams amava dire: “Weston è uno dei pochi artisti creativi del nostro tempo… I suoi lavori illuminano il viaggio spirituale dell’uomo verso la perfezione”.

Weston è l’incarnazione della poesia applicata alla fotografia, e il suo motore è senza dubbio la ricerca continua di identificarsi con la natura per conoscerla fino alla più profonda essenza. Non è un caso che nel 1941 gli viene proposto dall’editore di Walter Whitman (1819 – 1892), uno dei poeti più importanti della storia Americana, di illustrare la quarta edizione del suo libro di poesie “Leaves of grass”. La poesia di Whitman è caratterizzata dall'”invenzione” del verso libero (totalmente in contrasto con le correnti attuali), che gli sembrava il mezzo più diretto per essere compreso, a questo si aggiunge il forte amore e l’esaltazione delle forze della natura. Almeno quanto le foto di Point Lobos dove Weston tentava di “fotografare la vita”. La stessa passione per la purezza delle cose, siano esse fotografie o poesie, entrambi erano fedeli alla purezza dell'”essere”. Nonostante i due artisti provengano da due correnti artistiche differenti per periodo e stile, tra loro si notano più punti d’unione. In entrambi si nota una scia di trascendentalismo, che distingue le loro creazioni, volendo definire in questo modo l’innata passione per il descrivere le loro ispirazioni artistiche in una maniera totalmente libera da ogni vincolo, ma soprattutto l’esprimere le sensazioni con assoluta oggettività. Il movimento trascendentalista era caratterizzato da una specie di “ottimismo”, che induceva a cogliere della natura solo gli aspetti positivi, dove l’unica realtà sarebbe quella trascendentale, la forma a priori di ogni altra realtà.

Per quanto riguarda Weston, soprattutto negli anni trascorsi in Messico (1922-27), dove si concentra sui rapporti tra “forma e soggetto, realismo e astrazione”, si può osservare nel suo stile, questa nota di trascendentalismo; la continua ricerca di un’immagine che sia totalmente vera, pura e libera da qualsiasi artificio innaturale lo porta a realizzare degli scatti che pur essendo molto differenti tra loro, come tema, hanno tutti lo stesso alone, la stessa forza d’impatto …una realtà che quasi supera la realtà, W. esigeva la chiarezza della forma, ed il fatto che la macchina potesse vedere più dell’occhio umano era come un miracolo per lui. Egli stesso ci racconta nei suoi “day books” che “la macchina deve essere usata per registrare la vita” anche se astratta, e non esiste mezzo migliore per registrare con totale esattezza l’oggettività. In questo modo il risultato finale è un’immagine talmente vera, che quasi ci appare come un simbolo dell’immagine stessa, ma che di nuovo ci sorprende apparendoci per ciò che è, ma come se fosse la prima volta che la si osserva. Una specie di iperrealismo che rivela l’essenza vitale delle cose.

Fonte Wikipedia

Avevamo già parlato di lui e della sua relazione con Tina Modotti qua

Biography

Edward Henry Weston was born March 24, 1886, in Highland Park, Illinois.  He spent the majority of his childhood in Chicago where he attended Oakland Grammar School. He began photographing at the age of sixteen after receiving a Bull’s Eye #2 camera from his father. Weston’s first photographs captured the parks of Chicago and his aunt’s farm. In 1906, following the publication of his first photograph in Camera and Darkroom, Weston moved to California. After working briefly as a surveyor for San Pedro, Los Angeles and Salt Lake Railroad, he began working as an itinerant photographer. He peddled his wares door to door photographing children, pets and funerals. Realizing the need for formal training, in 1908 Weston returned east and attended the Illinois College of Photography in Effingham, Illinois. He completed the 12-month course in six months and returned to California. In Los Angeles, he was employed as a retoucher at the George Steckel Portrait Studio. In 1909, Weston moved on to the Louis A. Mojoiner Portrait Studio as a photographer and demonstrated outstanding abilities with lighting and posing.) Weston married his first wife, Flora Chandler in 1909. He had four children with Flora; Edward Chandler (1910), Theodore Brett (1911), Laurence Neil (1916) and Cole (1919). In 1911, Weston opened his own portrait studio in Tropico, California. This would be his base of operation for the next two decades. Weston became successful working in soft-focus, pictorial style; winning many salons and professional awards. Weston gained an international reputation for his high key portraits and modern dance studies. Articles about his work were published in magazines such as American Photography, Photo Era and Photo Miniature. Weston also authored many articles himself for many of these publications. In 1912, Weston met photographer Margrethe Mather in his Tropico studio. Mather becomes his studio assistant and most frequent model for the next decade. Mather had a very strong influence on Weston. He would later call her, “the first important woman in my life.” Weston began keeping journals in 1915 that came to be known as his “Daybooks.” They would chronicle his life and photographic development into the 1930’s.

In 1922 Weston visited the ARMCO Steel Plant in Middletown, Ohio. The photographs taken here marked a turning point in Weston’s career. During this period, Weston renounced his Pictorialism style with a new emphasis on abstract form and sharper resolution of detail. The industrial photographs were true straight images: unpretentious, and true to reality. Weston later wrote, “The camera should be used for a recording of life, for rendering the very substance and quintessence of the thing itself, whether it be polished steel or palpitating flesh.” Weston also traveled to New York City this same year, where he met Alfred Stieglitz, Paul Strand, Charles Sheeler and Georgia O’Keeffe

In 1923 Weston moved to Mexico City where he opened a photographic studio with his apprentice and lover Tina Modotti. Many important portraits and nudes were taken during his time in Mexico. It was also here that famous artists; Diego Rivera, David Siqueiros, and Jose Orozco hailed Weston as the master of 20th century art.

After moving back to California in 1926, Weston began his work for which he is most deservedly famous: natural forms, close-ups, nudes, and landscapes. Between 1927 and 1930, Weston made a series of monumental close-ups of seashells, peppers, and halved cabbages, bringing out the rich textures of their sculpture-like forms. Weston moved to Carmel, California in 1929 and shot the first of many photographs of rocks and trees at Point Lobos, California. Weston became one of the founding members of Group f/64 in 1932 with Ansel Adams, Willard Van Dyke, Imogen Cunningham and Sonya Noskowiak. The group chose this optical term because they habitually set their lenses to that aperture to secure maximum image sharpness of both foreground and distance. 1936 marked the start of Weston’s series of nudes and sand dunes in Oceano, California, which are often considered some of his finest work. Weston became the first photographer to receive a Guggenheim Fellowship for experimental work in 1936. Following the receipt of this fellowship Weston spent the next two years taking photographs in the West and Southwest United States with assistant and future wife Charis Wilson. Later, in 1941 using photographs of the East and South Weston provided illustrations for a new edition of Walt Whitman’s Leaves of Grass.

Weston began experiencing symptoms of Parkinson’s disease in 1946 and in 1948 shot his last photograph of Point Lobos. In 1946 the Museum of Modern Art, New York featured a major retrospective of 300 prints of Weston’s work. Over the next 10 years of progressively incapacitating illness, Weston supervised the printing of his prints by his sons, Brett and Cole. His 50th Anniversary Portfolio was published in 1952 with photographs printed by Brett. An even larger printing project took place between1952 and 1955. Brett printed what was known as the Project Prints. A series of 8 -10 prints from 832 negatives considered Edward’s lifetime best. The Smithsonian Institution held
the show, “The World of Edward Weston” in 1956 paying tribute to his remarkable accomplishments in American photography. Edward Weston died on January 1, 1958 at his home, Wildcat Hill, in Carmel, California. Weston’s ashes were scattered into the Pacific Ocean at Pebbly Beach at Point Lobos.

Source: Edward-Weston.com

Anna

Robert Frank, presto un film sul fotografo. Da non perdere.

Robert Frank, un documentario su questo fantastico fotografo, sarà presentato in anteprima in occasione del prossimo fine settimana a New York Film Festival. “Don’t blink” è un ritratto dell’artista prima e dopo il suo più famoso progetto. Quello che conosciamo meglio di Robert Frank è “The americans”, del 1959, libro di fotografie in bianco e nero, che ritrae persone provenienti da tutti i ceti sociali, tutte le parti del paese, un viaggio in strada epico.

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Ecco Robert Frank nel documentario: giacca mimetica, camicia di flanella, jeans, potrebbe sembrare un qualsiasi ragazzo scontroso a New York City, che scatta con la sua Leica o una delle tante macchine fotografiche istantanee. Da non perdere. Attendiamo con ansia.

Articolo su di lui, interessante sul The Guardian

Biografia
Nato in una famiglia di origini ebraiche, dal 1941 al 1944 lavora come assistente fotografo al seguito di Hermann Segesser e Michael Wolgensinger. Nel 1946 si autofinanzia la prima pubblicazione, cui dà il titolo di 40 Fotos. Nel 1947 lascia l’Europa per trasferirsi negli Stati Uniti. A New York Alexey Brodovitch lo ingaggia come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Parallelamente alla fotografia di moda svolge una prolifica attività di reporter freelance che lo porta ad affrontare viaggi in Perù e Bolivia nel 1948 (una selezione delle fotografie là riprese sono pubblicate sulla rivista Neuf di Robert Delpire nel 1952 e, quattro anni dopo, nel libro Indiens pas morts) e nel 1949 in Europa (Francia, Italia, Svizzera e Spagna). Le fotografie di Parigi sono pubblicate in un libro dell’artista Mary Lockspeiser, che Frank sposerà l’anno successivo. Nel 1950 Frank ha già un nome ed Edward Steichen include alcune sue fotografie nella mostra 51 American Photographers allestita al Museum of Modern Art di New York e poi nella celebre The Family of Man del 1955.
Biografia
Tra il 1952 e il 1953 continua in Europa la sua attività di reporter tra Parigi, Londra, Galles, Spagna e Svizzera. In questo periodo abbandona definitivamente la fotografia di moda e comincia a lavorare sempre più seriamente come fotogiornalista freelance. Nel 1955 Robert Frank è il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio annuale promossa dalla Fondazione Guggenheim di New York. Con i soldi ricevuti viaggia per tutti gli Stati Uniti dal 1955 al 1956, riprendendo oltre 24.000 fotografie. Nel 1958 Robert Delpire pubblica a Parigi Les Américains, una selezione di 83 immagini tratte dal viaggio americano e l’anno dopo la Grove Press pubblica il volume negli Stati Uniti col titolo The Americans.
Al contempo Frank viene a contatto con i principali esponenti della nuova generazione letteraria e artistica americana, soprattutto con gli esponenti della Beat Generation. In primo luogo stringe una salda amicizia con lo scrittore Jack Kerouac, col quale porta a termine varie collaborazioni. Oltre ad aver compiuto un viaggio on the road insieme, compiuto nel 1958 verso la Florida, Kerouac si occupa di scrivere l’introduzione al libro The Americans per l’edizione americana. Nel 1959 viene realizzata la più nota collaborazione con la Beat Generation, quando Frank, unitamente al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film, Pull My Daisy. Scritto e narrato da Jack Kerouac e interpretato, tra gli altri, da Allen Ginsberg e Gregory Corso, il film sarà considerato il padre del New American Cinema.

Negli anni sessanta, nonostante il crescente successo dei suoi lavori, Frank abbandona la fotografia per dedicarsi completamente alla realizzazione di film. Un cinema, il suo, carico di tensioni e tematiche prettamente private e introspettive, come Conversations in Vermont (1969) o About Me: A Musical (1971). Collabora ancora con i beats, soprattutto Ginsberg, Orlovsky e Burroughs, ma anche con i Rolling Stones (Cocksucker Blues, 1972, documentario censurato dallo stesso gruppo), Tom Waits, Joe Strummer (Candy Mountain, 1986) e Patti Smith.

Dopo la tragica perdita della figlia Andrea, appena ventenne, Frank ricomincia a riutilizzare la macchina fotografica. Dalla metà degli anni settanta a oggi, la sua fotografia è lontana dai reportage precedenti: usa collage, vecchie fotografie, fotogrammi, polaroid; scrive, graffia e incide direttamente sul lato sensibile della pellicola. Frank alterna soggiorni a New York con lunghe permanenze a Mabou, in Nova Scotia, insieme alla compagna e pittrice June Leaf.

Nel 1994 dona gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che crea la Robert Frank Collection; è la prima volta che accade per un artista vivente. Nel 1996 ottiene l’Hasselblad Award[1] e nel 2000 il Cornell Capa Award. Tra il 2005 e il 2006 un’ulteriore retrospettiva della sua vita artistica gira il mondo: si tratta della mostra Robert Frank: Story Lines, partita da Londra nel novembre 2004.
Da wikipedia

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