Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari

Da Lapilli – Sara Munari – Strombolicchio (in Sicilian, Struognulicchiu, ‘little Stromboli’) is a small volcanic island in the Aeolian Islands
Il mondo dell’arte e della fotografia è in continua evoluzione, ma negli ultimi anni stiamo assistendo a un fenomeno che merita una riflessione approfondita: la rapidissima ascesa dei giovani fotografi, che passano dal desktop alla parete di un museo senza una vera e propria stratificazione che da lo scorrere del tempo, in termini di pensiero e produzione.
Se fino a qualche decennio fa l’ingresso in un museo rappresentava l’apice di una carriera, un riconoscimento che arrivava dopo anni di ricerca, sperimentazione e, soprattutto, vita vissuta, oggi sembra essersi innescata una “caccia al nuovo”. Il mercato, i media e le stesse istituzioni sono alla costante ricerca di talenti emergenti, quasi a voler bruciare le tappe e saltare il processo di maturazione che è fondamentale per qualsiasi forma d’arte.
Questa accelerazione ha un costo: la perdita della storia e del contesto. L’opera fotografica, invece di nascere da un lungo processo di vita nella società e di interazione con il mondo, spesso viene creata e consumata principalmente online. I social network e le piattaforme digitali diventano l’unico banco di prova, il luogo in cui l’immagine viene validata e “certificata” attraverso like e condivisioni. L’opera non respira, non si confronta con il mondo reale, ma rimane confinata in un ambiente virtuale che, per sua natura, è effimero.
Ma il problema non riguarda solo i fotografi, ma anche il ruolo degli “specialisti”. Critici, galleristi, curatori e musei hanno sempre avuto il compito di analizzare, contestualizzare e valorizzare il lavoro degli artisti. Hanno costruito la storia dell’arte, identificando i movimenti, le poetiche e le innovazioni. Oggi, in un’epoca in cui questo processo è spesso bypassato, il loro ruolo sembra essersi indebolito. Come si può certificare una storia che non esiste ancora? Come si può contestualizzare un lavoro che non ha avuto il tempo di sedimentare nel contesto e nella società che lo fruisce? Spesso si finisce per avallare tendenze effimere, senza la possibilità di fare una vera e propria analisi critica.
E la conseguenza più amara di questa corsa all’ultimo grido è il fenomeno dei “bruciati”. Giovani talenti, spesso poco più che ventenni, vengono idolatrati, spinti sui palcoscenici più prestigiosi, esposti in musei e gallerie di fama internazionale. Vengono celebrati come le nuove stelle nascenti, figure destinate a rivoluzionare il linguaggio. Ma questa ascesa vertiginosa è spesso seguita da un’altrettanto rapida eclissi. Non avendo avuto il tempo di costruire una base solida, di sviluppare una poetica profonda e di maturare una visione autentica, molti di questi fotografi si ritrovano presto dimenticati, superati dalla prossima “scoperta”. Il meccanismo della “caccia al nuovo” li eleva per un istante, per poi abbandonarli non appena l’attenzione si sposta altrove, lasciandoli senza gli strumenti per sostenere una carriera a lungo termine.
È un paradosso: la fotografia sembra vivere una stagione di grande vitalità, con una visibilità senza precedenti. Ma questa visibilità rischia di essere un’illusione. La vera sfida, per i giovani fotografi e per l’intero sistema dell’arte, è recuperare il valore del tempo. Il tempo per sbagliare, per crescere, per confrontarsi, per stratificare. Il tempo per la vita artistica, che per esperienza personale, vale la pena di essere vissuta.
Ciao
Sara Munari





























