Terry Richardson e la modella incazzevole…che si ravvede!

Terry avrebbe girato un video dietro le quinte, durante un servizio fotografico. Nel video la modella balla in modo sensuale, in bikini. Il video ha fatto il giro del mondo. SIamo nel 2012, lei si incazza come una iena, e accusa  il fotografo: “Non è stato rispettoso. Avrebbe dovuto dirmelo!”

Ora, che il video è stato cliccato milioni di volte – i due han fatto pace. Ecco il video incriminato.

Cresciuto tra Hollywood e Ojai, in California, è figlio del famoso fotografo Bob Richardson. Dopo una carriera musicale durata 5 anni nel gruppo punk-rock The Invisible Government, comincia ad appassionarsi di fotografia, prima facendo da assistente a Tony Kent, poi mettendosi in proprio.

Ha realizzato controverse e molto spesso censurate campagne di moda per il gruppo fiorentino Gucci, Marc Jacobs, Levi’s, Miu Miu, Pirelli, Hugo Boss, Anna Molinari, Costume National, Tom Ford, Diesel, Tommy Hilfiger, Belvedere Vodka e soprattutto Sisley e per riviste come GQ, Vogue, Interview, Harper’s Bazaar, The Face, Penthouse, Sports Illustrated, Arena Homme, Playboy, Vice e Rolling Stone.

Tra i tanti personaggi immortalati dal suo obiettivo troviamo Madonna, Kate Moss, Matthew Gray Gubler, Vincent Gallo, Sharon Stone, Juliette Lewis, Leonardo DiCaprio, Macaulay Culkin, Tom Ford, Eva Riccobono, Mickey Rourke, P!nk, Amy Winehouse, Marc Jacobs, Lil’ Kim, Chloë Sevigny, Nicolas Cage, Catherine Deneuve, Tony Ward, Lenny Kravitz, Dennis Hopper, Karl Lagerfeld, Jessica Alba, Jared Leto, Lana Del Rey, Lady Gaga, Britney Spears, Kate Upton, Miley Cyrus, Rihanna, Sky Ferreira e Naya Rivera.

La fotografia di Terry Richardson è nota per il suo stile provocatorio e trasgressivo. Molto spesso autobiografico e narcisista, il suo lavoro è considerato di rilievo nell’ambito della fotografia contemporanea, come Nan Goldin e Wolfgang Tillmans.

Nel 2010 è il fotografo del Calendario Pirelli; per l’occasione sceglie la location di Bahia, regione del Brasile. Il suo lavoro subisce qualche critica dovuta alla scelta del nudo: per la prima volta dopo decenni, infatti, tornano modelle senza veli su The Cal. Nello stesso anno, inoltre, partecipa alle registrazioni del video musicale di “Hurricane” dei Thirty Seconds to Mars. Nel 2011 immortala Lady Gaga per il libro Lady Gaga x Terry Richardson.

Vita privata

All’epoca della sua nascita, suo padre Bob era fra i più pagati e controversi fotografi nell’ambiente della moda ma si ritrovò successivamente a vivere da senzatetto nelle strade di Los Angeles a causa di problemi con le droghe e di attacchi di schizofrenia. Solo grazie all’aiuto di un amico, a 60 anni si trasferì a New York dove ricominciò ad insegnare e a fotografare.

Terry Richardson è stato sposato con la modella Nikki Uberti. Successivamente ha avuto una relazione con la top model e attrice canadese Shalom Harlow.

Intervista in inglese con sottotitoli in francese

https://m.youtube.com/watch?v=0zUWoTWYsvw

Mostre per le vostre vacanze!

Con te – Jacob Aue Sobol

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25 luglio – 6 settembre 2015
La Bottega – Marina di Pietrasanta

Di seguito il comunicato stampa di presentazione della mostra pubblicato da FIAF.

Inaugura sabato 25 luglio la mostra personale “Con te” di jacob Aue Sobol, grande protagonista della fotografia internazionale a Labottega di Marina di Pietrasanta, spazio multifunzionale dedicato alla fotografia. Un’occasione unica per vedere e incontrare il fotografo danese, già membro dell’Agenzia Magnum e tra i protagonisti più interessanti del panorama mondiale.

Jacob Aue Sobol è nato in danimarca nel 1976. Dopo essersi spostato dal canada alla Groenlandia fino a Tokyo, nel 2008 ha fatto ritorno in Danimarca, dove ora vive e lavora. Ha studioato presso l’European Film College e, successivamente, alla prestogiosa Scuola di Fotografia Fatamorgana, dove insegna.

Sobol è riconoscibile nei suoi scatti per i suoi distintivi tratti estetici, che vedono i bianchi staccarsi con violenza dai neri, eliminando ogni traccia dei mezzi toni. L’uso del bianco e nero è utile all’artista per raggiungere in modo diretto le questioni essenziali, eliminando le specificità di spazio e tempo, rendendo così autonome le immagini. Il suo è un diario di viaggio quotidiano e personale, in cui l’intimità e la vicinanza con i soggetti protagonisti sono il tratto distintivo di Sobol, con i quali scambia brevi attimi di vita, un incontro o con cui condivide lunghi periodi di convivenza, che gli permettono così di entrare nell’intimità delle loro vite private da cui prendono forma vari progetti, come la serie Sabine. Sobol disegna con la luce il suo viaggiare nel mondo. Un diario fotografico molto personale nel quale entriamo a far parte guardando le sue splendide stanmpe in bianco e nero dal segno quasi grafico.

All’inaugurazione sarà presente l’artista per un booksigning.

La mostra, che presenta circa 30 opere dell’autore, è realizzata in collaborazione con mc2gallery di Milano, con Gruppo Fotografico Iperfocale e il patrocinio FIAF.

Per ulteriori info, cliccate qua e qua.

EXPOSED PROJECT – Mostra laboratorio sulle trasformazioni della città

In quanto luogo di riflessione permanente sull’identità e sulle trasformazioni di Milano, capace di dare spazio alle più recenti ricerche artistiche che vedono protagonista la fotografia, Forma Meravigli presenta Exposed Project.

Per tutto il corso dell’estate 2015 le sale espositive si trasformano in un osservatorio dinamico sulla città in grado di captare i nuovi sguardi sul territorio e restituire in tempo reale i mutamenti sociali e culturali che caratterizzano Milano e il suo hinterland in concomitanza con l’Esposizione Universale.

Il progetto è realizzato in collaborazione con Careof nell’ambito di FDV Residency Program, che dal 2013 ha supportato lo sviluppo del laboratorio di ricerca e condiviso la progettualità attraverso talk, laboratori, progetti espositivi.

L’esposizione si concluderà con una mostra degli studenti del master di fotografia realizzato da Forma e NABA, che presenteranno i lavori sul tema di Expo realizzati nell’estate 2015 e arricchiti dal confronto, tra gli altri, con Exposed.

 Qua tutte le informazioni e il calendario delle iniziative.

Anna “°”

Splendido utilizzo del mosso, Alexey Titarenko

Alexey Viktorovich Titarenko (Russian: Алексей Викторович Титаренко; born 1962 in Leningrad, USSR, now Saint Petersburg, Russia) is a Russian (and later, a naturalized American) photographer and artist.
At age 15, he became the youngest member of the independent photo club Zerkalo [Mirror]. He went on to graduate from the Department of Cinematic and Photographic Art at Leningrad’s Institute of Culture

Influenced by Russian avant-garde, works of Kazimir Malevich, Alexander Rodchenko and Dada art movement (early 20th century), his series of collages, photomontages and images created by superposing several negatives, “Nomenklatura of Signs” (first exhibited only in 1988, in Leningrad) is a commentary on the Communist regime as an oppressive system that converts citizens into mere signs. In 1989, “Nomenklatura of Signs” was included in Photostroyka, a major show of new Soviet photography that toured the US.

During and after the collapse of the Soviet Union in 1991-1992 he produced several series of photographs about human condition of the ordinary people living on its territory and the suffering they have endured then and throughout the twentieth century. To illustrate links between the present and the past, he created powerful metaphors by introducing long exposure and intentional camera movement into street photography. Especially the way he uses long exposure many sources note as his most important innovation. John Bailey in his essay about Garry Winogrand and Alexey Titarenko mentioned that “One of the obstacles was having an exposure of himself and people’s reaction to him included in the image.”

The most well-known series from this period is “City of Shadows,” whose urban landscapes reiterate the Odessa Steps (also known as the Primorsky or Potemkin Stairs) scene from Sergei Eisenstein’s film The Battleship Potemkin. [12] Inspired by the music of Dmitri Shostakovich and the novels of Fyodor Dostoevsky, he also translated Dostoevsky’s vision of the Russian soul into sometimes poetic, sometimes dramatic pictures of his native city, Saint Petersburg.

Along with Alexander Sokurov’s 2002 film, Russian Ark, the “City of Shadows” exhibition (that now included photographs from the mid and late 1990’s inspired by Dostoevsky’s novels) was a part of the program celebrating the 300th anniversary of the Russian City of St.Petersburg in the United States: “What Became of Peter’s Dream? Petersburg in History and Arts” (2003 Clifford Symposium, Middlebury, VT, USA)The Russian Ark and the “City of Shadows” have one similarity: both are based on the experimental innovation: Alexander Sokurov using a single, very long – 96 minutes sequence shot and Titarenko several minutes long exposure for some of his photographs

Titarenko’s prints are subtly crafted in the darkroom. Bleaching and toning add depth to his nuanced palette of grays, rendering each print a unique interpretation of his experience and imbuing his work with a personal and emotive visual character. This particular beauty was emphasized by the exhibition of his prints from Havana series in J. Paul Getty Museum of Fine Arts (Los Angeles, May – October 2011).

As it was for Man Ray or Maurice Tabard, solarisation is another Titarenko’s creative tool. But unlike his predecessors, he exposes the print to light during the developing process mostly at the edges and in a such subtle way, that only lower the contrast and create a very particular kind of gray silver ‘veil’, an aerial ‘atmosphere’ that is so characteristic of his style. Nonetheless, in order to emphasize the dramatic aspects of “City of Shadows” series, he sometimes uses the Sabattier effect called the Mackie line.[21]

Through numerous interviews, lectures, books, curated exhibitions and two documentaries by French-German TV channel ARTE (2004, 2005); Titarenko is defending a particular vision of an artist and Art, close to the one of Marcel Proust, linked to the literature, poetry and classical music (especially the music of Dmitri Shostakovich), placing himself very far apart from today’s tendencies that were developing particularly in Moscow.[22] He became a naturalized United States citizen in 2011 and according to the 2014 ARTnews magazine’s article, he now lives and works in New York City as an artist, photographer, printer.

An interview

Alexey Viktorovich Titarenko (nato a Leningrado – ora San Pietroburgo – nel 1992) è un fotografo e artista russo (ora naturalizzato americano).All’età di 15 anni, è diventato il più giovane membro del club fotografico indipendente Zerkalo. Ha continuato a laureati del Dipartimento di Cinematic e Arte Fotografica presso l’Istituto di Leningrado della Cultura.

Influenzato dal russo d’avanguardia, opere di Kazimir Malevich, Alexander Rodchenko e Dada movimento artistico, la sua serie di collage, fotomontaggi e immagini create dalla sovrapposizione diversi aspetti negativi, “nomenklatura dei Segni” è un commento del regime comunista come un sistema oppressivo che convertiti cittadini in semplici segni. Nel 1989, “nomenklatura di Signs” è stato incluso in Photostroyka, una grande mostra di nuova fotografia sovietica che ha girato gli Stati Uniti.

Durante e dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 1992 ha prodotto numerose serie di fotografie su condizione umana delle persone comuni che vivono sul suo territorio e le sofferenze che hanno sopportato e poi per tutto il XX secolo. Per illustrare i legami tra il presente e il passato, ha creato potenti metafore introducendo lunga esposizione e movimento della fotocamera intenzionale in fotografia di strada. Soprattutto il modo in cui usa l’esposizione a lungo molte fonti di notare come il suo più importante innovazione. John Bailey nel suo saggio su Garry Winogrand e Alexey Titarenko detto che “Uno degli ostacoli era avere un’esposizione di se stesso e la reazione delle persone a lui incluso nell’immagine.”

La serie più noto di questo periodo è “City of Shadows”, i cui paesaggi urbani ribadire la scena Odessa Steps dal film di Sergei Eisenstein La corazzata Potemkin. Ispirato dalla musica di Dmitri Shostakovich e romanzi di Fedor Dostoevskij, ha anche tradotto la visione di Dostoevskij dell’anima russa in a volte poetici, a volte drammatiche immagini della sua città natale, San Pietroburgo.

Insieme al 2002 il film di Alexander Sokurov, Arca russa, la “Città delle Ombre” mostra è stata una parte del programma che celebra il 300 ° anniversario della città russa di San Pietroburgo negli Stati Uniti: “Che ne è stato di sogno Pietroburgo di Pietro nella storia? e delle Arti “L’Arca russa e la” Città delle Ombre “hanno una similitudine: entrambi sono basati sull’innovazione sperimentale: Alexander Sokurov con un unico, lunghissimo 96 minuti sequenza girato e Titarenko diversi minuti di esposizione a lungo per alcune delle sue fotografie

Le stampe di Titarenko sono sottilmente realizzati in camera oscura. Sbiancamento e tonificazione aggiungere profondità alla sua tavolozza di sfumature di grigi, rendendo ogni stampa un’interpretazione unica della sua esperienza e impregnando il suo lavoro con un carattere visivo personale ed emotiva. Questo particolare bellezza è stato sottolineato dalla mostra delle sue stampe della serie L’Avana in J. Paul Getty Museum of Fine Arts.

Come è stato per Man Ray o Maurice Tabard, solarizzazione è strumento creativo di un altro Titarenko. Ma a differenza dei suoi predecessori, egli espone la stampa alla luce durante il processo di sviluppo per lo più ai bordi e in modo sottile, che solo abbassare il contrasto e creare un particolare tipo di grigio argento ‘velo’, un ‘atmosfera’ aereo che è così caratteristica del suo stile. Tuttavia, al fine di sottolineare gli aspetti drammatici della serie “City of Shadows”, a volte usa l’effetto Sabattier chiamato la linea di Mackie.

Attraverso numerose interviste, conferenze, libri, mostre curate e due documentari di francese ARTE canale TV tedesca; Titarenko difende una particolare visione di un artista e di arte, vicino a quello di Marcel Proust, legati alla letteratura, la poesia e la musica classica, mettendosi molto distanti dalle tendenze di oggi, che si stavano sviluppando in particolare a Mosca. E ‘diventato un naturalizzato cittadino degli Stati Uniti nel 2011 e secondo l’articolo di ARTnews magazine del 2014, vive e lavora a New York City come artista, fotografo, stampante.

http://www.alexeytitarenko.com/

Anna “°”

Oggi vi segnaliamo questo fotografo giapponese: Toshio Shibata

Toshio Shibata (NATO nel 1949) è un fotografo giapponese conosciuto per le sue fotografie in grande formato di lavoro di ingegneria civile di  larga Scala in paesaggi disabitati.

Shibata è NATO a Tokyo. Si è laureato alla Tokyo University of the Arts nel 1972 e ha frequentatoMaster in Fine Arts nel 1974 in cui si è prevalentemente concentrato sulla pittura. Ha poi ricevuto una borsa di Studio dal Ministero dell’Istruzione belga per proseguire gli studi alla Royal Academy di Gand in Belgio dal 1975 al 1977, periodo in cui ha iniziato ad approfondire la fotografia. La sua prima mostra personale di fotografie risale al 1979 e da allora ne ha tenute diverse. Dal 1987 ha insegnato anche fotografia a Tokyo.

Toshio Shibata (born 1949) is a Japanese photographer known for his large-format photographs of large-scale works of civil engineering in unpopulated landscapes.

Shibata was born in Tokyo. He graduated from Tokyo University of the Arts with a B.A. in 1972 and an M.F.A. in 1974 in which he concentrated primarily on painting. Shibata received a fellowship from the Belgian Ministry of Education to study at the Royal Academy of Ghent in Belgium from 1975 to 1977 and begin his study of photography during this period. He held his first solo exhibition of photography in 1979 and has exhibited prolifically since; from 1987 he has also taught photography in Tokyo.

Awards
1975, 1976 Fellowship, Ministry of Education, Belgium
1992 The 17th Kimura Ihei Award, Asahi Shimbun Publishing Co.
Books
Nihon tenkei  / Photographs by Toshio Shibata. Tokyo: Asahi Shinbunsha, 1992.
With Yoshio Nakamura . Tera: Sōkei suru daichi: Shashinshū / Terra. Tokyo: Toshi Shuppan, 1994.
Landscape. Tucson, Ariz.: Nazraeli, 1996.
Toshio Shibata: October 11, 1997 through January 4, 1998. Chicago: Museum of Contemporary Art, 1997.
Shibata Toshio Visions of Japan. Kyoto: Korinsha, 1998.
Type 55. Tucson, Ariz.: Nazraeli, 2004.
Dam. Nazraeli, 2004.
Juxtapose. Kamakura, Kanagawa: Kamakura Gallery, 2005.
Landscape 2. Portland, Ore.: Nazraeli, 2008. Color photographs.
Still in the Night. Koganei, Tokyo: Soh Gallery, 2008. Black and white night views, 1982–86 of expressways in Japan. Captions and text in Japanese and English.
Randosukēpu: Shibata Toshio . Tokyo: Ryokō Yomiuri Shuppansha, 2008.Black and white and color photographs.
Contacts, Poursuite Éditions, 2013,

For his gallery’s Website click here

Here is an interview

Anna “°”

Samuele Galeotti. L’ultimo libro di un bravo fotografo autodidatta

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Samuele Galeotti è un fotografo autodidatta, che ha cominciato a destreggiarsi con fotocamere e pellicole, non ancora ventenne. Oggi al suo attivo ha una decina di volumi e l’ultimo in ordine di pubblicazione è quello che oggi vi proponiamo.

“Ora Pro Nobis 1970-2010” Greta Edizioni, raccoglie nelle 136 pagine, un’ampia raccolta di immagini realizzate dall’autore, nei luoghi che hanno maggiormente segnato il percorso del fotografo. Urbania, il luogo, nelle Marche, che l’ha visto nascere, Noale, la cittadina in cui si è trasferito dal 1985 e Venezia, città simbolo, e difficilmente evitabile, della terra che lo ospita.

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40 anni di lavoro danno vita a questo elegante libro, curato da Christina Magnanelli Weitensfelder , direttore della BAG Photo Art Gallery; con immagini in bianco e nero che riportano velocemente all’atmosfera di quei luoghi in quegli anni.

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La cura della stampa, la carta che emana quel profumo inconfondibile di “buone foto” ed i testi introduttivi di Ilvo Diamanti, Marco Vincenzi e Giacomo Belloni, rendono ancora più piacevole lo sfogliare l’ultimo libro di Samuele Galeotti.

Angelo “°”

Il MoMA acquisisce tutto il lavoro di August Sander.

Il MoMA acquisisce tutto il lavoro di August Sander. Eccezionale testimonianza che va ad arricchire l’archivio del museo. 619 scatti appartenenti a People of the Twentieth Century sono ora al MoMA.

Sander era figlio di un carpentiere che lavorava nell’industria mineraria. Mentre lavorava in una miniera locale, Sander imparò i primi rudimenti della fotografia assistendo un fotografo che stava lavorando per la compagnia mineraria. Col supporto finanziario di suo zio comprò l’attrezzatura fotografica e allestì una sua camera oscura. Svolse il servizio militare (1897 – 1899) come assistente di un fotografo, e gli anni successivi viaggiò attraverso la Germania. Nel 1901 iniziò a lavorare per uno studio fotografico a Linz, diventandone prima socio (1902) e poi unico proprietario. Nel 1910 lasciò Graz e aprì un nuovo studio a Colonia.

Nei primi anni venti Sander si unì al “Gruppo degli Artisti Progressivi” di Colonia e cominciò a pianificare un catalogo della società contemporanea attraverso una serie di ritratti. Nel 1927 Sander, insieme allo scrittore Ludwig Mathar, viaggiò per la Sardegna per tre mesi, scattando circa 500 fotografie. Comunque, un diario dettagliato dei suoi viaggi non fu mai completato.

Il primo libro di Sander Face of our Time fu pubblicato nel 1929. Contiene una selezione di 60 ritratti tratti dalla serie People of the Twentieth Century (Ritratti del Ventesimo Secolo). Sotto il regime nazista, il suo lavoro e la sua vita personale furono pesantemente limitati. Suo figlio Erich, che era un membro del partito di sinistra Sozialistischen Arbeiterpartei Deutschlands (SAP), fu arrestato nel 1934 e condannato a 10 anni di prigione, dove morì nel 1944, poco prima della fine della sua condanna. Il libro di Sander Face of our Time fu sequestrato nel 1936 e le lastre furono distrutte, in quanto l’uomo proposto dal fotografo non corrispondeva al modello proposto dal regime nazista: l’ariano era uguale all’ebreo o all’omosessuale.

Durante il decennio successivo il lavoro di Sander fu rivolto primariamente alla natura e alla fotografia di paesaggio. Quando esplose la seconda guerra mondiale lasciò Colonia e si trasferì in campagna, permettendo così di salvare la maggior parte dei suoi negativi. Il suo studio fu distrutto nel 1944 durante un bombardamento.

Il lavoro di Sander comprende paesaggi, natura, foto di architettura e street photography, ma è famoso soprattutto per i suoi ritratti, come esemplificati dalla serie Uomini del Ventesimo Secolo. In questa serie egli cerca di offrire un catalogo della società tedesca durante la Repubblica di Weimar. La serie è divisa in sette sezioni: i Contadini, i Commercianti, le Donne, Classi e Professioni, gli Artisti, le Città e gli Ultimi (homeless, veterani, ecc.).

 Ciao Sara

Mostre per le vostre vacanze

Strange worlds

Fondazione Fotografia è lieta di annunciare l’apertura al pubblico del Foro Boario di Modena per tutta la stagione estiva: dal 9 luglio al 6 settembre 2015 gli spazi espositivi ospiteranno infatti Strange Worlds, una nuova mostra tratta dalle collezioni permanenti della Fondazione Cassa di risparmio di Modena e organizzata in collaborazione con il Comune di Modena nell’ambito del programma di iniziative estive collegate ad Expo 2015.

Il percorso, a cura del direttore di Fondazione Fotografia Filippo Maggia, comprende circa 70 opere, tra fotografie, video e installazioni, di 26 artisti provenienti da ogni parte del mondo.

Tema declinato dalla mostra è il racconto di altri mondi, vicini e lontani, dove le dinamiche sociali, culturali, religiose in atto si intrecciano dando vita a storie inedite: “un susseguirsi emozionante di volti e costumi”, “un mosaico interattivo”, come spiega il curatore Maggia, in grado di comporre una “fotografia reale e tangibile della nostra contemporaneità”

Foro Boario
via Bono da Nonantola, 2 – Modena

inaugurazione
9 luglio 2015, ore 18

Artisti in mostra

Qua tutte le info

Polvere di stelle – Nan Goldin

Nota al grande pubblico fin dai primi anni ’80, Nan Goldin è unanimemente considerata una tra le artiste più influenti e rivoluzionarie nel panorama internazionale degli ultimi decenni. Le sue fotografie, vere e proprie icone della cultura underground contemporanea, hanno segnato un radicale mutamento nel gusto e nell’estetica attuale, valendo da riferimento per almeno due generazioni di fotografi e giovani artisti.
Personalità vulcanica e carismatica, Nan Goldin ha saputo coniugare la cultura di strada con l’universo sofisticato e rarefatto dell’arte contemporanea, imponendo la sua visione radicale e politica del quotidiano e facendo del bello in arte uno strumento essenziale delle rivendicazioni civili e delle lotte per i diritti politici delle minoranze.
Cresciuta artisticamente nella controcultura newyorkese dei primi anni ’80, di cui ha condiviso i fermenti e le parole d’ordine, pur senza allinearsi in una specifica corrente espressiva, ha saputo cogliere con estrema precisione il gusto e le aspettative di quegli anni, facendone manifesto di un’arte cruda e realista, al limite della provocazione.
Interprete appassionata della politica radicale di quegli anni, dalla lotta contro la discriminazione sessuale, contro il proibizionismo, fino al sostegno per i malati di AIDS, Nan Goldin ha rappresentato un esempio perfetto di “arte totale”, impegnata e controcorrente. Mai didascalica o ideologicamente scontata, ha fatto della bellezza e della leggerezza la sua parola d’ordine, in una ricerca costante della verità e della giustizia.
Le sue fotografie degli anni ’70 e ’80, ma anche la sua produzione recente, maggiormente orientata alla spiritualità e alla dimensione intima della politica, hanno rivoluzionato il rapporto tra il fotografo e i propri soggetti, sia in campo artistico, che a livello della cultura di massa, divenendo modello condiviso e imitato nel reportage socio-politico e nella fotografia di moda.
Pochi altri artisti viventi hanno avuto il privilegio di una popolarità così orizzontale e diffusa, ed il merito di un così profondo radicamento nella cultura giovanile.
Esposta fin dagli anni ’80 nei maggiori musei del mondo e nelle gallerie più influenti e di ricerca, ha al suo attivo decine di personali in America, Europa ed Estremo Oriente e due grandi retrospettive che, tra il 1996 ed il 2004, hanno toccato i più importanti musei internazionali.
Presente massicciamente in tutte le più significative collezioni pubbliche e private al mondo, è stata recentemente insignita del titolo di Commendatore delle Arti e delle Lettere dal Governo francese, paese in cui risiede ormai da un quinquennio.
La mostra che si inaugurerà il 30 maggio a Torino presso Guido Costa Projects è un omaggio alle origini dell’arte di Nan Goldin e ai temi che più di altri l’hanno resa popolare tra il grande pubblico.
Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti alcuni degli scatti seminali della sua lunga carriera d’artista, veri e propri punti d’avvio della sua estetica e della sua poetica fotografica.

Polvere di stelle ha l’ambizione di essere una mostra unica, tanto per la coerenza del suo tema, che per l’estrema rarità delle opere proposte per la prima volta al pubblico.
Protagoniste sono le Drag Queens, divenute nel tempo il soggetto più conosciuto e amato dell’artista statunitense, più ancora degli scatti celeberrimi del suo capolavoro in progress The Ballad of Sexual Dependency.
Dal grande corpus di fotografie di Drag Queens, realizzate da Nan Goldin nel corso di tre decenni, sono state innanzitutto selezionate alcune opere inedite in copia unica, risalenti ai primi anni ’70, fra le quali le prime fotografie in assoluto scattate e stampate dall’artista. Materiali di eccezionale rarità, tali fotografie rappresentano la vera e propria palestra dell’artista, valendo da prototipi per tutte le edizioni successive, stampate dagli anni ’70 fino ai primi anni ‘90.
Ugualmente rare sono anche le tre fotografie degli anni ’90 (Joey at the Love Ball, New York 1991; Misty and Jimmy Paulette in the taxi, New York 1991; C putting her makeup at the Second Tip, Bangkok 1992), tra le più celebri dell’artista e proposte in mostra a Torino in un inedito formato di grandi dimensioni.
Completa Polvere di Stelle lo slide show di 10 minuti del 1996/1997 The Other Side, interamente dedicato alle Drag Queens e proiettato in prima europea in una nuova e inedita versione.
Polvere di Stelle verrà inaugurata lunedi 30 maggio alla presenza dell’artista e sarà aperta al pubblico dei visitatori fino al 29 luglio 2005, nel consueto orario di galleriafs dal lunedi al sabato.

Nan Goldin è nata nel 1953 a Washington DC. Inizia a fotografare a 16 anni e nel 1972 ha la sua prima mostra personale di foto di travestiti in bianco e nero. Dopo una permanenza di alcuni anni a Boston, dove studia fotografia presso la locale Università, si trasferisce a New York nel 1978 e inizia la sua grande opera The Ballad of Sexual Dependency che documenterà 15 anni della sua vita. Nel 1985 partecipa alla Biennale del Whitney Museum of American Art a New York e il suo lavoro si impone all’attenzione del pubblico internazionale. Nel 1991 si trasferisce a Berlino, ospite del DAAD. Nel 1996 si inaugura la sua prima grande retrospettiva, I’ll Be Your Mirror, al Whitney Museum of American Art di New York, mostra che farà tappa in alcuni musei europei l’anno seguente (Vienna, Madrid, Praga,Wolsburg). Nel 1997 prima personale in Italia, a Napoli, presso Th.e. Nel 2001, seconda grande retrospettiva museale, Devil’s Playground, che, partendo da Parigi, toccherà Londra, Porto, Varsavia e Torino. Nel 2005 inaugura una grande installazione multimediale Sister, Sainst and Sybilless presso la cappella della Salpetriere a Parigi e viene insignita del titolo di Commendatore delle Arti e Lettere della Repubblica Francese.
Oltre alla Ballad of Sexual Dependency (1986), Nan Goldin ha pubblicato molti altri libri, tra i quali: The Other Side (1992); Vakat (con Joachim Sartorius, 1993); Tokyo Love (con Nobujoshi Araki, 1994); Double Life (con David Armstrong, 1994); I’ll Be Your Mirror (1996); Ten Years After: Naples 1986-1996 (con Guido Costa, 1998); Couples and Loneliness (1999); Devil’s Playground (2004). Dal 2000 vive e lavora a Parigi.

Il suo lavoro è rappresentato dalle gallerie Matthew Marks di New York, Ivonne Lambert di Parigi, White Cube di Londra, Spruth, Magers di Colonia/Monaco e Guido Costa Projects di Torino.

Galleria: Guido Costa Projects – Via Mazzini 24 – 10123 Torino – Italy
Periodo:
30 maggio – 29 luglio 2005
Qua tutte le info

La poetica ironia – Giovanni Gastel

Giovanni Gastel
di Claudio Pastrone

Giovanni sarebbe voluto diventare poeta. Con ironia ci racconta che a fargli cambiare strada è stato la disistima della sua fidanzata di allora per quel che scriveva. Ma se poeti si è, si continua a esserlo per tutta la vita, e lo dimostrano non solo i due volumi di poesie che ha pubblicato, ma le sue stesse scelte professionali ed esistenziali. Giovanni racconta che gli inizi della professione sono stati durissimi. Che ha raggiunto il successo lavorando senza sosta fino al momento in cui ha saputo conquistare la fiducia di persone importanti nel campo della moda. Ci dice anche che la ruota della fortuna può sempre volgere al peggio e che solo chi sa reagire alle avversità riesce a ritrovarsi. Giovanni, parlando di sé, ci insegna a riflettere su noi stessi. Dice che per essere un vero fotografo bisogna “essere” nelle proprie immagini, occorre trovarsi un aggettivo: nel suo caso, “elegante”. Poi bisogna essere disposti a cambiarlo, se occorre. Bisogna avere la capacità di cambiare il proprio modo di essere e di fotografare, di saper osservare i cambiamenti del mondo e in noi stessi. E di decidere al fine che la parola giusta da accostare a ”fotografo” è “autore”. Giovanni mette in scena la sua fotografia. A differenza della maggior parte dei fotografi, non usa la macchina fotografica per riprendere il mondo esterno: osserva e ricostruisce in studio. La sua fotografia è più vicina al teatro che al cinema. Nella sua maturità di autore ha creato un mondo fatto di eleganza e gentilezza che condiziona anche le persone che entrano nel suo studio per essere ritratte. Gastel è una persona di grande intelligenza che ha fatto dell’inventiva e della sperimentazione la sua cifra professionale.
Biografia
Giovanni Gastel nasce a Milano il 27 dicembre 1955, da Giuseppe Gastel e da Ida Visconti di Modrone, l’ultimo di sette figli. Negli anni Settanta, avviene il suo primo contatto con la fotografia. Da quel momento, ha inizio un lungo periodo di apprendistato mentre un’occasione importante gli viene offerta nel 1975-76, quando inizia a lavorare per la casa d’aste Christie’s. La svolta avviene nel 1981 quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda. Dopo la comparsa dei suoi primi still-life sulla rivista Annabella, nel 1982, inizia a collaborare con Vogue Italia e poi, grazie all’incontro con Flavio Lucchini, direttore di Edimoda, e Gisella Borioli, alle riviste Mondo Uomo e Donna. Il suo impegno attivo nel mondo della fotografia lo avvicina anche all’Associazione Fotografi Italiani Professionisti, di cui è stato presidente dal 1996 al 1998. La consacrazione artistica avviene nel 1997, quando la Triennale di Milano gli dedica una mostra personale, curata dallo storico d’arte contemporanea, Germano Celant. Il successo professionale si consolida nel decennio successivo, tanto che il suo nome appare nelle riviste specializzate insieme a quello di fotografi italiani quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avendon, Annie Lebowitz, Mario Testino e Jurgen Teller. Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, ha ricevuto l’Oscar per la fotografia. Attualmente è Presidente dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti e membro permanente del Museo Polaroid di Chicago.
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Autoscatti Sbagliati

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Il 10 Luglio 2015 s’inaugura a Perugia, la mostra fotografica ‘Autoscatti Sbagliati’, di Ilaria Facci, ospitata da Simona Calisti nel suo “Spazio Calisti” per promuovere la Ricerca contro il tumore della retina: il Retinoblastoma.

Dal 10 al 19 luglio, durante Umbria Jazz Festival, presso lo “Spazio Calisti“, prestigiosa sede di importanti eventi culturali, situato nel cuore del centro storico della città, in Via Cesare Battisti 19 (a due passi dal teatro Morlacchi), si terrà la mostra fotografica di Ilaria Facci: ‘Autoscatti sbagliati’, a favore di A.I.G.R. (Associazione Italiana Genitori dei bambini affetti da Retinoblastoma), una grave forma tumorale che colpisce un bambino ogni quindicimila nati. Ilaria Facci, artista romana, residente a Londra, ha subìto a due anni l’enucleazione dell’occhio sinistro proprio a causa di questa malattia, che è divenuta così un tema importante nelle sue opere. Il suo lavoro tende a sensibilizzare e a promuovere la Ricerca contro il Cancro. L’evento vuole sostenere le numerose iniziative dell’ A.I.G.R. che, da diciannove anni, assiste i familiari dei piccoli pazienti colpiti da questa malattia, promuove la ricerca scientifica, informa il pubblico dell’esistenza di questo tumore, che può essere curato con successo solo se diagnosticato precocemente, quando cioè si trova ancora nello stadio iniziale.. Tra i fondatori dell’Associazione c’e Theodora Hadjistilianou, la dottoressa che ha curato anche Ilaria Facci Si segnala la collaborazione della Cancer Research UK -Charity Shop Crouch End (l’Associazione nazionale inglese per la Ricerca contro il Cancro) a cui va un ringraziamento particolare per la donazione delle cornici con le quali saranno esposte le foto. Ciascuna di esse è stata regalata da privati ed aziende alla Cancer Research UK, per contribuire alla raccolta fondi: saranno così anch’esse in vendita, durante l’evento, assieme alle foto; il ricavato sarà devoluto interamente all’associazione A.I.G.R. “Autoscatti Sbagliati’ trae ispirazione dalla frase del celebre jazzista, Miles Davis: “Non esistono note sbagliate”. Per Ilaria non esistono scatti sbagliati, perché per lei non esiste lo sbaglio, nell’Arte; piuttosto ‘è attraverso l’Arte, la musica, la poesia, che lo sbaglio, il limite, il dolore, può trasformarsi in un potente strumento di aiuto per se stessi, e per gli altri’. L’esposizione che aprirà i battenti venerdì 10 luglio alle ore 18:00, durerà fino al 19 luglio,e sarà aperta al pubblico nei seguenti orari:

• 10,00-13,00 • 18,00-20,00 • 21,30- 23,30 Per info e contatti: • spaziocalisti@gmail.com • www.aigr.it Evento “Facebook”: •https://www.facebook.com/events/1616028688639926/

Ludovicu – Mariano Silletti

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Al museo di Palazzo Lanfranchi a Matera, è aperta la mostra “Ludovicu” di Mariano Silletti, carabiniere per missione e fotografo per passione, uno dei vincitori dell’ultima edizione del Leica Talent. Un lavoro bellissimo, che racconta un piccolo grande dramma, uno di quelli che spesso ci scorrono davanti agli occhi senza che riusciamo a notarli, e che invece Mariano ha saputo raccontare con delicatezza e poesia.

“Questa è la storia di una persona scomparsa. Un uomo di 57 anni, malato di Alzheimer, che un giorno è uscito di casa e non è più tornato.
Mariano Silletti usa la fotografia per raccontare il mondo, per raccontare la realtà. La realtà vera, quella che incontra tutti i giorni esercitando la sua professione di carabiniere.
Mariano ha cercato senza tregua Ludovicu in quelle notti d’inverno, una ricerca ostinata nelle sue terre, solitamente tanto ospitali ed improvvisamente oscure, mute, nebbiose, stridenti. Mariano ha uno sguardo sensibile e la storia di Ludovicu ha toccato il suo cuore, per questo l’ha dovuta raccontare.
E l’ha raccontata con le sue fotografie, scattate nel corso delle indagini, passo dopo passo, volto dopo volto, luogo dopo luogo. Fotografie che narrano, non descrivono. Che esprimono e significano, non giudicano. Tirano fuori l’umano e l’universale dalle piccole cose strazianti di una piccola storia di disagio che altrove sarebbe considerata solo marginale e residuale mentre qui diventa la storia di uno di noi: la malattia, la povertà, la solitudine, la mancanza di fortuna ed anche il dolore di chi resterà per sempre ad aspettare.”

Palazzo Lanfranchi
Piazzetta Pascoli, 75100 Matera MT

dal 5 luglio al 31 agosto

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I must have been blind – Simone D’Angelo

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Sono nato nella Valle del Sacco, un’area del Lazio meridionale che prende il nome dal fiume che l’attraversa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la valle venne inserita nella categoria delle “aree depresse”, dando inizio ad un processo di industrializzazione che ne ha compromesso la naturale vocazione agricola fino al riconoscimento, nell’ultimo decennio, dello stato di emergenza ambientale.
Anni di indagini hanno evidenziato l’entrata in circolo nella catena alimentare di agenti tossici come il beta-esaclorocicloesano, presente nel lindano, un potente insetticida impiegato in agricoltura sin dagli anni ’50 e vietato solo nel 2001. Oggi la zona è inserita nei Siti di bonifica di Interesse Nazionale.
Questo è il contesto di squilibrio ecologico che avevo programmato di raccontare, mostrando le alterazioni visibili di un microcosmo che presumevo di conoscere, ma che d’un tratto mi appariva come alieno: un luogo fuori dal tempo dove ogni indizio sugli effetti del sistema produttivo umano mi indirizzava su immagini che sembravano voler suggerire il riscatto di una natura che dell’uomo può farne a meno.
La presenza umana è infatti esclusa. Fragile e disutile come le tracce che lascia.

Teatro Ambra alla Garbatella
Piazza Giovanni da Triora, 15 – Roma
dal 23 giugno al 22 luglio

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2015 DC vita sull’acqua – Anna Brenna

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Sul lago Inle, l’acqua è un elemento essenziale per la vita della popolazione. Un’immensa distesa di acqua placida dello stesso colore del cielo, specchio del carattere pacifico ed equilibrato di quella popolazione che ci vive a stretto, strettissimo contatto.
Il lago si trova nella parte centrale della penisola del Myanmar (ex-Birmania) e ospita sulle sue rive circa 70.000 persone abitanti.
Qui l’intera vita delle persone avviene sull’acqua: si vive in palafitte di legno, si coltivano ortaggi e fiori in orti galleggianti, ci si sposta in barca nei canali formati dal lago, con l’acqua del lago ci si lava e si fa il bucato, sull’acqua del lago vengono organizzati mercati e il lago è popolato da molti pescatori le cui sagome si spostano leggiadre sull’acqua simili a quelle di eleganti fenicotteri.
Le palafitte sono costruite in legno e anche gli interni sono completamente rivestiti in legno e decorati con tappeti e tessuti.
Non molto diversa doveva essere la vita nei villaggi palafitticoli che costellavano il territorio gardesano 4000 anni fa…

Dall’11 luglio al 2 agosto 2015

Museo Civico Archeologico G. Rambotti
Desenzano del Garda (BS)

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Sara