Ciao, non perdetevi queste bellissime mostre nel mese di novembre!
Anna
Richard Avedon, In the American West, 1979-1984
La mostra presenta In the American West, la storica serie di ritratti del fotografo americano Richard Avedon (1923-2004), nata nel 1979 da una commissione dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth (Texas).
La serie fu esposta per la prima volta nel museo di Fort Worth nel 1985 e pubblicata nello stesso anno nel volume edito da Harry N. Abrams (New York).
Alla fine degli anni Settanta Richard Avedon era noto principalmente per le fotografie di moda pubblicate su riviste come Harper’s Bazaar e Vogue, e aveva già avuto una retrospettiva allo Smithsonian Institution di Washington nel 1962 e una mostra personale al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1978.
Tra il 1979 e il 1984, il fotografo viaggiò, durante i mesi estivi, in tutto l’Ovest nordamericano, alla ricerca di aree di sosta per camionisti, di fiere, di rodei, di luna park, di giacimenti petroliferi, di accampamenti minerari e di mattatoi. Davanti a un fondale bianco, appeso all’aperto, all’ombra e senza luci artificiali, fotografò oltre mille persone: braccianti di ranch, minatori, cameriere, vagabondi, giostrai, disoccupati. Avedon volle ampliare il suo ritratto degli Stati Uniti includendo persone non celebri che egli descrisse come la forza nascosta del Paese.
La mostra raccoglie la serie completa di 110 stampe realizzate per il libro, esposte insieme ai materiali d’archivio provenienti dalla Richard Avedon Foundation, che documentano il metodo di lavoro di Avedon: manoscritti, polaroid di lavoro e altri documenti provenienti dai fascicoli che raccoglieva sui singoli soggetti, compresa la corrispondenza intercorsa con le persone fotografate.
A cura di Clément Chéroux, Direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson
Mostra, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, organizzata dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, con opere in prestito da The Richard Avedon Foundation, in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo.
Dal 9 Ottobre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Esposizioni Roma
MAN RAY. Il maestro del Surrealismo
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 Image: Telimage, Paris
L’autunno di Palazzo Roverella rinnova la sua tradizionale e attesa vocazione per la grande fotografia proseguendo nel solco delle grandi rassegne dedicate ai maestri internazionali. Dal prossimo 13 novembre al 31 gennaio 2027, gli spazi espositivi rodigini ospiteranno una straordinaria monografica focalizzata su Man Ray.
Con Man Ray. Il maestro del Surrealismo prende infatti avvio il nuovo biennio espositivo 2027-2028 presentato da Fondazione Cariparo nelle scorse settimane. La grande monografica dedicata al maestro americano non rappresenta soltanto uno degli eventi più attesi della prossima stagione culturale, ma inaugura un programma che conferma l’ambizione del Roverella di consolidare ulteriormente il proprio ruolo nel panorama espositivo nazionale ed europeo.
Dopo aver annunciato un percorso che comprenderà grandi mostre d’arte, fotografia e storia, con partnership di prestigio internazionale, la Fondazione apre dunque il nuovo ciclo con uno dei fotografi più influenti e innovativi dell’intero Novecento.
L’appuntamento conferma il ruolo di primo piano del Roverella nella valorizzazione dei grandi protagonisti storici della fotografia mondiale, proponendo un evento espositivo di assoluto rilievo nazionale ed europeo.
L’esposizione celebra l’universo anticonvenzionale di un autore cardine del Novecento, capace di tracciare percorsi visivi inediti che ancora oggi offrono spunti preziosi al linguaggio visivo contemporaneo. Curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, la mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e la produzione di Silvana Editoriale.
La vera forza e la novità del progetto risiedono nel carattere scientifico e nella caratura delle partnership internazionali coinvolte, che rendono la tappa rodigina un evento di eccezionale rilievo nel panorama culturale nazionale ed europeo. Il percorso espositivo può vantare la sinergia diretta con istituzioni come il Man Ray Trust di New York e la Photothèque Man Ray di Parigi, garantendo così una selezione dai rigorosi standard conservativi e conoscitivi.
A ciò si affianca una curatela d’eccezione, affidata a due dei massimi specialisti dell’opera del maestro surrealista, la cui lunga esperienza garantisce un’interpretazione originale e aggiornata del suo lavoro.
Dal punto di vista della proposta espositiva, la rassegna si distingue per una qualità collezionistica raramente accessibile al grande pubblico. Il corpus esposto comprende infatti un consistente insieme di preziose stampe vintage, realizzate direttamente negli anni degli scatti o sotto il controllo diretto del maestro. Tra queste spicca, per eccezionalità e peso documentario, la preziosa selezione di stampe originali provenienti dal Musée Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, testimonianza diretta e insostituibile del lavoro di camera oscura che ha rivoluzionato la fotografia del XX secolo.
Sperimentatore poliedrico — pittore, regista e designer oltre che fotografo — Emmanuel Radnitsky sceglie lo pseudonimo Man Ray per unire l’elemento umano al raggio di luce, sviluppando la propria ricerca nell’ambito delle avanguardie d’oltreoceano e dell’ambiente surrealista parigino a fianco di Marcel Duchamp. La ricognizione biografica lascia tuttavia subito il posto al cuore propulsore dell’evento: l’impatto dirompente delle sue invenzioni visive, prime fra tutte le celebri rayografie realizzate senza obiettivo e le solarizzazioni messe a punto con Lee Miller, capaci di trasformare la materia fotografica in pura poesia visiva.
Attraverso una selezione di circa trecento opere tra fotografie originali, disegni, litografie, oggetti iconici e documenti storici, la mostra offre un’immersione completa nei nuclei fondamentali della creatività dell’artista. Il percorso guida il visitatore tra la riflessione sull’identità e l’ambiguità degli autoritratti, le celebri gallerie di volti dei grandi intellettuali dell’epoca e l’esplorazione incessante del corpo femminile, declinato sia nella purezza formale dei nudi sia negli innovativi scatti realizzati per l’alta moda. Un focus di particolare rilievo è riservato alle sperimentazioni tridimensionali e ai ready-made di matrice dadaista, unitamente alla proiezione integrale dei quattro cortometraggi d’avanguardia ideati dal maestro.
A completare la portata culturale e scientifica della mostra interviene il catalogo edito da Silvana Editoriale, curato dagli stessi Butzbach e Rocca e impreziosito dai contributi critici di Raffaella Perna, che integra e suggella un appuntamento destinato a segnare la stagione espositiva.
Dal 13 Novembre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Roverella – Rovigo
William Klein. Le mie città
“Nella sua lunga vita di artista, grafico, fotografo, regista, credo che più di tutto William Klein abbia cercato di far questo: cogliere il ritmo delle città in cui si trovava e
racchiuderlo in quelle straordinarie immagini perennemente in movimento che realizzava”
Alessandra Mauro
Considerato uno dei protagonisti più innovativi della fotografia del Novecento, William Klein ha radicalmente cambiato il modo di immortalare le città: non le osserva da lontano, ma entra nella scena realizzando immagini fisiche, veloci e ironiche che sembrano catturare la realtà nel momento stesso in cui prende forma.
Da questo punto di osservazione nasce la mostra “Le mie città”, presentata da M77 Gallery negli spazi di via Mecenate a Milano dal 22 settembre al 14 novembre 2026. Un’esposizione che si inserisce in una doppia ricorrenza: il 2026 segna infatti il centenario della nascita di William Klein, oltre a inaugurare il biennio (2026/2027) dedicato al bicentenario dell’invenzione della fotografia.
Curata da Alessandra Mauro, la monografica ripercorre il rapporto dell’artista con le città che hanno segnato la sua vita e la sua ricerca: Milano, dove nei primi anni Cinquanta iniziò la sua carriera; Roma, dove nel 1956 si scoprì effettivamente fotografo, invitato da Fellini come assistente per un film in preparazione; New York, dove nacque e dove realizzò il primo, straordinario “diario visivo”; Parigi, città d’adozione dove scelse di vivere, e poi ancora Mosca e Tokyo. Luoghi diversi, abitati in momenti differenti della sua lunga esperienza, diventano così tappe di uno stesso viaggio. Quello di un fotografo capace di immergersi nel caos urbano e seguirne il ritmo, per restituirlo attraverso immagini dinamiche e profondamente personali.
William Klein nasce a New York nel 1926 per poi approdare, intorno ai vent’anni, a Parigi, dove “tutto” avviene: l’incontro con Jeanne, la compagna della sua vita, la scelta di diventare artista e di frequentare, dal 1948, l’atelier di Fernand Léger. Nei primi anni Cinquanta si sposta a Milano debuttando con la prima personale di opere astratte nel foyer del Piccolo Teatro e poi alla Galleria Il Milione. Nel capoluogo meneghino entra in contatto con l’architetto Angelo Mangiarotti che gli commissiona dei grandi pannelli girevoli decorati. Sarà proprio per documentare questo lavoro che Klein prende in mano per la prima volta una macchina fotografica.
Nel 1954 torna a New York chiamato dall’allora art director di Vogue Alexander Lieberman. “Life is good and good for you in New York”, diario visivo del suo ritorno, diventa uno dei libri più celebri nella storia della fotografia.
Forte di questo successo, Klein viene invitato a Roma da Federico Fellini come assistente per “Le notti di Cabiria”. Nasce così il secondo dei suoi diari visivi in cui l’artista racconta per immagini una città sconosciuta, osservando chi la abita ed entrando all’interno del flusso esistenziale che la percorre.
Come poi accade anche nelle altre città, con le sue realizzazioni siamo lontanissimi dal mito del fotografo-testimone. Quando scende in strada, Klein è presente, quasi ingombrante, e interagisce con i soggetti, ci parla, li provoca, sperimentando di tutto: immagini accidentali, mosse, deformate.
Con oltre 60 di queste immagini, la mostra “Le mie città” espone, al piano terra della galleria, una selezione di visioni urbane in bianco e nero che restituiscono il rapporto dell’artista con le “sue” città, mentre il primo piano è interamente dedicato al suo lavoro nella moda, personalissimo e pieno di colori. Un mondo, quello del fashion, comunque soggetto allo stesso approccio: Klein porta le modelle fuori dallo studio e le immerge nella vita di tutti i giorni, mettendole in relazione con taxi, semafori, passanti e architetture. La fotografia di moda diventa così un’altra forma di racconto in cui dialogano il quotidiano e la messa in scena.
Il primo piano ospita anche un video – realizzato dallo stesso Klein nel 2005 per accompagnare la sua mostra al Centre Pompidou – con una selezione dei suoi corti e dei suoi film, dal primissimo Broadway by light (1958) alla Trilogia sui neri d’America: un montaggio che mischia temi e stili, dialoghi veloci e un uso sapiente della musica, per restituire al pubblico uno sguardo radicale e critico nei confronti della società mediatica.
Dal 22 Settembre 2026 al 14 Novembre 2026 – M77 Gallery – Milano
So Many Windows In Time: Frozen Features – Jason Fulford
Jason Fulford torna da Micamera con una selezione di fotografie tratte dall’ultimo libro e realizzate sovrapponendo immagini scattate nell’arco di trent’anni, dal 1996 al 2026.
Fulford costruisce il proprio lavoro a partire da una convinzione: il significato di una fotografia non è mai del tutto contenuto nell’immagine, ma si modifica attraverso ciò che le viene messo accanto e lo sguardo dell’osservatore. Nei libri, nelle mostre, nelle performance e nel lavoro editoriale, le fotografie entrano continuamente in relazione tra loro, producendo rime, cortocircuiti, dissonanze e associazioni impreviste.
In Frozen Features questo principio entra direttamente nell’immagine. Due fotografie appartenenti a tempi e luoghi lontani vengono sovrapposte e così Tamara, mentre disegna Lucrezia Borgia sulla parete di Micamera, si ritrova improvvisamente al centro di una highway americana. O alcuni mobili ammucchiati ricordano la serie Mobili nella valle di De Chirico. Scala, tempo e spazio smettono di essere coordinate stabili.
Il processo è governato dal caso: una sorta di slot machine metafisica che rimescola la memoria e ne restituisce frammenti a due a due, lasciando all’intuizione e al senso della composizione il compito di riconoscere quando un accostamento funziona. A volte è l’ironia, o una questione di forme. Alcune sovrapposizioni sembrano scontate ma a pensarci un attimo sono inspiegabili.
Il titolo, Frozen Features, conserva la stessa ambiguità delle fotografie. Features può indicare i tratti di un volto, ma anche caratteristiche, elementi, particolari e Frozen suggerisce qualcosa di immobile, congelato nel tempo. Fulford parte da immagini congelate nelle fotografie per trent’anni e le rimette in movimento, accostandole e sovrapponendole fino a far emergere qualcosa che prima non c’era.
Il rapporto tra Jason Fulford e Micamera dura da quasi quindici anni e ha preso, nel tempo, forme molto diverse. Siamo stati la cantina dei vini di Hotel Oracle e abbiamo ospitato libri, mostre, performance, workshop e progetti costruiti dentro e fuori dallo spazio della galleria, fino alle 684 fotografie di Everything (LOL), riunite nel 2025 in un’unica grande installazione. Cambiano i formati, gli spazi e le regole del gioco: So Many Windows In Time aggiunge un’altra possibilità, perché immagini separate da anni e chilometri finiscono nello stesso spazio, come finestre aperte contemporaneamente su tempi diversi.
Dal 5 novembre al 5 dicembre – MiCamera – Milano
Tamaki Yoshida – Unfolding
All’interno dello spazio espositivo “Die Gelbe Wand” nei Mercati Culturali Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese.
Dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026, Die Gelbe Wand, il nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia contemporanea presente all’interno del centro culturale Mercati Culturali Pordenone, ospita Tamaki Yoshida. Unfolding, la prima grande mostra europea dedicata alla fotografa giapponese. Curata da Marco Minuz, l’esposizione presenta due importanti nuclei della ricerca dell’artista, Negative Ecology e Himizu, attraverso i quali Yoshida indaga il rapporto tra essere umano e mondo naturale, interrogando le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sull’ambiente.
L’esposizione rappresenta un appuntamento di rilievo nella programmazione culturale cittadina e si inserisce nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027, essendo Die Gelbe Wand uno dei progetti del Dossier di Pordenone 2027, contribuendo a rafforzare il dialogo della città con la scena artistica internazionale. Un progetto che prosegue il percorso di analisi della scena fotografica contemporanea giapponese e dei paesi di lingue tedesca, avviato con le precedenti mostre dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.
Come afferma Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone “I Mercati Culturali Pordenone, che accolgono il progetto di Pordenone 2027 “Die Glebe Wand”, raccontano meglio di ogni altro luogo che cosa significhi per la città essere Capitale italiana della Cultura. Qui pubblico e privato hanno collaborato proficuamente e uno spazio rimasto a lungo chiuso è diventato oggi un luogo vivo per l’arte e la fotografia contemporanea. Nel percorso verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 la rigenerazione urbana sta cambiando il profilo della città: Villa Cattaneo ospita il Polo del Futuro Musicale gestito da giovani, la Casa del Mutilato accoglierà esposizioni e mostre, l’ex area Tomadini diventerà un ecomuseo. In questo panorama “Die Glebe Wand” si afferma come nuovo punto di riferimento culturale per la città, un segno visibile di ciò che la Capitale sta portando a Pordenone: un respiro più metropolitano, nuovi spazi culturali e collaborazioni internazionali.”
Il titolo Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold, che significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, far emergere gradualmente ciò che prima non era visibile. La parola indica anche lo svolgersi di un processo, lo sviluppo di una situazione e la progressiva rivelazione di qualcosa di ignoto. Un termine che restituisce efficacemente la natura della ricerca di Tamaki Yoshida, nella quale la fotografia diventa uno spazio di trasformazione, in cui ciò che appare familiare si fa enigmatico e ciò che sembrava sfuggire alla comprensione prende forma, diventando visibile. È un passaggio da uno stato all’ altro, nel quale non tutto viene rivelato e una parte rimane affidata all’immaginazione e alla sensibilità di chi osserva.
Le immagini di Yoshida sembrano abitare una soglia, evocando la sensazione provata durante l’infanzia davanti a una porta socchiusa, quando da una stanza filtravano una luce o una voce, lasciando intuire l’esistenza di un mondo che non era possibile conoscere interamente. È proprio in questo spazio sospeso tra apparizione e oscurità che la fotografia si sottrae alla semplice registrazione del reale per diventare esperienza percettiva, interrogazione e scoperta. Una riflessione che trova una suggestiva risonanza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: «In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte». Il mistero, nella ricerca di Yoshida, non è qualcosa da risolvere, ma una dimensione da attraversare, capace di mettere in discussione le nostre certezze e dare spazio a incertezze del nostro passato.
Nella prima sezione presente in mostra, Negative Ecology, l’artista affronta le contraddizioni di un mondo plasmato dall’antropocentrismo, interrogandosi sul modo in cui l’essere umano definisce, organizza e trasforma l’ambiente in funzione delle proprie necessità. Al centro del progetto ci sono animali selvatici capaci di adattarsi a contesti profondamente modificati dall’attività umana. In Giappone, queste creature vengono spesso classificate come “animali nocivi”, perché considerati una minaccia per lo stile di vita umano. Eppure la loro straordinaria capacità di resistenza e sopravvivenza mette in discussione l’idea che il dominio tecnologico e scientifico dell’uomo coincida necessariamente con una posizione di superiorità nel mondo naturale.
L’origine del progetto è legata a un incidente avvenuto durante lo sviluppo di un rullino fotografico. Sul negativo erano comparse ampie aree di sviluppo irregolare, simili a una forza corrosiva che sembrava minacciare le immagini. Quell’alterazione accidentale ha assunto per Yoshida un significato più ampio, diventando una metafora delle trasformazioni e delle aggressioni che investono gli ecosistemi. Da questa intuizione è nata una sperimentazione diretta sulla materia fotografica: l’artista ha iniziato a trattare i negativi con sostanze provenienti dalla quotidianità, come detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari, materiali che, attraverso gesti ordinari e spesso inconsapevoli, finiscono negli scarichi e vengono immessi nell’ambiente.
Le immagini si alterano, i colori mutano e le forme sembrano consumarsi, come se il mondo ritratto fosse sottoposto a un processo di erosione. Eppure, gli animali continuano a emergere da questa superficie instabile. La fotografia diventa così il luogo in cui rendere visibili effetti normalmente impercettibili: l’accumulo delle conseguenze delle nostre azioni, la contaminazione diffusa e la fragilità di un ambiente che tendiamo a considerare una risorsa a nostra disposizione. Negative Ecology invita a riconsiderare i valori attraverso cui abbiamo posto l’umanità al centro del mondo, aprendo una riflessione sulla capacità della natura di resistere anche agli ambienti che l’uomo ha profondamente trasformato.
Con la serie Himizu, Tamaki Yoshida sposta la sua ricerca sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji, dove nel corso delle sue ricerche si è imbattuta ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale. Le strade sono infrastrutture essenziali per la vita contemporanea: trasportano persone e merci, sostengono l’economia e rendono accessibili luoghi di lavoro, viaggio e svago. Allo stesso tempo attraversano gli habitat naturali e interrompono i percorsi degli animali che li abitano. Quando un animale muore nel proprio ambiente, il suo corpo entra normalmente in un ciclo di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. La morte sulla strada interrompe questo processo, separando il corpo dal territorio al quale apparteneva.
Nell’area intorno alla città di Fujiyoshida, alle pendici del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate in media circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno, un numero che potrebbe essere superiore se si considerano gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell’organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha condotto una ricerca sul fenomeno, sviluppando un progetto che non intende soffermarsi sull’impatto viscerale della morte, ma su ciò da cui quei corpi sono stati separati.
La ricerca si traduce in un confronto tra due procedimenti fotografici e due diverse modalità di rappresentare la relazione con il territorio. Per evocare la foresta in cui gli animali vivevano, l’artista raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali utilizzati nella stampa alla gomma su carta di cotone. Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti. Le immagini degli animali uccisi vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il più possibile vicina alle loro dimensioni reali.
Da una parte, dunque, la foresta prende forma attraverso i materiali della terra; dall’altra, il corpo rimane impresso su una superficie metallica. Due presenze distinte che restituiscono visivamente una separazione prodotta dall’attività umana: il paesaggio a cui l’animale apparteneva e il corpo che da quel paesaggio è stato strappato. Il titolo Himizu deriva dal nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l’idea di un animale che non vede il sole, legato a un’esistenza lontana dalla luce del giorno. La sua presenza diventa emblematica di una condizione più ampia: quella degli animali che vivono accanto agli esseri umani, ma i cui corpi, dopo la morte, vengono spesso ignorati e rimossi. Osservare quei corpi significa allora interrogarsi non soltanto sulla morte degli animali, ma anche sul mondo che abbiamo costruito, sulle conseguenze delle nostre infrastrutture e sul rapporto che intratteniamo con gli altri esseri viventi.
Attraverso Negative Ecology e Himizu, Tamaki Yoshida affronta da prospettive diverse una questione comune: le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sul mondo naturale. Se nel primo progetto è la stessa superficie fotografica a essere aggredita e trasformata, nel secondo è il rapporto tra il corpo e la terra a diventare il centro della ricerca. In entrambi i casi, la fotografia non si limita a documentare la realtà, ma ne mette in discussione i confini, facendo emergere ciò che rischia di essere ignorato e aprendo nuove possibilità di lettura.
Unfolding diventa così un invito a osservare il mondo oltre ciò che appare immediatamente visibile, a riconoscere la fragilità degli equilibri naturali e a interrogarsi sul posto che l’essere umano occupa all’interno di essi. Le immagini non offrono risposte definitive, ma aprono domande sulla resilienza della natura, sulla responsabilità individuale e collettiva e sulla possibilità di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente. È in questa tensione tra ciò che si mostra e ciò che rimane nascosto, tra la materia che si trasforma e ciò che resiste, che la ricerca di Yoshida trova il suo significato più profondo.
Con questa esposizione, Die Gelbe Wand conferma la propria vocazione a essere un luogo di incontro tra la fotografia contemporanea e il pubblico, offrendo a Pordenone l’opportunità di confrontarsi con una ricerca artistica di respiro internazionale. La mostra contribuisce a rafforzare il ruolo di Die Gelbe Wand e Pordenone come centro di produzione e diffusione culturale, in una fase strategica per la città e per il suo percorso verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027.
Il progetto è organizzato da Mercati Culturali Pordenone con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone, e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare.
dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 – Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone
World Press Photo Exhibition 2026
World Press Photo Exhibition 2026, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino per il decimo anno consecutivo: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti.
L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 69ª edizione del concorso. Gli scatti portano la firma di fotografi che lavorano per le più importanti realtà dell’informazione globale, a partire dall’agenzia ZUMA Press, che ha distribuito l’immagine dell’anno firmata da Carol Guzy per il Miami Herald. Accanto ai grandi marchi delle agenzie di stampa come Reuters, Associated Press ed EPA Images, la mostra raccoglie i reportage pubblicati da quotidiani e riviste d’eccellenza quali New York Times, Time, Le Monde ed El País, insieme ai progetti a lungo termine sostenuti dalla National Geographic Society e ai lavori indipendenti distribuiti da agenzie come Panos Pictures. Immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità.
I lavori premiati raccontano conflitti globali, offrendo una potente testimonianza visiva della vita in tutto il mondo, dagli Stati Uniti e dall’Ucraina fino al Nepal, al Pakistan e alla Palestina, parlano di crisi, ma anche resistenza e tradizioni nascoste. Al centro, anche la crisi climatica, da Los Angeles alle Filippine, al Messico e alla Norvegia, le mobilitazioni e la lotta per i diritti attraverso immagini di proteste negli Stati Uniti e di movimenti femminili in Guatemala e Kenya.
Intimi e spesso toccanti, i lavori rivelano anche la fragilità della vita umana – dalla malattia all’isolamento, dal lutto alla sopravvivenza – accanto a storie di generazioni più giovani: ballerine di danza classica in Sudafrica, donne a cavallo in Marocco, famiglie colpite dalle politiche di controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti. I ritratti ambientali, infine, avvicinano lo spettatore alla natura in modo quasi fisico: dall’abbattimento di elefanti in Zimbabwe, a un orso polare sopra una carcassa di capodoglio, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale cinese. Insieme, questi progetti compongono un ritratto urgente del nostro mondo contemporaneo.
Le 144 immaginisono state selezionate tra 57.376 fotografie presentate da 3.747 fotografi provenienti da 141 paesi.
A Torino l’esposizione torna per il decimo anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Brand Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.
«Il decimo anno della World Press Photo Exhibition a Torino rappresenta per Cime un traguardo particolarmente importante e conferma il legame profondo che la mostra ha costruito nel tempo con il suo pubblico e con la città – afferma Vito Cramarosa, direttore di Cime – Siamo felici di celebrare questo anniversario rinnovando la collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti, partner prezioso con cui condividiamo l’impegno nel promuovere la fotografia e il fotogiornalismo come strumenti di conoscenza, consapevolezza e confronto sui grandi temi del nostro tempo. Dieci edizioni testimoniano la capacità della mostra di continuare a coinvolgere generazioni diverse, offrendo ogni anno nuovi sguardi sul mondo e sulla contemporaneità».
L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 18 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino e della Città Metropolitana di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.
Giovanni Quaglia e Salvo Bitonti, rispettivamente presidente e direttore dell’Accademia Albertina, affermano: «Lafotografia è di casa all’Accademia Albertina di Belle Arti, nelle collezioni della sua straordinaria fototeca storica come nell’oggi della formazione artistica. Con grande piacere abbiamo concesso l’ipogeo della Rotonda del Talucchi alla mostra internazionale World Press Photo 2026, permettendole di essere visitata dai nostri studenti e da tutti i cittadini».
Venerdì 25 settembre si terrà il primo importante appuntamento: alle 17,30 ci sarà l’incontro con il fotografo Pablo E. Piovano, autore del progetto a lungo termine “Il costo umano delle agrotossine“. Nel 1996, l’Argentina ha liberalizzato l’uso della soia geneticamente modificata e resistente agli erbicidi insieme ai diserbanti a base di glifosato, una politica adottata senza ricerche indipendenti. Al centro del suo lavoro, 30 anni in cui l’uso di fitofarmaci è salito alle stelle, passando da 40 milioni a 580 milioni di litri all’anno: le immagini documentano il costo umano di un modello economico che privilegia il profitto agroindustriale rispetto alla vita dei residenti nelle zone rurali. Oggi, il 60% dei terreni coltivati in Argentina viene irrorato causando ripercussioni sulla vita di 14 milioni di persone. Nonostante studi indipendenti colleghino l’esposizione alle tossine a un aumento dei rischi di cancro e malformazioni congenite, le normative continuano a essere ridotte anche quando l’uso di prodotti agrochimici si avvicina sempre più agli insediamenti.
L’edizione 2026: il lavoro delle giurie
World Press Photo Contest 2026 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta da Kira Pollack, ricercatrice all’Harvard Shorenstein Center, che si occupa di innovazione negli archivi attraverso le tecnologie emergenti e, in precedenza, ha ricoperto ruoli di leadership al TIME, Vanity Fair e The New York Times Magazine.
«Questo è un momento cruciale per la democrazia, per la verità, per ciò che noi, come società, siamo disposti a vedere e a denunciare, e ciò che siamo disposti a ignorare. I fotografi qui riconosciuti hanno fatto la loro parte – spiega Pollack – Hanno creato una testimonianza. Ora tocca a noi guardarla».
Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti. Il modello di concorso articolato per aree, introdotto nel 2021, favorisce una maggiore diversità di storie, autori e autrici provenienti da tutto il mondo. Quest’anno, 31 dei 42 vincitori sono originari dei luoghi che hanno raccontato nei loro lavori. Rispetto all’edizione 2025, si è registrato un aumento dell’11 per cento dei partecipanti dal Sud America e del 14 per cento dall’area Asia-Pacifico e Oceania. Le fotografe e le persone non binarie rappresentano il 22 per cento dei partecipanti, a conferma di una crescita costante più inclusiva da quando è stato introdotto il modello per aree geografiche.
«Ho un assoluto rispetto per la profondità del processo che sta dietro ogni storia che premiamo. Credo che l’intenzionalità della giuria sia e continuerà a essere la fonte della fiducia che il pubblico ripone nel World Press Photo» afferma la direttrice generale del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury.
I fotogiornalisti e gli autori selezionati arrivano da Argentina, Australia, Brasile, Cina, Colombia, Ecuador, Filippine, Francia, Francia/Cambogia, Germania, India, Iran/Canada, Israele, Italia, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Siria/Francia e Ucraina.
Tre, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie e Progetti a lungo termine.
I vincitori
A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2026 è stata la statunitense Carol Guzy con l’immagine “Separated by ICE“, che mostra una famiglia ecuadoriana disperata mentre il padre viene arrestato dagli agenti dell’immigrazione all’interno del tribunale federale di New York nell’agosto 2025. Questa fotografia è stata scattata per ZUMA Press e pubblicata sul Miami Herald. Mentre l’uomo, unico sostentamento della casa e privo di precedenti penali, viene portato via subito dopo un’udienza, la moglie Cocha e i tre figli rimangono sopraffatti dal dolore nel corridoio. L’immagine testimonia l’impatto sistemico delle politiche di repressione dell’immigrazione negli Stati Uniti proprio nei luoghi dedicati alla giustizia. Carol Guzy ha dedicato il
riconoscimento al coraggio della famiglia nell’aprire la propria storia all’obiettivo della fotocamera.
Due sono i finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo, che accendono i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria a Gaza e sulla lunga battaglia per i diritti umani in America Latina.
Il fotografo palestinese Saber Nuraldin si è classificato finalista con “Aid Emergency in Gaza“, realizzata per EPA Images. Lo scatto ritrae la folla di civili che si arrampica disperatamente su un camion di aiuti umanitari al valico di Zikim nel luglio 2025, nel tentativo di procurarsi della farina durante una devastante carestia.
Il fotografo Victor J. Blue si è classificato finalista con “The Trials of the Achi Women“, realizzata per The New York Times Magazine. L’immagine mostra un gruppo di donne indigene Maya Achi all’esterno del tribunale di Città del Guatemala nel maggio 2025, nel giorno in cui tre ex paramilitari sono stati condannati per violenze sessuali e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile, coronando una battaglia legale durata 14 anni.
Tra i temi trattati nelle altre categorie figurano la guerra in Sudan, gli incendi devastanti a Los Angeles e in Spagna, le conseguenze del terrorismo con l’attacco a Bondi Beach e la resistenza della comunità palestinese a Gaza.
Tra i progetti a lungo termine e le storie premiate c’è il lavoro del messicano César Rodríguez sulla crisi climatica e la grave scarsità idrica che sta trasformando il Messico. William Keo ha raccontato le tensioni e le identità nelle banlieue francesi, Diego Ibarra Sánchez ha documentato l’impatto del conflitto sulle scuole e sui bambini tra Pakistan, Libano e Ucraina. La svedese Sanna Sjöswärd ha affrontato, nella categoria Singole / Europa, il delicato tema dell’anoressia grave attraverso la storia di un’ex ballerina, mentre il cinese Wu Fang ha seguito per 15 anni le vicende di una madre diventata genitore a 60 anni tramite fecondazione assistita dopo aver perso l’unico figlio.
Tra i vincitori c’è anche la fotografa italiana Chantal Pinzi, unica rappresentante del nostro paese tra i premiati. Il suo progetto “Farīsāt: Gunpowder’s Daughters” racconta le donne che in Marocco sfidano una tradizione equestre storicamente maschile, rivendicando il proprio spazio all’interno di una pratica culturale profondamente radicata.
Dal 18 Settembre 2026 al 13 Dicembre 2026 – Accademia Albertina delle Belle Arti – Torino
Dal 25 Settembre 2026 al 8 Dicembre 2026 – Palazzo Ducale – Genova
MARC RIBOUD. VERSO IL MONDO I ROBERT CAPA. DENTRO LA STORIA
Sguardi sul Novecento si intrecciano negli scatti di due protagonisti indiscussi della fotografia del XX secolo: Marc Riboud e Robert Capa. Gli scatti più significativi dei due fotogiornalisti di Magnum Photos saranno al centro del nuovo doppio progetto espositivo che Fondazione Artea realizza in collaborazione con i Comuni di Caraglio e Saluzzo, articolato in due mostre inedite al Filatoio di Caraglio e alla Castiglia di Saluzzo, due luoghi simbolo del patrimonio architettonico cuneese e piemontese.
Dal 22 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 il Filatoio di Caraglio ospiterà la mostra Marc Riboud. Verso il mondo, mentre dal 23 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 la Castiglia di Saluzzo presenterà il percorso Robert Capa. Dentro la storia. Il progetto mette in relazione due grandi protagonisti della fotografia e due luoghi fortemente identitari del territorio, proseguendo il percorso di valorizzazione del patrimonio culturale della provincia di Cuneo attraverso i linguaggi della contemporaneità.
Concepite per dialogare tra loro, le due esposizioni offrono espressioni diverse del Novecento, un secolo attraversato dalla continua tensione fra caos e ordine, conflitto e ricostruzione, grandi avvenimenti storici e vita quotidiana. Due modi diversi di stare di fronte alla realtà e di raccontarne le trasformazioni: Riboud attraverso il viaggio, l’osservazione delle persone, dei gesti, del lavoro e delle società incontrate nel corso di oltre cinquant’anni di attività, Capa con la prossimità all’evento e alla storia nel suo accadere.
La mostra Marc Riboud. Verso il mondo al Filatoio di Caraglio, antico setificio seicentesco e oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, riunisce 180 fotografie ed èrealizzata in collaborazione con il Musée Guimet di Parigi, dalle cui collezioni provengono tutte le fotografie e i documenti esposti. È curata da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud, sotto la supervisione di Catherine Riboud Chaine, moglie del fotografo.La mostra ha inoltre il patrocinio del Consolato Generale di Francia a Milano e costituisce la prima grande retrospettiva in Italia dedicata all’opera di Marc Riboud dalla scomparsa del fotografo, avvenuta dieci anni fa.
L’esposizione è concepita secondo un duplice criterio cronologico e geografico per ripercorrere le principali tappe della carriera del fotografo, dai primi reportage degli anni Cinquanta fino agli ultimi viaggi, alle soglie del XXI secolo, con la Cina a occupare un posto di primo piano.
Per oltre cinquant’anni Riboud attraversa il mondo lasciandosi guidare dalla curiosità e facendo della pazienza uno strumento essenziale di conoscenza. Il suo sguardo si posa su luoghi, persone e situazioni con partecipazione, senza forzare la realtà, ma attendendo che siano gesti, volti, posture e dettagli a rivelarne la complessità. A questa disposizione all’osservazione si accompagna una particolare attenzione alla composizione dell’immagine: geometrie, linee, contrasti e rapporti tra le figure diventano elementi attraverso cui costruire una fotografia rigorosa e al tempo stesso poetica.
In questo racconto occupa un posto significativo anche il mondo del lavoro, osservato da Riboud nelle sue molteplici forme e nei diversi contesti attraversati nel corso dei suoi viaggi. Un tema che trova una particolare risonanza negli spazi del Filatoio di Caraglio, luogo nato per la produzione della seta e segnato per secoli dalla presenza di uomini e donne, macchine, tecniche e saperi.
Il percorso si completa con documenti di lavoro, tra cui corrispondenza, provini a contatto, stampe di lettura e per i giornali, riviste e materiali audiovisivi che restituiscono il contesto di produzione dei reportage e la voce e il pensiero di Marc Riboud.
La mostra Robert Capa. Dentro la storia, allestita alla Castiglia di Saluzzo, antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, è curata da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York, dalle cui collezioni provengono le 100 fotografie esposte. La mostra documenta il lavoro del grande fotografo non solo in quanto testimonianza storica del Novecento, ma come momento decisivo nella definizione di un nuovo linguaggio del fotogiornalismo. La retrospettiva si articola in sette sezioni e comprende scatti iconici e opere meno note, offrendo una visione ampia e articolata della sua evoluzione professionale e della varietà dei contesti in cui Capa ha operato.
Il progetto assume l’opera di Capa come punto di svolta nella trasformazione del rapporto tra immagine, evento e spettatore: non più una fotografia concepita come osservazione distante, ma una pratica visiva fondata sulla prossimità, sul coinvolgimento diretto e sulla capacità di rendere il pubblico partecipe della scena rappresentata. In questa prospettiva, il lavoro di Capa appare centrale non soltanto per la storia della fotografia di guerra, ma più in generale per l’evoluzione della cultura visiva contemporanea.
Fondato nel 1974 da Cornell Capa, l’International Center of Photography nasce con l’obiettivo di preservare e promuovere l’eredità della “concerned photography”, una fotografia attenta alle questioni sociali e politiche e alla capacità delle immagini di contribuire alla conoscenza e alla comprensione del mondo.
Il dialogo tra le due mostre mette a confronto due differenti modi di attraversare e raccontare il Novecento. Marc Riboud tende a osservare ciò che precede, accompagna o segue questi momenti di rottura, soffermandosi sulle persone, sul lavoro, sulle forme di organizzazione della società e sulla quotidianità; Robert Capa, invece, si colloca spesso nel punto di massima intensità dell’evento, quando la storia irrompe nella vita degli individui. Ne emergono due sguardi differenti su un secolo continuamente attraversato dalla tensione fra caos e ordine. Il confronto risulta particolarmente evidente nei nuclei dedicati a paesi come la Cina e il Giappone, dove le due mostre presentano fotografie realizzate dagli autori negli stessi contesti geografici, ma in momenti differenti. Questo accostamento consente così di osservare, attraverso due prospettive autonome, situazioni e fasi diverse della storia del Novecento.
Marc Riboud. Verso il mondoal Filatoio di Caraglio è un progetto della Fondazione Artea, realizzato in collaborazione con il Comune di Caraglio, curato da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud.
Robert Capa. Dentro la storia alla Castiglia di Saluzzo è un progetto del Comune di Saluzzo e Fondazione Artea, curato da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York.
Marc Riboud. Verso il mondo
Caraglio (CN), Il Filatoio (via Matteotti 40)
22 ottobre 2026– 29 marzo 2027
Robert Capa. Dentro la storia
Saluzzo (CN), La Castiglia (piazza Castello, 1)
23 ottobre 2026– 29 marzo 2027
Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968
Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta, dal 19 novembre 2026 al 4 aprile 2027, la mostra Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968, a cura di Isabella Garolla e Uliano Lucas, dedicata a uno dei fotografi più rilevanti della storia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.
L’esposizione, realizzata in collaborazione con Suazes, riunisce un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate in Italia da Federico Garolla (Napoli, 1925 – Milano, 2012) nei vent’anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso il suo sguardo, prende forma il racconto di un Paese che, dopo la devastazione del conflitto, ritrova gradualmente fiducia e slancio, ponendo le basi di quello che sarebbe stato in seguito definito il “Miracolo italiano”. Un percorso in cui emerge la volontà di un popolo di ricostruire non solo città e infrastrutture, ma soprattutto la propria identità e il proprio futuro. Garolla immortala una nazione in bilico tra tradizione e modernità, documentando la ripartenza del nostro Paese tanto nella sua dimensione quotidiana – come si vede negli scatti in cui ritrae la vita della gente comune – quanto prestando attenzione al mondo della cultura e dello spettacolo. Dal suo lavoro scaturisce una riflessione sulla società, sull’umanità, sui cambiamenti e le contraddizioni del suo tempo.
Giornalista e fotogiornalista, dagli anni Quaranta Garolla realizza centinaia di reportage per prestigiose testate italiane e straniere. Il suo obiettivo ci restituisce paesaggi, volti di gente comune, ma anche personaggi famosi: pittori quali Renato Guttuso e Massimo Campigli, scrittori come Elsa Morante e Giuseppe Ungaretti, ma anche stilisti, musicisti, attori e attrici di cinema e teatro, con un occhio sempre discreto e sempre attento anche alle tematiche sociali.
Ad accompagnare l’esposizione, un ricco programma di iniziative collaterali, tra cui incontri di approfondimento sui temi dell’esposizione e sulla fotografia, oltre a visite guidate.
Dal 19 Novembre 2026 al 4 Aprile 2027 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano
62° Wildlife Photographer of The Year
La mostra di fama mondiale Wildlife Photographer of the Year, giunta alla 62ª edizione e in prestito dal Natural History Museum di Londra, sarà a Milano, organizzata dall’Associazione Culturale Radicediunopercento, nella prestigiosa sede del Museo della Permanente, dal 20 novembre 2026 al 7 febbraio 2027, presentando 100 fotografie naturalistiche eccezionali, premiate quest’anno al concorso.
Le immagini sono state selezionate tra il primato di oltre 65.000 candidature provenienti da 121 paesi e territori, e sono state valutate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti del settore, in base a creatività, originalità ed eccellenza tecnica.
In attesa della proclamazione dei vincitori assoluti, del Grand Title e Young Grand Title, e di categoria che saranno annunciati il 13 ottobre 2026 – durante la cerimonia londinese presentata dai conduttori di programmi naturalistici Chris Packham e Megan McCubbin – sono state svelate in anteprima alcune delle meravigliose immagini in esposizione che hanno ricevuto la Menzione d’onore.
Tra queste figurano quella di un curioso orso polare che guarda attraverso il foro per respirare di una foca, nel ghiaccio marino artico, scattata da Audun Rikardsen, e quella di Ernest Porter che ritrae un beccabue mentre si pulisce il becco contro la pelle di un rinoceronte, nella morbida luce del pomeriggio. E ancora, quella del giovane Jack Crockford con una rondine in controluce sotto un aereo in arrivo all’aeroporto di Heathrow a Londra, e quella di Allegra Hutton che mostra un giovane leopardo mentre insegue uno scoiattolo su un albero, nel delta dell’Okavango in Botswana.
La mostra mette in luce visioni potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali nascosti, specie spettacolari e la straordinaria biodiversità del mondo naturale. Sfruttando l’innata capacità emotiva della fotografia di coinvolgere e ispirare il pubblico, gli scatti raccontano storie e ritraggono specie provenienti da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di impegno per la salvaguardia del pianeta.
Nato nel 1965, il Wildlife Photographer of the Year è l’evento fotografico più prestigioso del suo genere e, a testimonianza del suo fascino intramontabile, anche quest’anno le immagini vincitrici faranno un tour internazionale e potranno essere viste da oltre un milione di persone.
Le iscrizioni alla 63ª edizione del concorso Wildlife Photographer of the Year si apriranno lunedì 19 ottobre e si chiuderanno giovedì 3 dicembre 2026.
Dal 20 Novembre 2026 al 7 Febbraio 2027 – Museo della Permanente – Milano
Women for Women Against Violence
La mostra fotografica “Women for Women Against Violence”, progetto di forte impatto sociale, è approdata nello Spazio Cisterne della Fabbrica del vapore di a Milano e resterà in esposizione fino al 30 agosto 2026. L’esposizione utilizza il linguaggio universale della fotografia per accendere i riflettori su due delle principali fragilità del mondo femminile: la violenza di genere e il tumore al seno. 21 ritratti fotografici di grande formato raccontano storie vere di donne che hanno scelto di trasformare la propria esperienza personale in un messaggio pubblico di consapevolezza, responsabilità civile e rinascita. Accanto a loro, testimonial,premiati con il Camomilla Award, riconoscimento della kermesse, per l’impegno nella sensibilizzazione sulle tematiche, contribuiscono ad amplificare la forza del messaggio. Il progetto, frutto di un complesso lavorodell’Associazione Consorzio Umanitas,dall’ideazione al coinvolgimento di oltre 40 protagonisti delle storie, alla definizione delle coppie e dell’impianto narrativo, fino alsostenimento di tutti i costi produttivi,prende origine dal vissuto personale di Donatella Gimigliano, giornalista e Presidente della non profit, da anni impegnata contro la violenza sulle donne e che ha affrontato in prima persona l’esperienza del tumore al seno. Ogni opera è accompagnata da un QR code che consente ai visitatori di ascoltare direttamente la voce delle protagoniste, creando un dialogo intimo e diretto tra chi guarda e chi racconta. Gli scatti sono di Tiziana Luxardo, erede della famosa dinastia.
La scelta della Fabbrica del Vapore, nel cuore pulsante di Milano, città simbolo di innovazione, creatività e visione contemporanea, significa collocare questo progetto all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della scena culturale milanese, amplificandone il messaggio verso un pubblico eterogeneo e giovane. Women for Women against Violence supera il tradizionale concetto di esposizione fotografica e si presenta come un percorso culturale multidisciplinare, uno spazio di incontro tra linguaggi diversi nel quale fotografia, design e creatività dialogano tra loro per offrire al pubblico una riflessione più ampia e coinvolgente sui temi della violenza di genere, della malattia oncologica e della rinascita. Accanto ai ventuno ritratti fotografici, l’associazione ospita, infatti, anche due importanti percorsi espositivi speciali. Il primo è “We Say Stop. 90 manifesti per contrastare la violenza contro le donne”, progetto del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, curato dalle professoresse Valeria Bucchetti e Francesca Casnati. Un percorso composto da novanta manifesti realizzati dagli studenti e sviluppati nell’ambito della ricerca universitaria, che raccontano come il design della comunicazione possa diventare un efficace strumento di prevenzione, sensibilizzazione e cambiamento culturale, dando voce alle molteplici forme della violenza di genere. Il secondo è “Trame di speranza, intrecci di vita”, dedicato alle creazioni in crochetdi Antonietta Tuccillo, in cura per un tumore ovarico in fase cronica e che ha trasformato un’antica tecnica artigianale in un percorso di rinascita personale e creativa. Le sue opere raccontano come la fragilità possa diventare forza, restituendo valore al tempo, alla manualità e alla capacità di ricominciare. Per la prima volta fotografia, design della comunicazione e arte tessile si incontrano in un unico percorso espositivo, dimostrando come linguaggi diversi possano concorrere a costruire una nuova cultura del rispetto, della prevenzione e della rinascita.
L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Fabbrica di Vapore – Comune di Milano, gode dell’alto Patrocinio del Parlamento Europeo, e del patrocinio del Senato della Repubblica, Polizia di Stato, Camera di Commercio di Milano, Lodi e Brianza, LILT (Lega Italiana Lotta contro i Tumori), Politecnico di Milano, e Fondazione Italia Giappone, con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, e della media partnership della RAI,Askanews e Milano World. Durante l’evento inaugurale della mostra, condotto da Ilaria Capponi e Ludmilla Voronkina Bozzetti, sono stati consegnati i “Women for Women against Violence – Milano Camomilla Awards” (limited edition), premio realizzato dal Maestro Michele Affidato, a Simona Ventura, Nina Zilli, Massimo Ciampa (Segretario Generale Mediafriends – Mediaset, in rappresentanza di Fedele Confalonieri), e agli agenti delleVolanti della Questura di Milano, Il Vice Ispettore Leonardo Borghetto, l’Assistente Danilo Migiani, l’agente Gabriella Santonastaso, protagonisti del salvataggio di una donna vittima di violenza di 24 anni che ha chiesto aiuto con il signal for help, che sono stati premiati dal Questore Vicario Michele Pontoriero, e a Mary Franzese, Vicepresidente di Women&Tech e owner di Neuroguard. Un momento di grande emozione è stato il defilè di tutti i protagonisti della mostra, Benedetta Rinaldi (giornalista, conduttrice, membro comitato femminile LILT), Fanny Cristina Campion (paziente oncologica metastatica), Filomena Lamberti (prima donna sfregiata con acido solforico in Italia), Nicolò Maja con i nonni Ines e Giulio Pivetta (orfano del femminicidio, strage Samarate), PINKY (Parvinder Aoulakh), data alle fiamme davanti a due figli minori, Antonietta Tuccillo (in cura per un tumore ovarico cronico, stilista del crochet), Maria Antonietta Rositani (sopravvissuta a un femminicidio a Reggio Calabria). Tra gli ospiti anche Alessio Boni, tra i testimonial della Mostra. Special GuestAntonio Maggio, con “La faccia e il cuore” brano dedicato alla storia di Jessica Notaro scritto con Ermal Meta, JOIA B, che con “Un tempo per volare” racconta la sua esperienza con il tumore al seno, e il soprano internazionale spiritual Angela Loy Williams.
Dal 2 Luglio 2026 al 30 Agosto 2029 – Fabbrica del Vapore – Milano
Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro
Dal 27 novembre 2026 al 17 febbraio 2027, la galleria AreaB di Milano presenta la mostra “Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro”, a cura di Giovanna Calvenzi.
L’esposizione riunisce circa sessanta fotografie, tra cui alcune inedite, in un percorso che attraversa decenni di sguardi, relazioni e attimi condivisi, restituendo una geografia di incontri con alcune delle figure più iconiche della cultura del Novecento: dagli artisti Salvador Dalí, Giorgio de Chirico, Michelangelo Pistoletto e Renato Guttuso ai grandi protagonisti della musica e dello spettacolo, da Mina a Lucio Battisti, Fabrizio De André, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Massimo Ranieri, Raffaella Carrà e Mike Bongiorno, fino ai volti del cinema come Claudia Cardinale, Federico Fellini, Clint Eastwood e Henry Fonda. Il titolo allude alla dimensione sospesa e rivelatrice dell’incontro, fulcro della ricerca di Dabbrescia, che nelle sue immagini trasforma la fotografia in un luogo di prossimità e ascolto.
La pratica di Dabbrescia (Barletta, 8 gennaio 1938) nasce nel fotogiornalismo degli anni Cinquanta, quando, appena ventenne, diventa il più giovane fotoreporter del Corriere della Sera. Per il giornale, ma anche per La Domenica del Corriere e per il nascente settimanale Amica, viaggia in diversi Paesi e realizza numerosi reportage, iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Nell’ottobre del 1963 apre una propria agenzia fotogiornalistica, continuando a collaborare con le principali testate italiane iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Entra nel mondo della musica, diventando un collaboratore fisso di Sorrisi e Canzoni, il più importante settimanale del settore. È in breve il fotografo di riferimento di molte case discografiche e, alla fine degli anni Sessanta, si avvicina al mondo dell’arte.
La mostra ripercorre questa lunga e straordinaria carriera attraverso ritratti e reportage che testimoniano un modo di fotografare fondato sulla capacità di riconoscere l’attimo e di andare oltre l’immagine pubblica dei protagonisti, cercandone il lato più intimo, quotidiano e meno conosciuto. Musicisti, attori, scrittori e pittori sono colti in momenti privati e di naturalezza, spesso nel loro ambiente o durante il processo creativo. È proprio nella dimensione dell’incontro che Dabbrescia trova la chiave per restituire una presenza autentica, lontana dalla posa e dall’immagine ufficiale.
Un mosaico di volti e situazioni che restituisce così la capacità del fotografo di cogliere la verità dei suoi soggetti, sempre osservati con uno sguardo partecipe e discreto, capace di trasformare il ritratto in una forma di relazione.
Accompagna la mostra un catalogo edito da VanillaEdizioni, con un racconto della sceneggiatrice e regista Marina Spada.
Dal 26 Novembre 2026 al 17 Febbraio 2027 – galleria AreaB – Milano
Paolo Ventura. L’artista come funambolo
Mostra fotografica di uno dei due artisti vincitori del premio La Nuova Scelta Italiana – edizione 2026 – istituito per individuare ogni anno due fotografi affermati che BDC – Bonanni Del Rio Catalog ritiene possano essere o diventare gli eredi dei grandi Maestri della fotografia italiana. Il premio, che si avvale di una prestigiosa advisory board di esperti, è stato quest’anno assegnato a Paolo Ventura e Raffaela Mariniello.
Dal 3 ottobre al 20 dicembre 2026 – BDC – Borgo delle Colonne 28 – Parma
Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare
Il Mart dedica una grande mostra a uno tra i maggiori protagonisti della fotografia italiana, Gianni Berengo Gardin (1930-2025) indagando uno degli aspetti centrali della sua poetica: la vocazione architettonica.
Il progetto insiste infatti sullo sguardo da “urbanista” con cui Berengo Gardin ha osservato il mondo, cogliendo la disposizione geometrica dei luoghi, i volumi dei paesaggi, i giochi di pieni di vuoti che costituiscono gli spazi del vivere quotidiano, l’osmosi tra paesaggio esterno e intimo. Da un lato le costruzioni volumetriche del paesaggio e delle strutture che lo costituiscono; dall’altro il “fattore umano”, le persone che quello stesso ambiente abitano, conoscono, percorrono. I mondi da abitare, sono quindi visioni urbanistiche precise, e insieme poetiche e sognanti, degli spazi costruiti, che accolgono e, nel contempo, vengono vissuti.
Attraverso 120 immagini, provenienti dall’Archivio del fotografo, la mostra si concentra con particolare attenzione tanto sul metodo compositivo, quanto sul lungo e appassionato lavoro di documentazione svolto nei cantieri dei progetti realizzati dai grandi architetti che Gardin frequentò a lungo. Completano l’esposizione preziosi documenti, provenienti ancora dall’Archivio, e le testimonianze degli architetti con cui Gardin lavorò lungamente.
Dal 24 Ottobre 2026 al 14 Febbraio 2027 – Mart Rovereto
Marilyn Monroe – Fragments
A Parma una mostra dedicata alla grande icona del Novecento nel centenario della sua nascita
Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, lo spazio espositivo di Palazzo Pigorini del Comune di Parma ospita un progetto dedicato a Marilyn Monroe, tra fotografia, cinema e memoria collettiva.
A cento anni dalla sua nascita, Marilyn Monroe continua a essere una delle figure più iconiche e affascinanti del Novecento. Il suo volto attraversa le generazioni, supera i confini del cinema e si rinnova continuamente nell’immaginario collettivo, confermandosi un’icona capace di resistere al tempo e alle trasformazioni della cultura contemporanea.
La mostra Marilyn Monroe. Fragments, in programma a Parma a Palazzo Pigorini, dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, propone un percorso attraverso celebri fotografie che hanno immortalato la diva americana, restituendone la complessità oltre all’immagine pubblica. Ideata da Suazes srl in collaborazione con il Comune di Parma – Assessorato alla Cultura e Turismo e con il sostegno di Magnum Photos, l’esposizione si arricchisce di materiali video e documenti dedicati alla vita dell’attrice, offrendo al pubblico molteplici prospettive sulla sua personalità e sulla sua storia.
Il progetto si pone in dialogo con la mostra LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre, ospitata presso Palazzo del Governatorato di Parma. Due percorsi differenti, accomunati dalla volontà di indagare la rappresentazione della donna e le molteplici forme attraverso cui un volto, uno sguardo e un’identità diventano immagini destinate a durare nel tempo. Se la pittura ha saputo raccontare la figura femminile attraverso epoche e sensibilità artistiche diverse, la fotografia ha fatto di Marilyn Monroe un soggetto privilegiato, capace di trasformarsi a ogni incontro con l’obiettivo.
In Marilyn Monroe. Fragments, le immagini firmate da grandi protagonisti della fotografia internazionale, tra cui Inge Morath, Philippe Halsman, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Eve Arnold, Dennis Stock, Erich Hartmann, Ernst Haas, Henri Cartier-Bresson e Cornell Capa, compongono un racconto fatto di frammenti, momenti e interpretazioni. Ogni fotografo restituisce una Marilyn diversa, rivelando come la sua immagine non sia mai stata soltanto il risultato di una costruzione esterna, ma anche il frutto di una consapevole capacità di interpretarsi, reinventarsi e partecipare alla creazione del proprio mito.
Come ricordò Lee Strasberg nel suo elogio funebre, Marilyn Monroe «Già in vita creò il mito di ciò che una ragazza povera, proveniente da un contesto disagiato, poteva raggiungere. Per il mondo intero divenne il simbolo dell’eterna femminilità».
Dietro questo simbolo, tuttavia, si celava una donna molto più complessa dell’immagine che Hollywood aveva costruito intorno a lei. Marilyn mal sopportava lo stereotipo della bionda svampita che gli studios le avevano assegnato e lottò per ottenere ruoli più significativi, lavorando con registi che stimava e cercando un riconoscimento autentico delle proprie capacità interpretative. La sua ambizione era quella di essere considerata un’artista, non soltanto un volto seducente. Come dichiarò: “Il cinema deve essere una forma d’arte, non una catena di montaggio”.
La fotografia rappresentò per lei uno spazio privilegiato di espressione. Come scrisse la fotografa dell’agenzia Magnum Photos Eve Arnold, che la ritrasse in numerose occasioni, Marilyn sapeva di essere «una fantastica creatrice di fotografie»: “davanti all’obiettivo poteva liberare la propria immaginazione, cambiare personaggio e dare vita a una nuova versione di sé. I fotografi diventavano suoi collaboratori, ma era lei a stabilire il ritmo e l’orientamento di ogni seduta. La sua grandezza risiedeva proprio nella capacità di trasformare ciò che aveva a disposizione in un personaggio riconoscibile e universalmente amato”.
Nelle parole della stessa Arnold emerge anche una riflessione più intima sul rapporto tra immagine ed esistenza: “Se è vero, come è stato detto, che Marilyn passò tutta la vita alla ricerca di sé stessa, allora si può anche dire che forse Marilyn, creatura di mito e illusione, si ritrovò non nelle effimere immagini cinematografiche, ma nelle fotografie, che sembrarono riuscire a fornirle prova tangibile della propria esistenza”.
È in questa tensione tra persona e personaggio, autenticità e rappresentazione, che si colloca il senso più profondo della mostra. Marilyn Monroe seppe fare della propria immagine uno strumento espressivo, trasformando il candore e la sensualità del personaggio cinematografico in una forma di consapevolezza e, talvolta, in un’arma contro gli stessi stereotipi che l’avevano resa celebre.
La sua influenza si estese ben oltre il cinema, entrando nella storia dell’arte e diventando uno dei simboli più potenti della cultura visiva contemporanea. Emblematica, in questo senso, è la rappresentazione che Andy Warhol dedicò al suo volto, trasformandolo in un’immagine seriale e interrogando il rapporto tra celebrità, riproducibilità e società dei consumi.
Ancora oggi Marilyn continua ad affascinare il pubblico. La sua immagine sopravvive, si moltiplica e viene continuamente reinterpretata, fino a diventare essa stessa un bene di consumo, un marchio riconoscibile e un’industria globale. Ma dietro la diffusione incessante del suo volto resta la domanda che accompagna ogni grande icona: quanto conosciamo davvero la persona che si nasconde dietro l’immagine?
Marilyn Monroe. Fragments invita a guardare oltre il mito, attraverso fotografie e testimonianze che restituiscono la complessità di una donna capace di influenzare profondamente il nostro modo di vedere la bellezza, la femminilità e la celebrità. Un percorso che, nel centenario della sua nascita, celebra non soltanto una stella senza tempo, ma anche la forza di una personalità che ha saputo trasformare se stessa in una delle immagini più durature della storia del Novecento.
Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027 – Parma, Palazzo Pigorini
