Ci sono tre tipi di approcci per poter raccontare una storia con le vostre fotografie:
1) I reportage che documentano
2) Le interpretazioni del fotografo di un soggetto o di un luogo con una particolare cifra stilistica
3) Le storie di cui non si capisce un caz, ma funzionano
Non classificabili sono i tentativi di ognuna di queste categorie che mal riescono 😳
A) Nei reportage di documentazione, gli elementi essenziali sono i classici elementi che caratterizzano i racconti. Sarà quindi necessario che dal portfolio si capisca bene chi è il soggetto, dove avviene il fatto, quando avviene…come e se possibile perché.
Alfredo De Paz, afferma: “Se ogni fotografia in generale – in quanto riporta immagini del (dal) mondo – può essere detta reportage, il reportage vero e proprio si riferisce a quelle immagini riprese da un fotografo in tempo reale sul luogo stesso di un determinato evento; in questo senso, la fotografia di reportage, in quanto registrazione meccanica del mondo, si distingue dalla “fotografia di atelier” in cui determinate situazioni vengono artificialmente costruite e messe a punto per finalità estetiche”.
Nel fotogiornalismo tradizionale questi sono gli elementi base per approcciarsi ad un lavoro fotografico.
Così come per fare un discorso, mettiamo insieme le fotografie tenendo ben presente il messaggio che vogliamo comunicare.
Come vi dico fino al vomito, singole belle foto, non producono discorsi.
Io sono e resto per i lavori progettuali, lì vedo il fotografo. Questa la mia opinione, che non cambio, quindi per favore, non cominciate coi pipponi dell’estetica della fotografia. A me dell’estetica della singola foto importa poco. P.u.n.t.o. …e ora al via la lapidazione!!
Per la documentazione fotografica devo costruire un discorso. Devo quindi imparare il linguaggio delle immagini. Devo saper usare i mezzi e il modo con cui la fotografia ci parla.
Non basta la tecnica, no, no! Ed è qui che vi voglio.
Ci sono tre fasi fondamentali per provare a costruire un progetto di documentazione:
1) Lo studio della situazione attraverso giornali, Riviste, internet, con una attenta analisi della situazione.
2) Il servizio effettivo, quindi la realizzazione della storia.
3) La destinazione del lavoro, che una volta prodotto, va piazzato.
Chi riesce nelle tre fasi è un fotogiornalista.
Nel 1971 Eugene Smith, realizzò uno dei suoi reportage più riusciti, “Minamata”, in cui fotografò i tragici effetti dell’inquinamento da mercurio in Giappone.
Il lavoro completo di Smith qui.
B) Le storie interpretate dal fotografo. In questo caso, secondo me, l’espressione del fotografo prende il sopravvento. È una sorta di reportage, ma effettivamente si distacca dalla documentazione. Una licenza poetica.
Mentre nel fotogiornalismo il racconto ha una valenza sociale e politica, in questo genere, il fotografo ci mette lo zampino, ancor più “pesantemente” che nel primo caso. Una bella impronta visibile. La realtà viene narrata con stili spesso personali, fino all’eccesso in qualche caso. Oggi è una modalità quasi abusata, secondo me.
Il racconto diventa personale, molto personale e la realtà perde di oggettività. Rischiamo quasi di risultare melensi. Le immagini si sgranano, i contrasti aumentano, si accetta il mosso lo sfuocato e nonostante questo, la storia arriva. Le immagini sono coordinate ma non con una funzione documentaria, più che altro legate al sentimento del fotografo di fronte ad un soggetto, un luogo o un fatto.
Questo tipo di lavoro da la possibilità al fruitore finale, di fronte alle foto, di dare un’interpretazione estremamente varia del lavoro, molto più che nel reportage di documentazione.
Qui sotto un lavoro di Michael Ackerman “End time city”.
Michael Ackerman (Tel Aviv 1967). Queste fotografie sono oggetto di un libro “End Time City”, che ottiene il Prix Nadar. In questo progetto, rifiutando la solita stereotipa rappresentazione, Ackerman ha fornito una visione unica e personale della città di Varanasi, dove la vita e la morte sono indissolubilmente legate. ‘End time city’ non è un resoconto della città, piuttosto un’esperienza onirica.
Qui il libro
http://www.amazon.it/End-Time-City-Michael-Ackerman/dp/3908247136
C) Storie senza capo ne coda, ma perfette, illuminanti. Lo sguardo del fotografo trasforma ciò che vede completamente in altro. Ogni fotografia ti sottopone ad una specie di stupore (un po’ per il contenuto delle foto, che spesso sembra non avere significato logico, quindi ti senti cretino, dato che non lo capisci al volo. Un po’ perché le foto sono slegate dal senso comune e strette alla visione personale di chi le scatta.)
A me sembrano una sorta di diario visionario del fotografo che racconta la sua quotidianità. Stravolge la realtà e la foto restituisce ciò che possiamo e abbiamo voglia di capire.
Allora essa ci appare come una “illuminazione”. O una cagata.
Per quello che ho potuto capire, durante la mia esperienza, queste sono le modalità con cui si può mettere insieme una storia. Spero possa servirvi.
Buona giornata.
Baci
Sara
