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La Comunità Spezzata. Come i Social Hanno Cambiato i Rapporti tra Fotografi

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Questo lo ha disegnato Gemini e fa cacare, ha pure mozzato la testa al fotografo, li mortacci sua!

Me lo ricordo ancora, l’odore della camera oscura.

Non era romantico, intendiamoci: fissativo, acido acetico, aria che ristagnava. Ma era anche il posto dove ho imparato davvero cosa significasse guardare una fotografia. Non su uno schermo, non con il pollice che scorre, ma tenendola in mano mentre emergeva lentamente nella bacinella dello “sviluppo”. Con qualcuno accanto che diceva “aspetta ancora, non è pronta” e aveva magari ragione.

Quella comunità era fatta di silenzi condivisi, di critiche dirette che facevano un po’ male e servivano moltissimo, di riviste che arrivavano per posta e si leggevano con la matita in mano. Non era perfetta, aveva le sue gerarchie e i suoi snobismi. Ma era reale. Le persone erano lì, in carne, con le mani macchiate di chimica.

Poi sono arrivati i social.

All’inizio Instagram sembrava davvero una cosa bella. Mi ricordo anche di questo: la sensazione di poter mostrare il lavoro senza dover passare per gallerie o agenzie, di trovare fotografi straordinari a Tokyo o a Lagos o a Città del Messico e scrivere loro direttamente, di costruire qualcosa che somigliava a una conversazione globale sulla fotografia.

Per qualche anno lo è stato davvero.

Poi la piattaforma “capì “ha capito” che noi fotografi eravamo i suoi migliori fornitori di contenuti gratuiti, e ha cominciato a cambiare le regole. L’algoritmo iniziò a premiare la frequenza sulla qualità: non importava quanto fosse bella una foto, importava quante ne pubblicavi a settimana. Il formato verticale divorò la fotografia orizzontale, come se anni di composizione attenta dovessero piegarsi alle dimensioni di uno schermo tenuto in mano sul divano. I reel scalzarono le immagini fisse. E a un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi se stavo ancora facendo la fotografa o la content creator per una piattaforma che non mi da molto come corrispettivo.

Il rapporto con i colleghi è cambiato di conseguenza, e questa è la parte che mi pesa di più. C’è molta più competizione visibile, molto meno scambio reale. Si seguono gli altri per essere seguiti, si commentano le foto per ricevere commenti, si costruiscono reti di reciprocità che assomigliano più al networking che all’amicizia. Ho colleghi con cui ho scambiato centinaia di cuoricini e non so niente di come lavorano davvero, di cosa gli piace, di cosa li manda in crisi.

Non voglio essere solo nostalgica, perché sarebbe disonesto e un po’ pigro.

I social hanno dato visibilità a fotografi che il sistema tradizionale avrebbe ignorato, e questo è vero e importante. Hanno permesso a chi lavora lontano dai grandi centri di essere parte di una conversazione che prima era riservata a chi poteva permettersi di vivere a Milano o New York. Hanno abbattuto alcune gerarchie che erano semplicemente gerarchie di privilegio, non di talento.

Ma ne hanno create di nuove, e queste mi sembrano per certi versi più insidiose perché si travestono da meritocrazia. Conosco fotografi straordinari con duemila follower e altri mediocri con duecentomila, e il mercato fa fatica a distinguere. Anzi, non ci prova nemmeno.

La cosa più preziosa che ho fatto negli ultimi anni è stata cercare le comunità reali che sopravvivono dentro e nonostante i social. Un workshop piccolo dove ci si guarda negli occhi mentre si parla di luce. Un gruppo di persone che si trovano fisicamente e portano le stampe, quelle vere, su carta, e le guardano insieme senza pensare ai numeri.

Esistono ancora queste cose. Sono più difficili da trovare, bisogna cercarle con più intenzione. Ma quando le trovi, riconosci immediatamente la differenza. C’è qualcosa che succede quando sei in una stanza con altri fotografi e nessuno sta guardando il telefono. Una qualità di attenzione diversa, una disponibilità a essere in disaccordo senza che il disaccordo sparisca dopo trenta secondi sostituito da un altro contenuto.

È lì che ho ritrovato, ogni volta, il motivo per cui faccio questa cosa.

Ciao Sara Munari

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