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Ancora in merito alla violenza nelle fotografie

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Sto scrivendo il 15 luglio, il giorno successivo alla tragedia di Nizza.

Sto scorrendo gli articoli su vari giornali, italiani e stranieri e le immagini di quei corpi mi colpiscono profondamente. E Nizza viene dopo Istanbul, Baghdad, Parigi, Bruxelles e potrei continuare ancora per molto, andando indietro negli anni, ma mi fermo qui.
Poichè praticamente ogni giorno siamo esposti ad immagini che mostrano atti di violenza e di morte, in modo anche molto esplicito, l’argomento mi fa sempre riflettere. Pubblicare o non pubblicare?
La pubblicazione di immagini cruente contribuisce alla divulgazione delle notizie e alla risoluzione dei conflitti o invece la continua esposizione ci ha reso talmente assuefatti che ormai vediamo tutto quasi con indifferenza?
Ho letto recentemente questo articolo apparso sul Time nel 2014, che raccoglie diverse opinioni e punti di vista, anche di persone qualificate in ambito giornalistico e scientifico, e ho pensato di tradurlo per condividerlo con voi. E’ un po’ lungo, ma offre spunti secondo me molto interessanti e nonostante non recentissimo, è più che mai di attualità.

 L’autore è Fred Ritchin (all’epoca n.d.t.) professore alla NYU e condirettore del programma Photography & Human Rights alla Tisch School of the Arts. Il suo ultimo libro Bending the Frame: Photojournalism, Documentary, and the Citizen, è stato pubblicato da Aperture nel 2013.
Ci sono anche alcune immagini che potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno, ma ho ritenuto di inserirle proprio per consentirvi di capire meglio di cosa stiamo parlando. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi: siete infastiditi dalle immagini violente o ritenete che siano d’aiuto per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento trattato?
Aspetto i vostri commenti. Buona lettura.
Ciao

Anna

I diritti delle immagini mostrate rimangono di proprietà degli autori.

“Una serie recenti di situazioni risultanti in violenza catastrofica e morte, tra cui la guerra Israele-Gaza, l’espansione armata dello Stato Islamico, l’abbattimento dell’aereo della Malaysian Airlines in Ucraina, il conflitto in corso in Siria e anche la diffusione del virus Ebola, hanno portato ad un rinnovato dibattito in merito alla tipologia di immagini che dovrebbero essere mostrate sui media.

Un argomento è che gli editori che lavorano per i media mainstream, e forse anche i fotografi, stanno risparmiando, in maniera non propriamente corretta da un punto di vista professionale, ai lettori alcune immagini terribili di conflitti contemporanei e disastri per il timore di offendere o scioccare, o anche per il timore che i lettori abbandonino la la lettura della stessa pubblicazione. Nel suo nuovo libro War Porn, il fotografo Christopher Bangert chiede: “Come possiamo rifiutarci di riconoscere la mera rappresentazione – una fotografia – di un evento terribile, quando alcune persone sono obbligate a vivere lo stesso terribile evento in prima persona?

Kenneth Jarecke, autore di una straziante fotografia, che fu poco pubblicata, di un soldato iracheno orribilmente ustionato durante la guerra del Golfo, pose una domanda simile sulla rivista American Photo nel 1991: “Se siamo grandi abbastanza per combattere una guerra, dovremmo essere anche grandi abbastanza per guardarla”.

In parallelo, c’è il timore di altri che i lettori siano esposti a troppe di queste immagini e, come risultato, stiano perdendo la capacità di empatizzare e valutare cosa stia realmente succedendo nella valanga di violenza e distruzione rappresentate. Alcuni editori asseriscono inoltre che, poichè il loro pubblico è composto da famiglie, l’ulteriore ricschio di traumatizzare i bambini si scontra con la pubblicazione delle immagini più “pesanti”.

Anche i professionisti possono essere a rischio. Un recente ed innovativo studio si concentra su 116 giornalisti che lavorano in 3 sale stampa internazionali che sono ripetutamente esposti ad immagini violente tramite i social media, molte di esse “considerate troppo scioccanti per essere mostrate al pubblico”. Lo studio, condotto da Anthony Feinstein, dirigente del Sunnybrook Health Sciences Center di Toronto, conclude, come riassunto dal Dart Center for Journalism and Trauma, che “frequenti e ripetute visioni di video e immagini relativi a notizie particolarmente violenti, aumenta la vulnerabilità di tali professionisti ad una serie di lesioni pisicologiche, tra cui ansia, depressione e disordine da stress post-traumatico.”

Il dibattito su cosa pubblicare è, naturalmente, in qualche modo anacronistico, vista la propensione dei social media a pubblicare quasi tutto e qualunque cosa. ma non di meno rilevante, dato che molti fotografi professionisti e photo-editors continuano a supportare lo sforzo di testimoniare e rappresentare il mondo in maniera ragionata.

Come ha scritto di recente il direttore della fotografia del Guardian, Roger Tooth, “Ma, alla fine, quale diritto ho io come photo editor di censurare ciò che la gente può vedere? E’ tutto là fuori su internet o sulla vostra bacheca. Quello che posso fare è cercare di tenere la copertura del Guardian ad un livello più umano e dignitoso possibile.”

Per quanto mi riguarda, anch’io sono lacerato da una serie di domande: Perchè non dovremmo essere in grado di vedere, negli stessi supermercati, fotografie e video che illustrano le condizioni in cui i polli e le mucche sono tenuti – prima di acquistare le loro uova, il loro latte e la loro carne? E quando acquistiamo delle felpe o delle sneakers non dovrebbero esserci fotografie che esplorano le condizioni in cui questi articoli vengono prodotti e da chi, cosicchè possiamo fare scelte più informate, basate in parte anche sul benessere degli operai delle fabbriche? O quando ci presentiamo con una ricetta in farmacia, non dovrebbero essere raffigurati le scimmie e le cavie da laboratorio che in qualche modo hanno contribuito alla produzione di questi medicinali salva-vita, almeno in segno di rispetto?

Perchè poi focalizzarsi sulla fotografia di conflitto, e invece aggirare l’enorme sofferenza quotidiana sia degli uomini che degli animali? Perchè, ad esempio, non c’è un simile clamore sul confronto tra immagini di civili e soldati che, annni dopo, devono combattere con le loro ferite croniche derivanti da precedenti conflitti? O perchè non chiediamo di vedere le facce di quei politici che hanno mandato i soldati in guerra e non solo le vittime delle loro politiche?

Sospetto che parte della risposta sul perchè siamo così affascinati dalla visione di violenza in larga scala è la sua stessa natura apocalittica, come se una lotta fra il bene e il male possa essere combattuta davanti alla fotocamera, con elementi di eroismo, coraggio, tradimento e codardia, e con vincitori e perdenti. Certamente la guerra, con le sue stupefacenti immagini di bombe che esplodono, paesaggi trasformati e soldati e civili che affrontano cataclismi e morti improvvise, può avere un’elevata visibilità e di conseguenza vividamente fotografabile. La guerra può essere fatta apparire come uno spettacolo variegato, mentre ad un pollo in una gabbia così stretta che non ha lo spazio per muoversi, manca il potenziale per immagini dirompenti o per la gloria redentrice (e noi siamo quelli che mangiano quei polli e le loro uova). E, naturalmente, vedere animali in quelle condizioni può essere devastante per il marketing delle aziende di allevamento; specialmente quando riguarda altre persone, la guerra può stimolare l’economia.

Ma sospetto esista un’altra potente motivazione per cui i fotografi, in particolare, potrebbero volere che gli altri vedano il peggio di quello che hanno vissuto durante la guerra. Nonostante seri dubbi circa l’invasione della privacy degli altri, i fotografi hanno spesso sostenuto che sentono come necessario il testimoniare e il rappresentare le morti, i disastri e il dolore che scoprono in situaizoni di conflitto, ed in motli casi questo è stato chiesto loro da coloro che ne sono vittime. Una volta che queste foto sono state scattate, ad ogni modo, il contratto implicito è che vengano trasmesse e viste da altri, specialmente da coloro che hanno anche solo una piccola possibilità di impedire che queste tragedie continuino o si moltiplichino. Se queste immagini rimangono non pubblicate ci potrebbe essere un senso di colpevolezza che una promessa di redenzione non sia stata mantenuta. Il trauma di testimoniare questa devastazione, e l’impotenza che lo accompagna, può essere più difficile da risolvere se ad una persona è impedito di condividere con gli altri quello che ha visto – la motivazione per cui il fotografo era lì in prima persona.

Per quanto riguarda i lettori, tuttavia, a volte non si fa loro un favore nel caricarli con il proprio senso dell’orrore più viscerale, quanto meno continuamente.

Mentre una madre disperata a Gaza merita l’attenzione del mondo intero, lo stesso meritano le famiglie delle vittime dello schianto dell’aereo della Malaysian Airlines, così come gli Yazidi sopravvissuti che resistono al terrore dello Stao Islamico nascondenosi sulle montagne. Se un lettore qualunque dovesse confrontarsi con un grande numero di vittime della violenza, guardando un’immagine terribile dietro l’altra, senza avere sufficienti risorse politiche per comprendere la maggioranza delle cose che vengono rappresentate, il mondo potrebbe sembrare talmente insensibile e ripugnante che il lettore cercherebbe di distaccarsi- che non è esattamente il risultato che un testimone oculare vorrebbe raggiungere.

Personalmente io non riesco a guardare ogni immagine di disastri che viene pubblicata, e cerco di non farlo. Il ricordo di coloro che sono morti nello schianto della Malaysian Airlines rimane profondamente dentro di me; non ho bisogno di fotografie di corpi coperti o giocattoli di bambini (proprio le immagini mostrate stamane su Nizza n.d.t.) per rendere le perdite delle loro vite più ferocemente terribili. Non ho bisogno di vedere ogni funerale a Gaza per immaginare l’orribile e persistente vuoto lasciato dalla loro perdita. Nè ho bisogno che un’immagine mi spieghi com’è la vita per gli Yazidi che si nascondono da uomini armati determinati a portare altra distruzione, che li considerano eretici – il solo pensare alla loro angosciosa solitudine mi causa sufficienti incubi.

Ma che io guardi queste foto o no, non toglie che la loro esistenza rimanga importante, forniscono punti di riferimento sia per il presente che per il futuro della storia.

Per qualunque immagine io guardi, posso immaginarne così tante che non ho guardato e ancora molti più momenti strazianti di tormenti privati che non verranno mai resi pubblici. Per qualunque pubblicazione, so che le ramificazioni delle imamgini sono probabilmente molto, molto più complesse di quanto possa essere contenuto nella frazione di secondo rappresentato. Questa consapevolezza è anche alimentata dai social media – tutti sanno che la discesa all’inferno è fatta di molti gradini, ed un crescente numero di questi può essere trovato solo un click o due più lontano da quanto viene pubblicato dai mezzi di comunicazione tradizionali.

Non c’è una formula per determinare il modo più efficace di mostrare l’orrore. Ma sicuramente sarebbe importante indagare i processi che lo generano, e non soltanto i riultati scioccanti, per quanto più visibili. Sarebbe anche utile cominciare a provare ad identificare alternative a queste catastrofi, e fornire esempi di soluzioni seppur parziali. Poi mostrare coloro che devono subire i traumi della guerra una volta che lo spettacolo è svanito – i feriti nel corpo e nello spirito, gli orfani, le vedove, i genitori rimasti senza figli – e ricordarli negli anni a venire. E, infine, iniziare ad ammirare il meglio della “fotografia di pace” e non solo quella di guerra – la bellezza dei cessate il fuoco, delle guarigioni e di alcuni degli orrori a cui è stato impedito di accadere.”

 Qua l’articolo originale.

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