Intervista a MariaGrazia Beruffi, vincitrice del Premio Musa

Buongiorno, oggi per voi un’intervista della vincitrice della prima edizione del Premio Musa per donne fotografe.

Appassionatevi anche voi allo splendido lavoro di Mariagrazia Beruffi e ascoltate cosa ha da dirci, sul suo approccio alla fotografia.

Qui inoltre trovate una presentazione scritta da Ylenia Bonacina, giovane curatrice

Il lavoro di Mariagrazia Beruffi Chinese Whispers cerca di andare ad indagare quel particolare stato d’animo che le nuove generazioni di ragazzi cinesi stanno affrontando. Una sottile linea divide la loro identità tra un presente frettoloso e distratto ed un passato ancora ancorato alle tradizioni su cui si basa la loro cultura millenaria.

Le immagini, realizzate tra Nanchino, Shanghai, Xiamen e le montagne di Huangshan, nascono da incontri casuali nei bar, nei centri commerciali ed in metropolitana. Qui l’autrice immortala volti nitidi ed incisivi che vengono resi in maniera quasi distorta. I primi piani di questi giovani ragazzi risultano essere assordanti per colui che li osserva: la ripresa ravvicinata usata dall’autrice spinge l’osservatore ad un’analisi personale ed intima di questa realtà che i protagonisti di questo racconto stanno vivendo. I loro sguardi sono sfuggenti, non diretti e persi così come è la loro vita in questo momento: indefinita, confusa, oscura.

Nel racconto, questi ritratti si alternano perfettamente con le fotografie di alberi, rami e paesaggi. Due volti molto vicini tra di loro si intrecciano come rami di un albero: rami e visi si cercano l’un l’altro. Le fotografie che Mariagrazia Beruffi inserisce tra i numerosi ritratti sfuggenti sembrano essere il mezzo attraverso cui rimanere aggrappati alle radici della propria cultura. I paesaggi sono anch’essi cupi, così come lo erano i ritratti, ma sembrano essere un ricordo lontano di un passato indefinito.

Le ultimi immagini si differenziano dal resto del racconto: è un finale leggero, quasi fiabesco. Lo spettatore sente il suo animo sollevarsi dopo tanta inquietudine provata durante la visione. I toni caldi e queste fronde leggere concludo il racconto.

Quella proposta da Mariagrazia Beruffi è sicuramente una visione enigmatica del contesto e della situazione esaminata. La sua fotografia è istintiva e soggettiva e racconta in modo personale ed intimo ciò che ha visto e vissuto attraverso la sua macchina fotografica.

Ylenia Bonacina

Buona lettura

Sara

Quando hai cominciato a fotografare e quando hai capito che questa sarebbe una grande passione per te?

Ho iniziato ad interessarmi alla macchina fotografica  solo per l’ esigenza pratica di produrre materiale pubblicitario  per una persona a me molto vicina.  Ma, nell’approdare ad un corso avanzato ho scoperto che la fotografia era qualcosa d’altro che io ho intravisto come espressione di esperienza di vita.  Mi sono buttata da subito nello studio dei grandi autori non solo classici ma anche e soprattutto contemporanei. E nel frattempo ci ho provato anch’io.

Le tue fotografie hanno richiami  quasi soprannaturali, irreali, pur essendo scattate in strada. Questo linguaggio è stato scelto per evadere la realtà o per rappresentarla oniricamente?

Nessuna delle due. Io sono fortemente legata alla realtà, non voglio, per scelta, né evadere né rappresentarla oniricamente. La mia non è una rappresentazione ma un’immersione per trovare forse l’aspetto più intimo e vero. Poi quello che succede non lo posso prevedere con il ragionamento. Non pianifico nulla. Mi lascio sorprendere poi, al computer, da quello che ho scattato. Inconsciamente opero delle scelte, ovvio. L’inquadratura, la scelta dei soggetti, la distanza, i colori o non colori. Tutto viene condizionato da una visione personale che è il risultato della conoscenza di luoghi e persone ma anche da tutte le immagini che ho fatto mie e che inevitabilmente popolano l’immaginario del fotografo. Un esempio. Il mirto è un controluce sparato con l’irrigazione che mi lava l’obbiettivo ma nella mia testa è quello dei poeti cinesi con quel sole che sembra una luna. Ma questo lo so solo io. Ognuno si fa il film che vuole partendo dal mirto che è però reale.

Quale è il messaggio che vuoi lanciare attraverso i tuoi scatti, e quanto credi dietro ci sia  principalmente la necessità di seguire un’estetica precisa?

Il mio fine è la fruizione immediata di un significante, non di un significato. La descrizione, le informazioni sono noiose se non c’è una precisa esigenza documentaristica. Tutto il resto concorre a creare un’empatia con il fruitore dell’immagine e fondamentale è la postproduzione, quindi l’estetica. Le mie immagini raw mancano di forza espressiva, non dico che non funzionerebbero, l’impatto che ottengo è calibrato dalle mie scelte estetiche.

Qual’è la difficoltà maggiore che incontri in fotografia?

 Due difficoltà. Il tempo che non basta mai per quello che vorrei fare e cioè dedicare un periodo senza scadenze ad un progetto. Mi piacerebbe anche  avere qualcuno che mi accompagna, supporta e sopporta.

Quale credi sia il futuro della fotografia e della tua fotografia?

 Vedo che la fotografia sta conoscendo una sorta di rinascimento per il grande interesse e passione che suscita ultimamente. I circoli fanno a gara per iniziative e incontri, i festival, a tutti i livelli, ormai non si contano e possiamo essere orgogliosi di avere grandi eventi internazionali  in tutta la penisola. Il risultato credo sia che l’asticella sia destinata ad alzarsi sempre di più. Per quel che mi riguarda non so. Navigo a vista e spero di continuare ad essere curiosa di scoprire cosa c’è oltre l’orizzonte.

Che consiglio daresti ad una giovane fotografa che volesse intraprendere oggi questa carriera? 

Non mi sento di dare consigli particolari anche perchè una carriera ha esigenze diverse dalle mie. In ogni caso, uno credo possa valere per tutti quelli che vogliono crescere in questo campo.  Studia (non la macchina fotografica), studia, studia e  poi scatta.

Come hai avuto l’idea di creare Chinese whispers? 

Come per tutti i miei progetti mi ci sono ritrovata in mezzo. Mio figlio vive in Cina quindi ne approfitto. Dopo alcuni approcci faticosi perchè il paese  è difficile da capire per noi occidentali, me ne sono innamorata.  Forse il silenzio, la incapacità di affrontare apertamente temi sensibili, una inevitabile accettazione e capacità di attesa di un futuro ancora molto nebuloso. Tutto così incredibile per noi che viviamo in un chiasso mediatico assordante e devastante. Sono solo all’inizio, c’è ancora tanto da dire.

Parlami del lavoro tuo che ti ha maggiormente soddisfatta dal punto di vista fotografico. 

Quando la fotografia va oltre la sperimentazione di una realtà per diventare mezzo di conoscenza e crescita stimolando affetti e bellezza interiore allora si può essere soddisfatti. Il mio lavoro “Un altro mondo” ha portato e continua a portare un messaggio importantissimo perchè gli scatti, oltre ad aver creato un legame bellissimo tra me e mio nipote Richi, fanno anche si che persone lo guardino, se ne innamorino e pensino al significato di essere Asperger. Un momento seppur breve di riflessione ma che vale tantissimo in una società tanto ignorante, frettolosa e indifferente.

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11 pensieri su “Intervista a MariaGrazia Beruffi, vincitrice del Premio Musa

  1. Io sono di parte, la conosco, questa intervista rispecchia proprio com’è Mariagrazia, una donna meravigliosa sotto tutti gli aspetti. Una fotografa che in poco tempo è riuscita a raggiungere notevoli traguardi, con determinazione e coraggio. Sorprende l’intimo delle persone fotografate, guardarle co lascia sospesi nel tempo. Il mio augurio è di continuare così, divertendosi con la fotografia e riuscire sempre a trovare stimoli nuovi. Complimenti anche te Sara, ti ho conosciuta a Sarnico, mi sei piaciuta un sacco.

    • Ciao Cristian! Leggo solo ora il tuo commento e non sai che piacere immenso mi fa, per la considerazione che esprimi nei miei confronti ma soprattutto nel constatare che quello che provi a comunicare a volte arriva! Grazieee

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