Mostre per febbraio

Ciao, bellissime mostre ci aspettano anche per questo mese.

Date un’occhiata e non fatevele sfuggire!

E ricordatevi di dare sempre un’occhiata alla pagina dedicata alle mostre in corso.

Anna

Robert Mapplethorpe – Coreografia per una mostra

Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition si si concentra in modo inedito sull’intima matrice performativa della pratica fotografica di Mapplethorpe, sviluppata, nel concetto e nella struttura di questa mostra, come un possibile confronto fra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico). Questa “coreografia” espositiva si articola in tre sezioni fra loro connesse. All’inizio un’Ouverture, nella sala d’ingresso e nelle due sale attigue, che ridisegnano lo spazio-tempo del museo infondendogli un’ispirazione teatrale, tesa nel gioco di sguardi fra le due “muse” mapplethorpiane, femminile e maschile, Patti Smith e Samuel Wagstaff Jr. A seguire, nelle cinque sale iniziali e nelle sei sale finali (prima sezione), il pubblico è introdotto direttamente sul palcoscenico di questo “allestimento per immagini” – fra ballerini, atleti, body-builders, modelle e modelli – esplorando la performatività del soggetto fotografato, che Mapplethorpe riprendeva con un’accurata preparazione nel suo studio. Le due sale che precedono e seguono la sala centrale (seconda sezione) portano il pubblico in una potenziale platea, analizzando il ruolo del visitatore e il suo desiderio ritrovato nello sguardo di decine di ritratti che, nel loro complesso, non solo ci restituiscono uno straordinario diario personale della vita, degli affetti, amicizie, incontri, collaborazioni e commissioni dell’artista, ma al contempo ricostruiscono, fra dimensione privata e sfera pubblica, un affresco collettivo della società newyorkese e del jet-set internazionale fra gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. Tra i volti di questa platea “viva”: John Mc Kendry (1975); Arnold Schwarzenegger, Philip Glass con Robert Wilson e David Hockney con Henry Geldzalher (1976); Deborah Harry (1978); Carolina Herrera (1979); Francesca Thyssen (1981); Louise Bourgeois e il gallerista della Pop Art Leo Castelli (1982); Doris Saatchi, Andy Warhol, Francesco Clemente e Lucio Amelio (1983); Susan Sontag (1984); Norman Mailer (1985), Louise Nevelson (1986), Laurie Anderson (1987); oltre alle immagini di ballerini e coreografi come Lucinda Childs, Gregory Hines, Bill T. Jones, Molissa Fenley e i danzatori dell’NYC Ballet. La sala centrale (terza sezione) – dominata da un tappeto rosso per danzatori e da una sequenza di autoritratti di Mapplethorpe – si trasforma in un vero e proprio teatro tridimensionale, in cui, congiungendo fra loro tutti i temi della mostra, la performatività diviene coreografia contemporanea e attuale, con al centro lo stesso artista. Integrano questa sezione, come due spazi di retro-scena, due sale attigue alla sala centrale: l’(Un)Dressing Room, un vero camerino allestito, dove i performer si scaldano prima dell’esibizione, che ospita alcune immagini che ci introducono nella dinamica dello studio dell’artista, e la X(Dark) Room (vietata ai minori), in cui sono esposte le opere più “segrete ed estreme” a soggetto erotico, fra cui una selezione del famoso Portfolio X. I vari soggetti di Mapplethorpe, anche i più controversi come le immagini S&M del Portfolio X, sono protagonisti di una messa in scena che rivela continui e sofisticati richiami alla storia dell’arte, in cui evocano archetipi e soggetti universali. Le riprese fotografiche avvenivano, del resto, prevalentemente nell’intimità dello studio di Mapplethorpe, dove l’artista predisponeva accuratamente sfondi ed elementi scenografici, insieme a un rigoroso disegno luci, per astrarre in un “tempo senza tempo” il soggetto fotografato.

15.12.2018 — 08.04.2019 – Museo Madre di Napoli

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Un mondo giovane. Le nuove generazioni nello sguardo dei fotografi Magnum

Inaugura sabato 15 dicembre presso gli spazi espositivi della Fondazione Carispezia la mostra “Un mondo giovane. Le nuove generazioni nello sguardo dei fotografi Magnum”. Con questa iniziativa inedita realizzata in collaborazione con Contrasto e Magnum Photos, la Fondazione prosegue il percorso dedicato alla fotografia come mezzo per esplorare la realtà. L’esposizione, a cura di Alessandra Mauro, guiderà il pubblico alla scoperta del mondo dei giovani, raccontati e interpretati attraverso lo sguardo dei fotografi di una delle agenzie più importanti a livello internazionale: la Magnum Photos. Un mondo che con i suoi sogni, le sue speranze, i suoi tormenti e il suo entusiasmo ha rivoluzionato i costumi e la società negli ultimi 70 anni. In mostra 11 diverse storie fotografiche realizzate da Abbas, Olivia Arthur, Bruno Barbey, Werner Bischof, Antoine d’Agata, Alex Majoli, Lorenzo Meloni, Wayne Miller, Martin Parr, Alessandra Sanguinetti e Dennis Stock dagli anni ’50 ad oggi, oltre al cortometraggio Community (17’), un’ampia antologia delle fotografie Magnum dedicate ai giovani. “Ci siamo raccontati l’un l’altro cosa ci aspettavamo quando avevamo vent’anni e abbiamo scoperto che per quanto i membri di Magnum provenissero da Paesi diversi, le nostre speranze di ventenni erano simili tra loro ma diverse da quello che poi sarebbe successo. Da lì fu un attimo iniziare a pensare a quelli che avrebbero compiuto vent’anni a metà del secolo, e che avevano buone speranze di vivere nel secondo cinquantennio e celebrare anche l’anno 2000”. Così Robert Capa spingeva i colleghi della Magnum ad affrontare una nuova sfida: registrare, con il proprio lavoro e la propria sensibilità, i ragazzi che avevano vent’anni allora, le loro speranze, le loro aspirazioni. Era il 1950 e da allora in poi, ogni generazione che eredita il mondo diventerà oggetto di studio, di riferimento, di lavoro per i fotografi Magnum.

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16 dicembre 2018 – 3 marzo 2019 – Fondazione Carispezia – La Spezia

Masahisa Fukase –  Private Scenes

La Fondazione Sozzani presenta “Masahisa Fukase, Private Scenes” la prima mostra retrospettiva italiana dedicata al grande fotografo giapponese, a cura di Foam Fotografiemuseum di Amsterdam in collaborazione con Tomio Kosuga, direttore di Masahisa Fukase Archives. L’opera del fotografo giapponese Masahisa Fukase (Hokkaido, 1934-­2012) è rimasta in gran parte inaccessibile per oltre vent’anni, in seguito a una tragica caduta che lo aveva lasciato con gravi danni cerebrali permanenti. Dopo la sua morte, gli archivi furono gradualmente aperti, rivelando un ampio materiale che non era mai stato mostrato prima. In questa ampia retrospettiva presentata in autunno al Foam di Amsterdam sono esposte stampe originali dagli archivi di Masahisa Fukase a Tokyo, oltre al suo corpus di lavori “Ravens” (corvi), importanti serie fotografiche, pubblicazioni e documenti che risalgono dagli anni ’60 al 1992. Fukase ha incorporato la sua lotta personale contro il senso della perdita e la depressione nel suo lavoro in modo sorprendentemente giocoso. I suoi soggetti sono personali e molto intimi: nel corso degli anni, la moglie Yoko, il padre morente e l’amato gatto Sasuke comparivano regolarmente in narrazioni visive talvolta comiche, talvolta sinistre. Verso la fine della sua vita, rivolgeva la macchina fotografica sempre più verso di sé. L’enorme numero di autoritratti – quasi dei proto-­ selfie -­ testimonia il modo singolare, quasi ossessivo in cui l’artista si metteva in relazione con ciò che lo circondava e con sé stesso. Fukase ha lavorato quasi esclusivamente con delle serie fotografiche, alcune nate nel corso di diversi decenni. Divenne celebre per i suoi “Ravens” (i corvi) (1975-­1985), un racconto visivo atmosferico e associativo concepito durante un viaggio nella sua nativa Hokkaido. Il libro Ravens è stato pubblicato nel 1986 e considerato come il miglior libro fotografico degli ultimi 25 anni dal British Journal of Photography nel 2010. Gli stormi dei corvi, quasi un presagio del destino, erano una sorta di metafora del suo stato d’animo di Fukase per il suo matrimonio con Yoko che stava finendo. Meno noto è il fatto che Fukase ha fotografato i corvi anche a colori. Le rare polaroid della serie “Raven Scenes” (1985) sono esposte in Italia per la prima volta. La sopravvivenza e il dolore personale sono diventati temi ricorrenti in Fukase per lunghi anni. Nella mostra Kill the Pig (1961), Fukase aveva presentato studi sperimentali sulla moglie incinta e sul bambino nato insieme a fotografie scattate in un macello: una riflessione insieme giocosa e macabra sull’amore, la vita e la morte. In Memories of Father (1971-­1987) Fukase mostrava la vita, la decadenza e infine la morte di suo padre in un tenero omaggio e un commovente “memento mori”. I ritratti familiari di famiglia (1971-­1989), a volte divertenti e talvolta seri, per i quali l’artista ha ritratto la sua famiglia nello studio fotografico dei suoi genitori, anno dopo anno, formano un’eccezionale cronaca familiare. L’ esasperata idiosincrasia, la sua non accettazione verso sé stesso, e la continua sperimentazione, culminano negli autoritratti e nelle scene di “Private Scenes” (1990-­1991), “Hibi” (1990-­1992) e “Berobero” (1991) che documentano il vagabondaggio di Fukase per le strade e la vita notturna di Tokyo. Tre mesi prima della sua fatale caduta, le opere vennero esposte nella mostra “Private Scenes” (1992), insieme a Bukubuku (1991): una serie di autoritratti dell’artista nella vasca da bagno. Le stampe sono datate con il timbro digitale che Fukase aveva iniziato ad utilizzare negli ultimi anni della sua attività. Insieme queste opere costituiscono un diario che scandisce i giorni, i mesi e gli anni in cui Fukase ha vissuto, lavorato e giocato in totale isolamento.

20 gennaio 2019 – 31 marzo 2019 – Fondazione Sozzani – Milano

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Letizia Battaglia

Trapani, 1992. Le ortensie

Sabato 19 gennaio, nell’ambito del progetto “Fotografia e Mondo del Lavoro”, sarà inaugurata negli spazi de I Granai di Villa Mimbelli-Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno, la mostra di una delle figure più importanti della fotografia contemporanea, Letizia Battaglia.
Promossa dalla Fondazione Carlo Laviosa e realizzata in collaborazione con il Comune di Livorno, la rassegna “LETIZIA BATTAGLIA” riunisce cinquanta fotografie: pagine di cronaca diventate documenti storici che raccontano il volto dell’Italia in trasformazione. Il percorso, spiega il curatore della mostra Serafino Fasulo, “non segue un andamento cronologico o tematico ma intende trovare un filo conduttore tra l’atroce ed il bello come tracce degli archetipi che generano le azioni umane”. E prosegue “il lavoro di Letizia Battaglia, una giovane di 83 anni, è stato spesso sommariamente etichettato come testimonianza sugli omicidi di Mafia ma ciò è riduttivo. La Battaglia è stata sì una fotografa di trincea (nomen omen) … ma ci ha illuminati ed arricchiti anche con la sua incessante ricerca della bellezza e della dignità: le sue foto restituiscono il pathos delle tragedie greche, il dolore ed il sublime.”
Da sempre Letizia Battaglia si esprime nel rigore del bianco e nero. Afferma di non amare il colore: “ancora oggi il solo pensare al rosso del sangue mi fa star male. Penso che il bianco e nero sia più silenzioso, solenne, rispettoso. Anche quando guardo la fotografia degli altri cerco il bianco e nero. È un gusto artistico, del mezzo, del risultato”. Eppure nelle sue fotografie, suggerisce Paola Tognon nel testo critico in catalogo, “non c’è bianco e nero perché non c’è buono e cattivo, e tantomeno c’è buonismo o moraleggiante pietas, invece, proprio attraverso il contrasto deciso tipico delle sue immagini, ciò che appare è tutta l’evidenza e la condizione della complessità umana (…) molte fra le immagini ci danno brani di contesto, parti della sua Palermo, abbandonata e ritrovata, che assurge però ad esemplificazione di un palcoscenico unico e insieme universale della storia umana”.
Per la Battaglia la fotografia nasce da un’urgenza etica ed è strettamente legata alla vita. Fotografare per lei significa farsi prossimi agli altri e raccontarne il dolore. “Non a caso usa un grandangolo capace di dare grande profondità all’immagine, con i protagonisti in primo piano, come se fossimo loro vicini, compagni coi quali condividere un breve tratto di trada”, sottolinea Padre Andrea Dall’Asta nel suo contributo in catalogo.
In mostra, accanto agli scatti che testimoniano alcuni fatti salienti di ronaca italiana, la Palermo popolare, i ritratti di donne e bambini ma anche i ricevimenti mondani che restituiscono il fascino gattopardesco dell’aristocrazia siciliana.
“Letizia Battaglia” – il catalogo a corredo dell’evento – conterrà oltre agli interventi istituzionali, i saggi critici di Andrea Dall’Asta SJ, Direttore della Galleria San Fedele di Milano, di Paola Tognon, Direttore Scientifico dei Musei Civici Livorno, di Serafino Fasulo, Direttore Artistico della Fondazione Carlo Laviosa. I proventi della pubblicazione, in vendita presso il bookshop del museo, saranno interamente utilizzati per il progetto “Fotografia e Mondo del Lavoro”.

dal 19 gennaio al 15 marzo 2019 – I Granai di Villa Mimbelli-Museo Civico Giovanni Fattori, Livorno

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The restoration will – Mayumi Suzuki

E se un giorno tutto quello che nella nostra vita abbiamo sempre dato per scontato, e garantito, non ci fosse più?
Una mattina apparentemente come le altre ti svegli, ti prepari per la giornata, esci di casa e non sai che quando tornerai sarai una persona diversa. Ineluttabilmente cambiata nel corso di poche ore, anzi, in fin dei conti di pochi minuti. La diversità data dal fatto che adesso, al rientro, al puzzle che compone la tua vita sono stati sottratti dei pezzi che non si possono più recuperare.

Il libro di Mayumi Suzuki, The Restoration Will (ceiba editions, 2017), inizia instillando nel suo lettore un certo senso di familiarità e sicurezza: lo fa attraverso una serie di fotografie di famiglia, istantanee che ritraggono insieme, sedute attorno a una tavola imbandita o sorridenti per strada, persone di diverse generazioni. Scatti in cui è riconoscibile il legame con un luogo caro, come la fotografia in cui una bambina dà le spalle all’occhio della macchina fotografica perché il suo sguardo è rivolto all’orizzonte, verso il porto della cittadina in cui con ogni probabilità vive: al di là di un verde promontorio si affaccia la vista del mare, un paesaggio rasserenante.
Ma all’improvviso qualcosa cambia, voltando pagina il colore delle immagini da album di famiglia lascia il posto a un cupo bianco e nero e l’azzurro del mare svanisce per diventare una grigia nebbia.
Le prime parole del libro ci introducono a quell’istante che ha cambiato tutto:
«mi ero preoccupata per il terremoto di magnitudo 5.9 che aveva colpito Miyagi e nel pomeriggio ho chiamato i miei genitori».
Squilla un telefono a quattrocento chilometri di distanza ma nessuno risponde. In poco tempo, la magnitudo di quel sisma sarebbe salita a nove, rendendolo il più potente mai misurato in Giappone. L’11 marzo 2011 un enorme cambiamento ha investito la vita di migliaia di giapponesi e tra di essi anche quella dell’artista Mayumi Suzuki. La sua città natale, Onagawa, viene devastata dal terribile tsunami che si genera in seguito al violento terremoto. Lei si trova lontana, a Tokyo dove vive la sua vita da adulta, e riesce a raggiungere i luoghi del disastro soltanto diversi giorni dopo.
Nel frattempo, nessuna traccia dei genitori.
La casa natale, la famiglia, quell’intricato reticolo di oggetti che rendono tangibile l’esistenza dei nostri ricordi e frenano il loro sbiadirsi nella corsa del tempo, non esistono più.
C’è un solo ritrovamento in questa vicenda di lutto e tragedia: la macchina fotografica del padre di Mayumi, fotografo professionista che portava avanti lo studio casalingo avviato dal nonno dell’autrice decenni prima. Miracolosamente ancora funzionante, l’apparecchio ottico diventa il tramite tra Mayumi e l’universo familiare appena perso.
Le prime fotografie realizzate con l’obiettivo da cui non si riesce più a togliere il sale del mare risultano scure e sfocate ed evocano il ricordo dei dispersi. Sono quelle immagini in bianco e nero che costituiscono la parte portante di The Restoration Will, il legame mentale con ciò che si è perso. In qualche modo Mayumi sente di poter trovare una connessione tra il presente e ciò che è divenuto troppo in fretta passato, tra i sopravvissuti e i defunti, tra sé e gli ultimi pensieri dei suoi genitori.

Inizia così un lungo periodo di fotografie tra i resti e le macerie, dove un approccio più documentario si unisce ad uno più evocativo: mentre la macchina fotografica del padre viene usata per creare immagini con cui “far parlare” chi non lo può più fare, si cerca disperatamente di rimettere insieme le fotografie di famiglia, quasi completamente sbiadite e gravemente compromesse dall’acqua. Le cicatrici su quelle immagini non più tanto familiari richiamano direttamente i danni visibili ovunque nelle vie della città di Onagawa e sembrano simili ai ricordi labili che piano piano iniziano a svanire dalla mente di chi è sopravvissuto.

Pagina dopo pagina, si inizia a creare un intreccio tra i paesaggi extra terreni delle fotografie in bianconero e le nuove geografie formatesi sulle immagini di famiglia recuperate dall’oblio della perdita.

The Restoration Will diventa così un tentativo di preservare la storia della famiglia e i ricordi personali dell’autrice: la ricostruzione di una narrazione e una memoria familiari. Con questo progetto, Mayumi Suzuki vuole recuperare il ricordo di chi è sparito all’improvviso a seguito di un disastro dalle proporzioni incalcolabili, vuole ridare vita a voci e volti scomparsi in maniera inspiegabile. Partendo dalla necessità di confrontarsi con la perdita personale, Mayumi riesce però a realizzare un lavoro che parla a un pubblico più ampio, universale.

Ricostruendo una nuova cartografia sentimentale che mescola luoghi, persone, sensazioni e persino suoni – quello del mare è costante lungo tutto il libro – The Restoration Will non è solo un lavoro realizzato per condividere la memoria di un evento traumatico, è qualcosa di più.
Con un approccio delicato, quasi sussurrato, come una melodia in cui non ci sono crescendi rimarcati e l’ascoltatore viene portato in punta di piedi dall’inizio alla fine, il libro diventa un modo per riflettere su quelle operazioni di “restauro mentale” messe in atto da chiunque abbia avuto esperienza di avvenimenti dolorosi nel corso della propria vita.

C’è un rimedio alla perdita?
E’ possibile assecondare il bisogno di ricostruire quanto è stato distrutto?
Il lavoro di Mayumi Suzuki non ci dà una risposta certa, ma ci fornisce sicuramente una chiave di lettura possibile, se non una speranza.
Un lavoro sulla morte che si trasforma in un inno alla vita, a chi è rimasto, trasformando la sua presenza fisica in altro. Perché seguendo la luce di una stella, o un bagliore tra le onde del mare di notte, si può sempre trovare la strada verso casa, ovunque essa sia.

Laura De Marco

Dal 18 gennaio all’8 febbraio 2019 – Officine Fotografiche Milano

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Luigi Ghirri – The Map and the Territory

This first retrospective of photographs taken outside his native Italy by Luigi Ghirri (1943- 1992) focuses on the 1970s. It covers a decade in which Luigi Ghirri produced a corpus of colour photographs unparalleled in Europe at that time.

Luigi Ghirri, who was a trained surveyor, began taking photographs at weekends in the early 1970s, devising projects and themes as he roamed up and down the streets, the piazzas and the suburbs of Modena. He cast an attentive and affectionate eye on the signs of the outside world, observing, without openly commenting on them, the changes wrought by humans to the landscape and the housing in the Reggio Emilia, his province of birth. It was a barometer for a local vernacular exposed to the advent of new forms of housing, leisure and advertising. “I am interested in ephemeral architecture, in the provincial world, in objects generally regarded as bad taste, as kitsch, but which have never been that for me, in objects charged with desires, dreams, collective memories […], windows, mirrors, stars, palm trees, atlases, globes, books, museums and human beings seen through images.”

By the end of the decade, Luigi Ghirri had accumulated thousands of pictures and developed a unique style and complex conceptual framework for his work. That first decade concluded with two high points: the publication, in 1978, of Kodachrome, a truly exceptional book of photographs, and a major exhibition, “Vera Fotografia”, which was held in 1979 at the exhibition centre of the University of Parma. It was organised by Arturo Carlo Quintavalle and Massimo Mussini, and presented fourteen projects and themes to illustrate Luigi Ghirri’s distinctive philosophy and methods of action.

This exhibition is based on the poetic map of the 1979 exhibition, which featured both highly structured projects such as Atlante (1973) – photographs of pages from atlases –, and Colazione sull’erba (1972-1974), in which the artist had observed and examined the interface between artifice and nature in the tinygardens of Modena, as well as more diverse groups such as Diaframma 11, 1/125, luce naturale (1970-1979), which dealt with the ways in which people took photographs and were photographed, or the landscape of the signs of provincial Italy in Italia Ailati and Vedute (1970-1979).

Luigi Ghirri had an unshakeable fascination for representations of the world, for reproductions, pictures, posters, models and maps, and for the way in which these representations were incorporated into the world, as signs in the heart of the city or in the landscape. For Luigi Ghirri, the mediation of experience through images in an Italy torn between the old and the new was an inexhaustible source of study, “a great adventure in the world of thought and of the gaze, a great magic toy that miraculously reconciles our knowledge as adults with the fabulous world of childhood, a never-ending journey into the great and the small, in the variations that appear throughout the kingdom of illusions and appearances, labyrinths and mirrors, of multitudes and simulations.”

from 12 February 2019 until 02 June 2019 – Jeu de Paume, Concorde, Paris

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Sandy Skoglund. Visioni Ibride

Apre al pubblico il 24 gennaio 2019 negli spazi di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, a Torino, l’importante mostra Sandy Skoglund. Visioni Ibride, prima antologica dell’artista statunitense Sandy Skoglund (1946), curata da Germano Celant.

La mostra riunisce lavori che vanno dagli esordi nei primi anni Settanta all’ancora inedita opera “Winter”, alla quale l’artista ha lavorato per oltre dieci anni. Sarà proprio questa immagine – accompagnata da alcune delle sculture create per l’installazione da cui è stata tratta la fotografia – il fulcro dell’esposizione: una spettacolare anteprima mondiale che conferma una volta di più l’unicità della sua ricerca e del suo linguaggio, formatisi in pieno clima concettuale per evolversi in un immaginario sospeso tra sogno e realtà, di straordinaria potenza evocativa.

La mostra permette dunque di seguire questo percorso attraverso oltre cento fotografie, quasi tutti di grande formato, e sculture. Si va dalle prime serie fotografiche prodotte a metà anni Settanta, dove già emergono i temi caratteristici dell’interno domestico e della sua trasformazione in luogo di apparizioni tra comico e inquietante, fino alle grandi composizioni dei primi anni Ottanta, che hanno dato all’artista fama internazionale.

24 gennaio – 24 marzo 2019 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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VIVIAN MAIER. Nelle sue mani

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Una mostra fotografica che un omaggio a Vivian Maier, singolare e affascinante figura di artista, recentemente ritrovata e definita una delle massime esponenti della cosiddetta street photography.
La mostra dal titolo Nelle sue mani, curata da Anne Morin, proporrà cento fotografie in bianco e nero e a colori, oltre che pellicole super 8 mm, in grado di descrivere Vivian Maier da vicino, lasciando che siano le opere stesse a sottolineare gli aspetti più intimi e personali della sua produzione.
Con uno spirito curioso e una particolare attenzione ai dettagli, Vivian ritrae le strade di New York e Chicago, i suoi abitanti, i bambini, gli animali, gli oggetti abbandonati, i graffiti, i giornali e tutto ciò che le scorre davanti agli occhi.

9 febbraio – 5 maggio 2019 –
Scuderie del Castello Visconteo, Pavia

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Paris Multi-visages – Cristina Dogliani

“Perché una cosa sia interessante, basta guardarla a lungo”, diceva
Gustave Flaubert.

Parigi, città cosmopolita dalle mille sfaccettature e i mille volti; la fotografa
e artista Cristina Dogliani sfugge ai clichés della folla impersonale e
indifferente cercando volti pieni di storie da raccontare, esplorando le vie
della città di quartiere in quartiere. Prende il tempo necessario per
osservare i passanti con l’occhio della fotografa e la propria sensibilità
femminile.
Indaga negli sguardi per ottenere questi intensi ritratti che hanno Parigi
come sfondo.
I suoi volti ci sfidano a riflettere sui nostri rapporti con gli altri e con
l’umanità multiculturale comune a tutti.
Il comune del 7e arrondissement di Parigi ospiterà Paris Multi-Visages,
un’esposizione di una quarantina di ritratti, dal 7 al 20 febbraio 2019.

Dall’8 al 20 febbraio – Comune 7e arrondissement – Parigi

Return to nature – Alessandro Zaffonato

Domenica 3 febbraio sarà inaugurata negli ambienti di Spazio Nadir la mostra fotografica che riassume i due anni di lavoro del fotografo vicentino. La mostra fotografica verrà allestita a Vicenza dopo l’anteprima di Lucca. La ricerca parte da una considerazione: oggi tutti noi siamo obbligati ad avere molti accessori superflui che ci allontanano dalle reali necessità e dall’ambiente che ci circonda. Da questa presa di coscienza, nata durante le numerose escursioni in valli e montagne isolate e lontane dai percorsi turistici, prende spunto la volontà di rappresentare l’ideale ritorno alla natura ritraendo soggetti umani in ambienti incontaminati. Dalla presentazione della serie, curata da Alice Traforti (www.alicetraforti.it): “[…]Le sue non sono solo escursioni nei territori, ma soprattutto incursioni nella memoria dei luoghi antichi conservata nei ricordi, ormai sbiaditi, degli abitanti di prima generazione che ancora vivono nei paesi, come se l’atto di risvegliare una sorta di coscienza collettiva dormiente fosse il punto di partenza di tutto il processo di ritorno alle origini che sta alla base della sua indagine fotografica.[…]” Tutte le location utilizzate per gli scatti si trovano fra le montagne venete e trentine e sono state scelte a testimonianza di come a pochi passi da casa si possano ancora trovare piccoli angoli non ancora modificati dalla mano dell’uomo. Le foto sono state volutamente scattate in questa area geografica, territorio che più di ogni altro è stato sfruttato e cementificato, per sollevare un piccolo grido in difesa di questi angoli ancora intatti, dimostrando come il nostro territorio possa ancora offrire dei luoghi mozzafiato che nulla hanno da invidiare a luoghi esotici da preservare e tutelare. Ogni scatto vuole raccontare, attraverso la composizione e la posa del soggetto, una diversa sensazione che questo riavvicinarsi alla natura può suscitare nell’essere umano. In molti scatti si può notare come il soggetto, ritratto volutamente molto piccolo, abbia assunto una posa di difesa, come a proteggersi di fronte all’immensità ed alla forza della natura; in altri scatti il soggetto viene ritratto in una posa che vuole rappresentare la serenità che l’essere umano può raggiungere una volta spogliati degli oggetti superflui che ognuno di noi oggi è obbligato ad avere ed usare. Zaffonato inizia a fotografare durante gli studi universitari, come succede a tanti per semplice svago, tuttavia comprende subito come l’espressione fotografia gli sia congeniale per raccontare ciò che sente. Il suo percorso inizia con la fotografia naturalistica, con cui esprime il suo amore per la natura e per gli animali delle sue montagne. In un secondo momento si avvicina, anche grazie a numerosi viaggi alla fotografia di reportage, mentre negli ultimi anni si concentra sul ritratto ambientato e sul nudo, ottenendo riconoscimenti nazionali ed internazionali in 15 stati. Presso Spazio Nadir, in contrà santa Caterina a Vicenza, saranno esposte le 25 fotografie più significative del progetto stampate in grande formato. La mostra sarà inaugurata domenica 3 febbraio alle ore 11:00 con un brunch di benvenuto. La mostra rimarrà poi visitabile, negli orari di apertura di apertura dell’attività, fino al 28 febbraio.

Dal 3 al 28 febbraio 2019 – Spazio Nadir – Vicenza

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J’AI PLUS DE SOUVENIRS QUE SI J’AVAIS MILLE ANS – Pietro Baroni

“Ho dentro più ricordi che se avessi mille anni” scrisse Baudelaire.
Tutti abbiamo pensieri inconfessabili, indicibili, che ci fa paura pensare di avere. Tutti abbiamo paure e insicurezze che non abbiamo voglia che gli altri vedano. O che ci piacerebbe possano vedere per poter essere aiutati.
Sono così profondamente intime che non sono visibili al mondo esterno.
Siamo trasparenti agli altri. Ma ce le portiamo dietro tutti i giorni, addosso, sulla pelle.
Io ho cercato con questi ritratti di farle vedere, di evidenziare, di raccoglierle. Con questo progetto ho cercato di rendere leggibile ciò che ci è tatuato addosso ma che solitamente non viene visto.
Ho chiesto alle persone che ho ritratto di entrare in empatia con queste paure, insicurezze e pensieri per catturarli in un instante.

Pietro Baroni

Dall’11 febbraio all’11 marzo – Leica Store Bologna

Africa – Sebastião Salgado

Salgado è uno dei fotografi più importanti dei nostri tempi. Si è conquistato questa fama grazie ai reportage realizzati in diversi decenni per testimoniare la vita delle popolazioni povere ed emarginate, scattando potentissime immagini in bianco e nero nei luoghi più remoti del Pianeta. Non solo povertà Salgado, è molto vicino ai destini dei migranti e con i suoi scatti vuole richiamare l’attenzione del pubblico sulle loro sofferenze.

Durante i primi viaggi nel continente africano, per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffe, Salgado inizia a conoscere l’Africa comprendendo immediatamente che per trovare delle soluzioni ai problemi del Terzo mondo, era necessario che questi venissero documentati. Inizia così una missione cui dedica 30 anni della sua vita

Lo strumento che lo porterà a realizzare i suoi progetti sarà la macchina fotografica, con la quale produce oltre 40 reportage, immortalando tribù dalla Namibia al Sudan, la natura travolgente dei paesaggi della Regione dei grandi laghi, seguendo rotte e destini dei rifugiati in ogni parte del continente durante periodi storici e mutamenti climatici differenti. Con le sue foto Salgado ci fa toccare con mano i disastrosi effetti prodotti da guerre, carestie, malattie e condizioni climatiche ostili, riuscendo sempre a cogliere l’essenza di momenti unici. L’osservare una sua foto, ci cattura e ci fa emozionare, conducendoci dritto dentro quel luogo, al fianco di quella persona.

L’esposizione fotografica di Sebastião Salgado, suddivisa in due parti e dislocata su due sedi: la prima parte raccoglie il lavoro realizzato nei viaggi e nelle esplorazioni di Salgado tra il 1974 e il 2005 nel sud del continente tra Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe, Sud Africa, Ruanda, Uganda, Congo, Zaire e Namibia. La seconda è dedicata ai reportage realizzati dal 1973 al 2006 nelle Regioni dei Grandi laghi tra Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Tanzania, Zaire, Kenya Ruanda e nelle regioni sub-sahariane Mali, Sudan, Somalia, Chad, Mauritania, Senegal, Etiopia.

L’esposizione Africa, vincitrice premio del pubblico M2-El Mundo per la migliore mostra nell’ambito di PhotoEspaña 2007 è un vero e proprio omaggio alla storia, ai popoli e ai fenomeni naturali del continente Africano, ma anche una denuncia.

L’esposizione resterà aperta al pubblico dal 9 febbraio al 24 marzo 2019 nelle giornate di venerdì, sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 20.00.
Nelle altre giornate e fuori da queste fasce orarie sarà possibile visitare l’esposizione dietro prenotazione.

Dal 9 febbraio al 24 marzo 2019 a Reggio Emilia

Binario49 – Via Turri, 49
Spazio Gerra – Via XXV Aprile, 2

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PRIMA VISIONE 2018 – I FOTOGRAFI E MILANO

Prima Visione. I fotografi e Milano” dal 2006 è un appuntamento atteso, una mostra che coinvolge chi ama Milano e la fotografia: una frase che, quasi identica, si rinnova da tredici anni, un incontro tra i fotografi e la città che ha scandito il passare del tempo, il mutare delle situazioni, il crescere di una nuova generazione di autori ma anche e soprattutto una percezione diversa di Milano. Quando il progetto espositivo “Prima Visione. I fotografi e Milano” è stato concepito la città viveva ancora fasi contraddittorie, e la fotografia come sempre è stata testimone puntuale e partecipe del disagio cittadino. Poi lentamente la situazione è cambiata e i fotografi hanno cominciato a raccontare i nuovi edifici, i nuovi quartieri, la partecipazione attiva a quanto succedeva in città fino ad arrivare a questi anni recenti nei quali Milano sembra avere trovato o ritrovato un nuovo smalto, una diversa vivibilità. L’edizione di quest’anno ha come soggetto principale gli edifici milanesi recenti o storici, i negozi, i paesaggi urbani nei quali la contemporaneità sembra vivere in armonia con le persistenze del passato. E come già si scriveva per la scorsa edizione, è questo lo straordinario valore di “Prima Visione”: censire anno dopo anno i sentimenti che legano fotografia e città. La Galleria Bel Vedere in collaborazione con l’associazione dei photo-editor italiani, G.R.I.N., ha invitato quarantasei autori a raccontare il loro punto di vista, a proporre il loro tassello alla costruzione del mosaico che la fotografia nel 2018 ha regalato a Milano.

Gli autori:
Francesco Allegretti, Fabrizio Annibali, Emanuela Balbini, Liliana Barchiesi, Giuseppe Baresi, Pietro Baroni, Maurizio Beucci, Leonardo Brogioni, Riccardo Bucci, Virgilio Carnisio, Marisa Chiodo, Matteo Cirenei, Antonino Costa, Karim El Maktafi, Mario Ermoli, Alessandro Ferrario, Valeria Ferraro, Angelo Ferrillo, Simon Fiorentino, Giorgio Galimberti, Marco Garofalo, Dimitar Harizanov, Marco Introini, Giovanni Hänninen, Cosmo Laera, Saverio Lombardi Vallauri, Andrea Mariani, Marco Menghi, Francesca Moscheni, Gianni Nigro, Thomas Pagani, Stefano Parisi, Paolo Perego, Simona Pesarini, Barnaba Ponchielli, Daniele Portanome, Francesco Radino, Roberto Ramirez, Francesco Rocco, Filippo Romano, Francesca Romano, Luca Rotondo, Alberto Roveri, Titti Scotti, Federico Vespignani, Roman Zanuso

dal 25 gennaio al 23 febbraio 2019 – Galleria Belvedere – Milano

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