Intervista a Luca Campigotto, eccezionale, visionaria, esplorazione del mondo.

Perito Moreno glacier, 2000

Cosa lega il film Blade Runner di Ridley Scott, una tesi in storia sull’epoca delle grandi scoperte geografiche e le fotografie dei primi dell’800? La risposta è nell’immaginario di Luca Campigotto. Fotografo veneziano, classe 1962, da venticinque anni ha portato in giro per il mondo, da Parigi a Miami, da New York a Montreal, il suo concetto di ‘viaggio fotografico’. La sua sfida è quella di rendere ancora interessanti i luoghi che sono stati fotografati da chiunque, abusati dal facile clic del turista di massa. Nei suoi scatti, quegli stessi spazi, vivono una seconda possibilità, quella di essere riscoperti, come se fossero visti per la prima volta, con lo stesso stupore che provavano i primi esploratori. Dal gusto cinematografico del suo filone sulle metropoli fino alle esperienze nei paesaggi più selvaggi, Campigotto è rimasto fedele al proprio concetto di viaggio, nel senso più ampio del termine, da quello mentale a quello del ricordo dei posti vissuti, in un percorso di rimandi che rispecchia le sue fotografie, sempre sospese in un mondo senza tempo.

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Luca Campigotto

Gli studi storici quanto hanno influenzato il tuo approccio alla fotografia?

Ho studiato alcuni racconti di mercanti tra ‘400 e ‘500, e la cosa che mi ha affascinato di più in quelle carte è stata l’idea del grande viaggio. Anche per questo ho sempre associato il viaggio alla fotografia. Gli studi di storia hanno influito come tante altre cose, inclusi i fumetti di Corto Maltese. M’interessa da sempre l’esotico, andare a scoprire qualcosa di lontano da quello che sono abituato a vedere, che sia un paesaggio o un’architettura. La fotografia mi è sempre servita per entrare in contatto con una dimensione avventurosa.

Quali sono le caratteristiche che ricerchi in un paesaggio per dare il via a una serie di foto? Cosa accende la miccia del tuo processo creativo?

La mia ricerca si è sempre divisa in due filoni: uno di visioni legate al paesaggio, con tutte le implicazioni letterarie del caso, e uno di visioni metropolitane notturne che ha invece più a che fare con il cinema. Anche se può sembrare banale, credo di essere stato uno tra i primi a vedere Blade Runner nell’82 quando l’hanno proiettato di notte a Venezia. Quando ho guardato quel film non facevo ancora il fotografo ma ho sentito che la mia idea del vedere era cambiata. Sono vicino a quella visione del cinema americano, anche quello di serie B. Da lì ho preso molta ispirazione sull’uso delle luci di notte, sui controluce, in esterni e interni. Prima di partire per un posto, devo avere un contatto diretto con questo mio immaginario, tanto da spingermi a raggiungere un luogo e, come farebbe qualunque turista, impossessarmene senza farmi mai sfuggire la sua peculiarità. Se vado a New York fotografo i grattacieli e se vado a Venezia fotografo anche le gondole. È molto pericoloso perché il rischio della cartolina è dietro l’angolo, però esiste anche una cartolina evocativa, come nell’800. Devo essere emozionato quando parto e deve esserci uno stimolo che mi faccia venir voglia di fotografare. Ad esempio, amo Parigi, ci vado spesso, ma non mi è mai venuta voglia di fotografarla perché il mio immaginario non ha punti in comune con quella città.

Le tue fotografia sono un ‘qui’ ma anche un ‘altrove’, sono un luogo geografico ma anche immaginario.

Mi ritengo un suggeritore, ti indico qualcosa che vale la pena guardare, anche se qualche volta mi è capitato di fotografare paesaggi dove non c’era assolutamente nulla, però per me era un nulla molto poetico, carico di significato. Non lavoro quasi mai sulle foto subito, scatto e poi le riprendo in mano dopo molto tempo, per far sedimentare l’esperienza del viaggio e rivivere le sensazioni di quello che ho visto.

Roma 2014

Guardare le foto è quindi un modo per ricordare?

È anche un po’ una condanna, come essere un ancorati sempre a un passato. A volte è anche difficile riguardare delle foto che hai magari in archivio. Tornando a Blade Runner, l’aspetto geniale del film è che per renderli più umani i replicanti sono stati dotati di ricordi falsi: siamo quello che ricordiamo. Anche se fotografo paesaggi e architetture, ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare il fotografo guardando le fotografie della mia famiglia. L’aspetto della memoria e dei ricordi è per me fondamentale anche se non fotografo fatti o persone.

Venezia 2017

Questo aspetto s’intravede nel tuo lavoro su Roma, la città eterna, fotografata di notte. Una bellezza che è sempre sotto i nostri occhi ma di cui a volte ci dimentichiamo

Lì c’è anche l’aspetto del mito, di qualcosa che resiste nonostante tutto. Lo stesso che ho visto ai templi di Angkor in Cambogia, dove esiste un corpo a corpo tra architettura e natura, tra mano dell’uomo e natura. Mito che ho ritrovato anche sui luoghi della Grande Guerra dove le trincee e i resti di quello che hanno lasciato i soldati sono diventati parte integrante della roccia e del paesaggio

Lapponia 2003

Viviamo in un mondo dove tutto è stato visto e fotografato, anche i posti più lontani, come l’isola di Pasqua. Come riesci a mantenere intatto quello stupore per i luoghi che in realtà hai già visto?

Credo sia perché il mio spirito d’avventura non viene scalfito dal turismo massificato, dal fatto che tutti siano andati ovunque. La mia meraviglia resiste indipendentemente da quello che si è già anche troppo visto. In Arizona mi sono ritrovato in questi spazi enormi praticamente da solo: lì è ancora più facile perdersi nella propria immaginazione, rendendo le foto più evocative. Il mio immaginario deve essere in presa diretta con il posto che sto fotografando.

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Luca Campigotto

Le metropoli però sono molto diverse da quei luoghi incontaminati, lì al contrario cosa ti affascina?

Cerco sempre di alternare i due filoni. Il mio lavoro è sempre lo stesso, molto lento: tenere la macchina in mano e non metterla sul cavalletto mi dà sempre l’idea di qualcosa che sto facendo solo per gioco, quindi uso lo stesso identico approccio e la stessa macchina sia che mi stia arrampicando su una montagna o che stia fotografando una città. C’è una cerimoniosità che per me è molto importante, una procedura che è diametralmente opposta a quella del reporter. Le prime foto che avevo scattato a Venezia di notte in negativo avevano anche pose di 15 o 20 minuti, al limite della noia. È un po’ come andare a pesca, ci vuole la stessa pazienza.

Hai scelto molto le ambientazioni notturne per le tue fotografia, perché?

Ho iniziato con Venetia Obscura a cercare una chiave di lettura diversa per un luogo stravisto ma che era quello con il quale avevo deciso di iniziare a fare il fotografo e nel quale all’epoca vivevo. Al buio, con le foto di grande formato in bianco e nero, la mia città mi ha regalato quella dimensione di avventura di cui la mia ricerca aveva bisogno. Come se fosse una sorta di macchina del tempo. I risultati che ottengo di notte sono più imprevedibili di quelli che potrei ottenere, almeno ai miei occhi, di giorno. La resa dei colori e del bianco e nero non è scontata ed è la stessa ricerca che faccio poi in post produzione e nelle stampe. Per questo lavoro ancora da solo, non ho un assistente o uno stampatore, proprio perché voglio essere responsabile fino alla fine di tutto il processo. Non essendo una foto di testimonianza e di reportage potrebbe andare bene anche se stampata con un tono diverso ma poi non sarebbe la foto che avevo in mente quando l’ho scattata e quindi perderebbe molto del suo significato. Finché lo faccio io è come se continuassi a fotografare, a rivivere l’esperienza.

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Luca Campigotto

Quale sfida ritieni sia stata più impegnativa nel tuo percorso?

All’insegna del ‘si vive una volta sola’, la mia sfida è stata quella di provare sempre cose nuove. Cambio abbastanza spesso, passo da foto desaturate, come quelle sulla Grande Guerra, ad altre cariche di colori. Si dice spesso che nell’arte l’importante sia essere riconoscibile, cioè proseguire per certi versi facendo sempre più o meno tutto allo stesso modo. A me invece interessa approcciarmi a progetti anche molto diversi ma che siano sempre fedeli al mio modo di vedere il mondo.

Sass de Stria, 2013

C’è un consiglio che daresti a chi si approccia a questo mestiere?

Non gli consiglierei di fare il fotografo (ride, ndr). Scherzi a parte, gli consiglierei di seguire quella che a Venezia chiamiamo la “magagna”, cioè la sua fissa, di non far finta di essere qualcun altro o qualcos’altro. Ispirarsi sì, ma sopire la molla che fa scattare il tuo entusiasmo e la tua curiosità non è la strada giusta. Io all’inizio ci sono cascato: credevo che la mia fotografia fosse sciocca e dovesse diventare più intellettuale, minimalista o concettuale. Dopo un po’ mi sono invece abbandonato ai miei veri fantasmi e alle mie vere manie e lì ho trovato la mia misura. Consiglio anche di non scoraggiarsi mai: quando gli altri guardano le tue fotografie c’è sempre chi ha qualcosa da criticare, è normale sia così. Quando facevo fotografie in bianco e nero mi dicevano “eh però se facessi foto a colori”, quando ho cominciato a scattare a colori dicevano “eh però le tue foto in bianco e nero”: bisogna insistere, ricordandosi di essere molto sinceri con se stessi.

Hong Kong 2016

Intervista di Simona Buscaglia per Musa

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Luca Campigotto, vietata la riproduzione.

7 pensieri su “Intervista a Luca Campigotto, eccezionale, visionaria, esplorazione del mondo.

  1. Ho visto le sue foto a Reggio Emilia in occasione del Festival “Fotografia Europea 2018”.
    Stupende immagini. Colori vivi e città che sembrano uscite da un film di fantascienza.
    Mi piace molto Campigotto.

    • Ciao, non puoi tu direttamente, è un blog, puoi commentare oppure devi darmi i testi e li pubblico a nome tuo. Se invece hai un blog, sono io che dovrei pubblicare qui il tuo articolo! Ciao e grazie

      • Ciao,

        grazie per la precisazione. L’ho chiesto apposta per evitare di violare le regole del tuo sito.
        Appena possibile ti invio il testo in modo da condividere le opinioni.
        Grazie,
        Buona giornata.

        P.s. ho letto il tuo libro “il fotografo equilibrista”. L’ho trovato interessante.

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